venerdì 16 marzo 2012

Gli “omini” di Amun negli scarabei sardi



di Atropa Belladonna

Nella tomba 267 di Monte Sirai due scarabei, probabilmente di fattura locale e molto accurata, erano poggiati sul torace dell’inumato. L’analisi comparativa di uno di essi (267-1), con il motivo caratteristico del re che adora l’obelisco, suggerisce una datazione ad epoca ramesside. Il secondo scarabeo ci consente di restringere ulteriormente il campo in quanto contiene un marcatore  che non iniziò prima di Thuthmosis III (1479–1425 BC) e probabilmente cessò con la morte di Ramses II (1279–1213 a.C.): l’uomo che cammina seguito o preceduto da un singolo ureus. Per quello che abbiamo imparato della crittografia acrofonica del nome divino Amun (JMN), non è difficile leggerla in entrambi, purché teniamo presente altri segni (vedi Tabella) oltre quelli già visti (2c,d). [sighi a lèghere]

giovedì 15 marzo 2012

Come tagliarsi felicemente le opportunità


Chi sa se fra i passatempi dei governanti sardi c’è anche quello di leggere e capire le leggi che poi applicano? Altra curiosità è sapere se, sempre gli stessi, si sono accorti di governare due minoranze linguistiche riconosciute anche dalla Repubblica (la sarda e la catalana d’Alghero) e tre minoranze linguistiche riconosciute solo dalla Regione sarda (la gallurese, la sassarese e la tabarchina). Di tanto in tanto, qualche sentore di consapevolezza si avverte come, per esempio, è avvenuto recentemente con l’osanna a Monti per la ratifica della Carta europea delle lingue. È vero che si trattava di una bufala, ma l’entusiasmo per l’annuncio c’è stato.
 Era sincero? Rispondeva, cioè, alla coscienza che governare minoranze linguistiche comporta degli obblighi non solo allo Stato, ma anche e soprattutto alla Regione? A stare a quel che vi racconto c’è da dubitare. Tutti sappiamo, per averne letto sui giornali e sentito in Tv, che l’accorpamento di scuole di diversi paesi e fra quelle di paesi e di città ha suscitato proteste e a volte antipatiche esibizioni di campanilismi. L’accorpamento rispondeva ad una legge dello Stato, la n. 111 del 15 luglio 2011 in tema di razionalizzazione della spesa relativa alla organizzazione scolastica.
Il fatto è che la stessa legge sancisce che “gli istituti compresivi per acquisire l'autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche”. In parole comprensive, questo vuol dire che, l’accorpamento ha limiti inferiori a quelli stabiliti nelle terre sede di minoranza linguistica, come la Sardegna, appunto. Solo che, ovviamente, la Regione lo voglia.
Ebbene, stando alle delibere numero 7/4 del 16.2.2012, n. 9/55 del 23.2.2012 e numero 11/2 del 06.03.2012, la Regione sarda non vuole. Essa se ne infischia, è superiore a questi localismi e al malcostume sardesco di sfruttare lo Stato, pacubeneddu.

mercoledì 14 marzo 2012

I nuraghi come edifici di culto


E' in libreria il libro di Augusto Mulas "L'isola sacra - Ipotesi sull'utilizzo cultuale dei nuraghi", edizioni Condaghes, € 20, un saggio che, come suggerisce il titolo, sostiene come i nuraghi fossero degli edifici dedicati al culto. Un libro che dovrebbe suscitare importanti discussioni e non solo per questa tesi principale, ma che - auguro di sbagliarmi - finirà per interessare i cittadini, non gli ambiti della archeologia ufficiale. Pubblico la presentazione che di "L'isola sacra" ha fatto l'architetto Franco Laner.[zfp]

di Franco Laner

L’aggettivo “sacro”, molto impegnativo, che l’Autore affianca all’Isola e che ne stabilisce perentoriamente un carattere, è il cambio di paradigma di una visione dell’archeologia isolana, sdoganata dal militarismo, dal nuraghe/fortezza di taramelliliana derivazione, che aveva subìto il primo tremendo smantellamento dal prof. Massimo Pittau nel suo Sardegna nuragica del 1977. Certo, ci sono ancora sacche di resistenza e a queste sembra rivolgersi Mulas nei capitoli in cui porta altre evidenze alle tante accumulatesi nell’ultimo trentennio contro la fuorviante ipotesi sulla funzione militarista. So bene che l’aggettivo militarista è riduttivo, ma non è qui il caso di riprendere morbidi aggiustamenti e distinguo, perché tutti sanno a cosa mi riferisco.
Sono convinto che ora tutti gli sforzi debbano concentrarsi sulla definizione di sacro, che può essere declinato in tanti modi. Ogni società è permeata di sacro, ovvero di profano, il contrario, che lo complementa, anche se il confine fra il sacro e il profano non è una linea demarcatrice, quanto un territorio lattiginoso e indefinibile. [sighi a lèghere]

