domenica 2 maggio 2010

Sa die de sa Sardigna o sull’intolleranza

di * * *

Da partecipante ad un incontro sulla festa del popolo sardo, ho avuto occasione di sperimentare, ancora una volta, come il trito e ritrito detto che ci riguarda: pocos, locos y male unidos, abbia la sua buona ragion d’essere. L’intenzione era quella di mettere a confronto due modi di pensare la nostra storia, ritenuti non incompatibili fra di loro, di fronte a un pubblico, la mattina, di studenti delle scuole medie inferiori e superiori e, la sera, di adulti.
I relatori scelti per l’incontro erano, il Professor Francesco Cesare Casula, che in materia di storia gioca in casa e sul velluto, e Franciscu Sedda, semiologo, docente presso le università di Roma “Tor Vergata” e “La Sapienza” oltre che nell’università di Sassari. L’incontro si è tenuto il 27 e non il 28, giorno della ricorrenza de sa Die, per dare la possibilità alle scuole di essere presenti. Qualche considerazione si potrebbe fare su come si “festeggiano” date come questa. Ora, però, non pare il caso.
Gli studenti erano quelli della scuola media e del liceo scientifico di Isili. Alla ripresa nel pomeriggio erano presenti cittadini di Isili e del Sarcidano. C’è da dire che all’incontro pomeridiano il Professor Casula non ha potuto partecipare per sopravenute esigenze di carattere familiare. Il pensiero dello storico di Sardegna è sicuramente noto a chi conosca la sua opera e abbia letto i suoi articoli pubblicati spessissimo sull’Unione Sarda e anche su questo blog. Si può provare a riassumerlo, in maniera approssimativa e sommaria, dicendo che lo studio e la narrazione della “storia patria” debba avere per oggetto lo stato. Altrimenti si fanno e si raccontano altre storie che patrie non sono. Si farà, magari, antropologia, sociologia, etnologia e tutte le altre …ologie che si preferiscono o, più semplicemente, la storia di una famiglia, di un paese, di un territorio ma non saranno storia patria; saranno, come detto, altre storie.
Se la storia che ci interessa è quella dello stato in cui, attualmente, oggi come oggi, è inserita la Sardegna, Regione cosiddetta Autonoma dello stato italiano, ci dobbiamo chiedere, come prima cosa, quando e come sia nato lo stato in questione. Sarà stata la metafora utilizzata dal Professore per cercare di far capire ai ragazzi un concetto astratto come quello di stato (lo stato è come un’automobile che trasporta dei passeggeri, i cittadini o i sudditi, a seconda, guidata da un conducente, il governo) o chi sa cos’altro, fatto sta che si è innescato un meccanismo di rifiuto che, di pomeriggio si è manifestato come intolleranza bella e buona.
Probabilmente, Casula si è cercato di impiccarlo (da quando il linciaggio non va più di moda, si fa così) alle proprie parole. Che i cittadini, gli Uomini, siano stati considerati meno importanti della macchina, nell’analisi del Professore, è stato considerato blasfemo. Era tutto uno stracciar di vesti: ha bestemmiato, ha bestemmiato, a noi devono interessare gli uomini, non le macchine. Ringrazi, lo storico, che non siamo più ai tempi di Galileo, altrimenti almeno un’abiura, laica, risorgimentale forse no, ma illuministica senz’altro, gliela avrebbero pretesa.
Bisogna dire che la mattina, fin che il Professore era presente, i toni si sono mantenuti pacati, il savoir faire ha prevalso; andato via lui si son cominciati a vedere i primi calci negli stinchi. Ma è di pomeriggio, di fronte al pubblico adulto ed elettore, che ha avuto libero corso la denigrazione anche se, di tanto in tanto, condita di riconoscimenti allo storico in quei passaggi della sua opera che tornavano utili alla tesi di chi lo contestava: Casula, lì ti dovevi fermare, il resto sono falsità, deliri e prese per i fondelli del Popolo Sardo.
Cosa abbia detto il Professore di così orripilante che offende la stessa Carta dei Diritti dell’Uomo, non si sa proprio. Sarà per il fatto che gli sia incautamente sfuggito che a fondare quello stato, il nostro che ci piaccia o meno, fin che ce ne facciamo un altro, sono stati gli Aragonesi e non gli Arborensi? Che abbiano chiamato Regno di Sardegna la nostra Isola, mentre era solamente una colonia, sfruttata e angariata, prima di Aragona e poi di Spagna? Che il Regno di Sardegna abbia continuato a chiamarsi in questo modo fino al 1861? Quando la gran parte di esso era in territorio della penisola italiana? Che i Piemontesi abbiano continuato l’opera degli Spagnoli, tenendoci sottomessi e abbrutiti? Che Giovanni Maria Angioy non sia riuscito a realizzare la rivoluzione illuminista in Sardegna, sotto l’alto e disinteressato patronato della Francia, allora repubblicana e subito dopo imperiale? Che il Po, fosse, nelle carte geografiche del tempo considerato un fiume sardo? Che Mazzini avesse un passaporto sardo? Che i confini sulle Alpi fossero i confini della Sardegna, intesa come regno? Che colpa ha il professor Casula di tutto questo? Se questa è la verità storica, perché nasconderla? Ci conviene nasconderla? O non potremmo utilizzarla, in qualche modo, a nostro vantaggio?