martedì 13 marzo 2012

La ratifica della Carta europea? Una beffa


Contrordine compagni: l'entusiasmo che ci ha compromesso all'annuncio che Monti aveva ratificato la Carta europea delle lingue era prematuro e in ogni caso mal riposto. Il comunicato stampa del Governo del 9 marzo (“Abbiamo ratificato la Carta”) era una bufala, come – inascoltato – aveva segnalato a me e ad altri caduti nella trappola un amico. Ieri, lo stesso sito del Governo, ha sputato il rospo: Il Consiglio dei Ministri ha semplicemente approvato un disegno di legge di ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie.
Questo significa che, come in questo blog avevo dubitato, sarà il Parlamento a ratificare quel trattato che aspetta da venti anni proprio per l'ostilità delle parti più giacobine della politica italiana. L'affermazione secca contenuta nel primo comunicato (“ Il Consiglio dei Ministri ... ha ratificato” aveva tratto in inganno chi, come me ad esempio, pur sapendo con un patto internazionale ha bisogno di una legge, aveva pensato a un decreto legge o all'attuazione di una delega di cui si era perso il ricordo o a qualche altra diavoleria. Si trattava, invece, di cialtroneria allo stato puro. Escluderei, infatti, lo scherzo di ministri buontemponi, decisi a vedere quanti in Sardegna sarebbero espresso ammirazione per un governo che, tanto preso dalla filosofia del fare, fa anche ciò che non è in suo potere.
Noi ce la possiamo cavarecon una sconsolata e vissuta scrollatina di spalle, ma gli uomini delle istituzioni, assessori, presidente della Regione, uomini politici si rassegneranno a questa presa in giro? Spero di no e spero, anzi, che si muoveranno nella valorizzazione della lingua come se la Carta fosse stata davvero ratificata.

lunedì 12 marzo 2012

La leggenda dell'uomo-gufo


Nel momento in cui l’attenzione clamorosa dei media ha cambiato bersaglio, trovo il coraggio di aggiungere un modesto parere personale su un piccolo grande uomo.

di Franco Pilloni

Erano i tempi deprimenti di un carnevale di guerra. In poche fortunate famiglie si friggeva con lo strutto o con l’olio d’oliva, in altre case ci si arrangiava con l’olio chiaro di lentisco, la gran parte degli uomini e delle donne si contentavano dell’odore che tracimava da porte e finestre chiuse o dai tetti di tegole sistemate a secco su un letto di canne. Per tenersi su col morale, questi ultimi s’inventavano frittelle rosolate e fumanti su cui spargere un velo di zucchero; il meglio stava nell’indovinare l’olio di frittura e il predominante aroma di bucce d’arancia asciugate per tempo al fumo del caminetto e tritate finemente. In un giorno di quelli, in un viottolo del quartiere del porto, più noto dal soprannome del bottegaio all’angolo che dal nome del personaggio storico a cui è ufficialmente dedicato, stante un’aria già mite e senza vento, con l’atmosfera intrisa di odori e di lezzi, in una stanzetta posta sotto il tetto di fianco a una finestrella da cui si vedevano il cielo che a volte tremava e le tegole stanche, venne alla luce una creaturina che aveva gli occhi da gufo, la fronte da gufo, il naso adunco come il becco d’un gufo, la bocca inespressiva e le orecchie che tiravano su come i ciuffi delle penne di un gufo: era nato un bambino-gufo. Ne parlò l’ostetrica per prima, inorridita non tanto dai tratti del viso quanto dalla peluria insistente su tutto il corpicino, ma si contenne sul particolare; ne parlarono le donne; ne parlò chiunque lo vide perché in tanti si recarono a fargli visita, con la scusa di un dono, in danaro o in natura andava bene comunque, visto che la madre era una giovanissima, povera e senza famiglia accertata. A fine serata, nelle osterie del porto volarono contese di stornelli riferiti alla creatura che in attesa di un nome vero fu indicato come Gufo-bambino.