Rispetto, ovviamente, il tuo desiderio di anonimato. Non te la prendere e neppure stupisciti. Il sacro furore ideologico è una delle componenti fondamentali dell'infantilismo. Te lo dice uno che ne è rimasto afflitto a lungo, almeno fino ai vent'anni. E' quando uno si accorge che la storia è una brutta bestia, indifferente agli innamoramenti personali, che decide di farci i conti e di capire, per quel che può, che persino una storia, apparentemente posta di traverso ai propri ideologismi, ha molto da insegnare. Come dici tu, si può "utilizzare a nostro vantaggio". Ma per farlo, bisogna mettere gli "ismi" da una parte, rendersi conto che la politica è cosa diversa dal Verbo, che si serve di ideali e di progetti, sì, ma ha l'umiltà e la forza di fare i conti con la realtà. Quella vera, non quella che nasce nella nostra testa che, per quanto capiente sia, contiene meno idee di quante stelle ci siano nell'universo. [zfp]

6 commenti:

Mauro peppino ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Mauro peppino ha detto...

caro amico (anonimo), io ero presente alla sessione pomeridiana, dove abbiamo potuto sentire le tesi del prof Casula solo grazie alla registrazione effettuata la mattina e riproposta al pomeriggio.
Franciscu Sedda ha relazionato dopo la messa in onda della relazione mattuttina del Casula, il contenuto della relazione di Sedda era teso a smontare le tesi di Casula, asserendo che i sardi (con Mariano ed Eleonora) hanno combattuto un secolo circa contro l'istaurazione del regno di Sardegna dei Catalani aragonesi e che in seguito nella guida del Regno di Sardigna i sardi non hanno avuto voce in capitolo.
Sedda è un intelletuale militante (purtroppo è tra i pochi politici regionali che può definirsi anche intelletuale) dunque la riunione invece di mantenersi entro un ambito storico , antropologico semiotico, è scivolata anche nell'ambito politico.
insomma al pomeriggio la riunione è stata monopolizata dalla tesi contraria a quella del Casula.
Spero che l'UNITRE di Isili, voglia riproporrele tesi di Francesco Cesare Casula , proponendo magari la presentazione del libro ITALIA IL GRANDE INGANNO, un libro eretico nel panorama storico italiano, che al di la dalla condivisione, risponde ad un merito fondamentale che deve avere qualsiasi testo : fa discutere! fa discutere della storia delle istituzioni che hanno prodotto lo stato italiano, fa discutere chi è indipendentista, autonomista anche italianista, insomma un bellissimo libro comunque la si pensi!

Ithokor ha detto...

Non comprendo, nell'articolo dell'anonimo, il riferimento all'intolleranza. Mi chiedo se ribattere a una tesi ritenuta erronaea o infondata, da parte di un interlocutore del prof. Casula, significhi essere intolleranti?
Si è confutata una tesi mica il verbo rivelato.

Giuseppe Ruiu

Zazen di Rostock ha detto...

Salve a tutti, mi dispiace che sia saltato il secondo incontro a causa dei problemi familiari del Prof. Casula (spero sinceramente che non si tratti di qualcosa di grave). Ho sentito però che quanto meno il primo incontro è stato filmato e quindi spero che lo metteranno in rete. Vista la disponibilità al confronto manifestata da entrambi spero vivamente che vi saranno altre occasioni.
Vorrei solo precisare una cosa riguardo a quanto detto da Mauro Peppino che lamenta il fatto che il discorso sia scivolato nell’ambito politico… a me sembra che sia proprio quello il suo ambito. Sedda è il fondatore di un movimento politico indipendentista, quindi mi pare normale che i suoi discorsi sfocino nel politico; Casula è, per sua stessa ammissione, uno “storico politico”, non uno scolastico, quindi entrambi partono dai fatti storici e ne fanno derivare diverse conseguenze politiche. Da là nasce il confronto.
Entrambi però partono da dati storici, solo che danno a quegli stessi dati una valenza diversa. Il confronto, per quanto aspro possa essere, indica comunque che c’è la volontà di parlarne. Magari il problema è costituito da coloro che, pur potendo, non fanno in modo che questi temi siano trattati a scuola o che a livello istituzionale non prendono iniziative per diffondere quelle verità.
L’improvvisa assenza del prof. Casula immagino che non abbia fatto piacere a nessuno, tanto meno a Sedda. Io non c’ero, ma ho chiesto a chi era nell’organizzazione e mi ha detto che non è andata come avevano sperato a causa di questo imprevisto. Mandare all’aria tutto dopo che Casula aveva già fatto il suo primo intervento veniva male, altrimenti ci dica l’anonimo che si è tanto indignato cosa si sarebbe dovuto fare.
Nemmeno io concordo con l’uso politico che Casula vorrebbe fare della sua dottrina della statualità, ma mi dovrei sentire giacobino o illiberale per questo? È ovvio che lo possa fare, ma avrò io e altri il diritto di dissentire?
Oltretutto ritengo che quando il prof. Casula dice che