domenica 11 marzo 2012

S'amparu de su sardu e sos politicos sardos in limba italiana


 de Vittorio Sella

Dae su guvernu de Roma arrivat sa defensa de sa limba sarda. Gai contan sos quotidianos de Sardigna in custas oras. S'amparu est unu meritu de sa leze n°482/99. Pro tantu a mie paret chi sas novitates sien pacas pro sas iscolas, sos comunes, sas provintzias e pro sa matessi Regione sarda. Chi ischit chi dae tempus esistit sa carta de sas minorias europeas, e duncas de sas limbas presentes in Italia, e in Sardigna.
Su chi toccat est a sichire su caminu pro sa limba sarda: e comente? De sicuru non faeddanne in italianu, comente an fattu sos politicos chi an contatu unu mare de bene a favore de s'amparu de su sardu. Ma a calesisiat limba, italiana, franzesa, ispagnola, o inglesa, pro sichire a campare, pro non morrere a istenios, li pertoccat de esistere, manitzanne sas abilitates presentes in sa mente de cata pessone, manna o minore chi siet. E cale sun? Sa risposta est meta crara: sa cumpetenzia est de iscriere, de aeddare, de ascurtare e de leghere.
Su valore de calesisiat limba naschit e sichit a campare ponenne a pare sas abilitates contatas innantis. Custa est sa manera pro sichire s'amparu de sa limba. Dae s'iscrittura naschin sos contos, sas canzones, sas ideas de  su munnu, si collin sas paraulas, sos arrejonos e sos giudissios. Pro istare in tema naro chi mi esseret piaghita sa lettura in sardu de sas opiniones contatas dae sos politicos in sos zornales de su deche de martu. Unu cussitzeri regionale m'est passitu de paca memoria, ca sa didattica de su sardu non at a naschire dae cras manzanu.
S'imparu de su sardu est parte intro sos programmas de s'iscola, comente sapin sos mastros e sas mastras, sos professores, riccos de sentitos pro sa limba sarda e sos fattos de s'istoria. Pro tantu diat essere menzus chi sos chi naran paraulas in bonu pro sa limba sarda, ne dien sa prova. E non tenzan s'irgonza, ca in sardu si potet contare calesisiat pessamentu. Si potet senas s'iscrittura, macari s'abilitate de metas  zornalistas connoscat lacanas. Custu intoppu, isco chi b'est.
Ma canno b'est su dinari, ca “pecuniat non olet”, m'abbizo chi S'Unione e Sa Nuova imprentan pazinas in limba sarda. E sos zornalistas de sa Rai sa limba, cussa chi partit dae sa gorgoena, l'imprean, arrejonanne in sardu. At a essere pro su dinari, pro custu motivu mi paret chi sas difficultates si potan brincare, comente capitat in certas oras de sa chita, o in certas pazinas de sos quotidianos sardos. Su sentitu corale, pro me, non naschit dae su dinari, ma dae sa limba chi naschit intro de sa pessone.
Chie comunicat in sardu, secat tottu so ligatzos, presentes in sa mente  e in sa cultura monolimba imparata in sas iscolas. E gai sichinne s'intennet liberu, riccu de sa connoschenzia de sa ateras limbas, danne sa proa  chi credet in su chi valutat, nanne chi est a s'ala de su populu sardu. 

sabato 10 marzo 2012

L'Italia si accorge della Carta europea delle lingue e ratifica


La notizia ufficiale è: “Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro degli affari esteri e del Ministro per gli affari regionali, ha ratificato la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie. La ratifica va considerata come un recepimento formale dei contenuti della Carta, dal momento che l’Italia è intervenuta con una legge in materia già nel 1999” (Comunicato del Consiglio dei ministri). Su questa bella notizia, attesa dai più ottimisti dal 1992 quando fu redatta la Carta europea e dai più fin dal 2000 quando l'Italia la firmò, si è inaugurata in Sardegna la sagra della approssimazione mediatica e del tartufismo politico.
Quotidiani e Tv straparlano del fatto che il governo Monti ha autorizzato l'insegnamento del sardo a scuola. Per tutti, un titolo: “Nelle scuole italiane sarà possibile insegnare anche il sardo”. Per carità di casta non insisto sul fatto che l'ignoranza non solo non è una scusante, ma non è mai buona premessa per scrivere. La possibilità legale di insegnare il sardo a scuola deriva dalla legge dello Stato n. 482 del 1999, non dalla Carta europea che, semmai, rafforza i diritti delle lingue di minoranza. Quei diritti, sia detto per inciso, che proprio i media quotidianamente calpestano.
Esulta il segretario del Partito sardo, Colli, al quale credo vada riconosciuto il merito di aver riesumato all'attenzione del suo partito la questione della lingua a lungo sepolta da un'ondata di economicismo. Ed esultano l'assessore regionale della Cultura Milia e il presidente della Regione Cappellacci, con l'aria di dirci: Adesso che il Governo italiano ha ratificato la Carta, vedrete che cosa saremo capaci di fare. In realtà, come lo stesso Monti suggerisce con quel “recepimento formale”, non c'è alcun potere in più per la Regione rispetto a quelli che già aveva avuto con la legge 482. L'insegnamento del sardo a scuola era già possibile con quella legge dello Stato, come ricorda l'appello lanciato dal Comune di Sardara.
Però faremo finta di credere che la insufficiente iniziativa della Regione in merito di insegnamento del sardo a scuola (insufficiente, non assente, va sottolineato), derivasse dalla mancata ratifica della Carta europea. Oggi questa ratifica pare ci sia (dico pare, perché non so se basterà la decisione del Governo o ci vorrà quella del Parlamento). Vedremo se il finanziamento regionale della lingua sarda e delle altre lingue proprie della Sardegna sarà adeguato o se continuerà a rappresentare la ridicola percentuale di sempre, alla faccia della considerazione – questa sì importante – fatta dalla Regione secondo cui la lingua è motore di economia. Comunque sia, l'atto compiuto ieri dal Consiglio dei ministri è importante e conforta quanti da decenni si battono per il sardo e per il gallurese, il sassarese, l'algherese, il tabarchino. Speriamo, come suggerisce Roberto Bolognesi nel suo blog, che non perdiamo la grande occasione inseguendo la nostra passione per la divisione.