“l'essere considerati, anche solo a livello scolastico, la regione d'Italia dove nacque e si sviluppò quel regno che ha dato origine all'Italia stessa, equivale ad eliminare o, comunque, a stemperare con l'implicito diritto alla continuità territoriale quel dualismo di tipo coloniale dello scontro tra ordinamenti esterni dominanti e cultura interna soggetta che condiziona lo spirito autonomistico dei Sardi fino a spingerli, talvolta, a ideologie radicali tipo l'indipendentismo o, addirittura, il separatismo."

si stia dando in qualche modo la zappa sui piedi in quanto qualsiasi autonomismo che cerchi di stemperare le spinte indipendentiste invece di usarle a proprio vantaggio non fa altro che togliersi terreno da sotto i piedi, a tutto vantaggio degli unionisti.

Attendo comunque che sia reso disponibile il filmato di modo che ognuno possa farsi la propria idea.

elio ha detto...

Per quanto mi sforzi non riesco ancora a capire perchè mai le tesi di Francessco Cesare Casula (FCC),la teoria della statualità, per essere più precisi, debba essere intesa come un ostacolo, o addirittura un tradimento, alla sacrosanta aspirazione dei Sardi a sentirsi padroni in casa propria. Ero presente all'incontro di Isili su 'Sa Die' e, con il responsabile zonale dell'IRS, avrei dovuto moderare il dibattito che un po' ci è sfuggito di mano (sarà stato per la personalità dei relatori che hanno la tendenza a prendersi la scena) senza che sia sucesso niente di irreparabile o di particolarmente grave. Però quando si parla di disconoscimento della realtà, di "delirio" a proposito delle tesi dell'interlocutore, per lopiù assente, non si può dire che ci si scontri in punta di fioretto. Di "calci negli stinchi", come riportava lo 'anonimo', si tratta, di bastonate sui denti che, anche se politiche, sempre bastonate rimangono, caro Zazen di Rostok. Come si possono smontare le tesi di Casula "asserendo che i Sardi (con Mariano ed Eleonora) hanno combattuto un secolo circa contro l'instaurazione del Regno di Sardegna dei Catalani aragonesi e che in seguito nella guida del Regno di Sardigna i sardi non hanno avuto voce in capitolo"? (vedi commento di Mauro Peppino) Nega tutto ciò FCC? o lo si può ritrovare detto in maniera precisa e storicamente corretta nella sua opera? L'anonimo dice che, in materia di storia, Casula giochi sul velluto e non mi pare che ci sia qualcuno che possa dubitarne.
Quel che mi riesce difficile capire, ripeto, è come il virgolettato che tu, Zazen, riporti nel tuo commento possa "tornare a tutto vantaggio degli unionisti" dando per scontato che abbiano torto. Per avere un'idea più completa sull'intera vicenda, in rete dovrebbe andare il filmato di tutta la giornata e non solo l'intervento di Casula. Mi farò parte diligente perchè il suggerimento di Mauro venga accolto dall'UNI3 di Isili e si possa avere, in occasione dei 150 anni dell'unità d'Italia, un incontro con l'autore del libro "ITALIA IL GRANDE INGANNO". Spero proprio che tu, Zazen, possa essere della partita.

Zazen di Rostock ha detto...

Guardi Elio, io personalmente non ritengo la tesi di Casula un ostacolo, ma solo un'impostazione che non condivido non tanto nelle premesse che mi paiono essere inconfutabili, quanto nelle conseguenze che lo portano a considerare la Sardegna come l'isola più perierica del Mediterraneo, invece che quella più centrale del Mediterraneo occidentale.

Per semplificare come vedo io la tesi di Casula:

1) Il regno di Sardegna nasce nel 1324 ad opera dei catalano-aragonesi. VERO

2) Nel 1720 passa ai piemontesi. VERO

3) Nel 1861 cambia la denominazione in Regno d'Italia. VERO

4) Rivendichiamo la paternità sarda dello stato italiano in modo da ottenere maggiori riconoscimenti ed avere maggior peso all'interno della Repubblica... e pure per frenare le spinte indipendentiste.

Legittimo, ma non sono d'accordo. Dal mio punto di vista gli unionisti hanno torto, caro Elio, quindi lo dò piuttosto per scontato, si. Ma le mie ragioni sono più di ordine logico-economico-geografico più che storico. Il tutto sta nello scegliere: periferia dell'Italia o centro del Mediterraneo occidentale? Io scelgo il centro e l'autodeterminazione; Casula mi pare che scelga la periferia e il rivendicazionismo (anche se gli riconosco di essere un autonomista sincero, nemmeno paragonabile all'autonomismo parolaio e ipocrita di Soru e Cappellacci).

Saluti

Daniele Addis

P.S. Vorrei tanto essere della partita, ma quel "di Rostock" a fianco a "zazen" indica che mi trovo a Rostock... non è facilissimo tornare da qua.