mercoledì 25 novembre 2009

Soliloquio sul ritorno i la Sarditat mia

di Davide Casu

Non ricordo quando fu il giorno che vidi le opere di Amedeo Modigliani la prima volta, rammento però che del suo genio non compresi nulla, tanto che per molti anni buttai quelle poche immagini serbate in uno dei miei magazzini bui della memoria dicciottenne... e me ne dimenticai sin quando, giá nel proseguo degli studi, cominciai a prendere in mano i testi di "Derrida”. Può essere che non vi sia relazione alcuna “mì”, forse, apparentemente magari!
Ho sempre avuto, però, una speciale predilezione per infischiarmene di ció che leggo e farlo suonare dalle mie corde e Derrida quindi giá non c'era... Però, non so spiegarlo in altra maniera, ora vedevo davvero Modigliani, e lo guardavo faccia a faccia. Immagino fosse per quella sua irrepetibile facoltá di individuare, in quelle sue linee sintetiche, gli archetipi di ciò che è umano, o come la chiamava lui: “della razza”; Derrida che aveva decostruito le mie certezze me ne fece dono.
Cominciavo, a pari passo, a fare mente sul bimbo che fui, l'unico sardo che sono stato in vita mia. Stavo giá a Torino e risuonava nella mia testa una frase martellante che supponeva, quando in me c’era ancora il verde e oro di campi, che non avessi mai pensato che avrei potuto credere nella sinuositá del pensiero né in quella della cittá... ma lo stavo facendo e, grazie a Modigliani, si faceva spazio il bimbo “gitat” a Surigheddu, “lluny de l’Alguer” ma vicino alla terra, la terra quella materiale, lei tra le mie mani, mio padre col suo sguardo limpido che solo a chi sta in pace puó appartenere.
Non ero stato capace, negli anni, di comprendere il perchè “mon pare” fosse un uomo sereno; me ne avvidi solo quando lasciai sa Sardinnia e col tempo, tra le letture e lo schifo della cittá, mi ero contaminato anch'io, e ancora quel bimbo, l'unico sardo che fui, l'animale che avevo ucciso per creare l'uomo che sono diventato, cominciò a puntare il dito verso la terra sarda. Strana cosa: di solito gli adulti sono avvezzi ad immaginare se stessi accompagnando il loro alterego infante per le strade della vita, mentre per me era il contrario...
Cos'era ciò che mi chiamava? Istinto, radici, lingua, storia?... Non solo: era la terra, quella che zappava mio padre e tutto quanto da essa generava: la primordialitá dell'esistenza in quelle azioni sistematiche di babbo, l'animalitá insita in quella purezza che straripava abbondante dai suoi occhi... ed il bimbo, quell'animale che ora pretendeva tornare “en casa”, lui che aveva pisciato tutto il suo territorio e dal quale io lo avevo strappato... a su mere sou.
Manca un mese al ritorno e mi chiedo dove sia la sarditá se non v'è terra, la terra sarda, con la sua chimica, la sua materia organica… Me lo chiedo ora che mi accingo a “torrare”..... Dov'è la sarditá se non c'è quella realtá, non il concetto che è cosa artificiosa, ma se non c'è quella realtá rudimentale dello svolgersi della vita, se non sussiste quell'azione atavica e tribale del vivere vero, ossia legato all'esistenza e non all'abitare. Se così non stanno le cose, starei ritornando in Sardegna? O posso anche rimanere in “terra anzena”?... Forse sospetto od avverto che sono la, sull'orlo tra vivere e definitivamente destinarmi ad abitare soltanto, in una Sardegna qualsiasi, che puó stare di qua come in qualsiasi altra cordinata di questo globo...

martedì 24 novembre 2009

YHWH = Adonai = 200 = yh.h ’ag ’ab (e la chiave per capire)

di Aba Losi

Il saggio “Early letter names” di Finn Rasmussen si articola lungo tre idee principali: 1) l’alfabeto Ugaritico di 30 lettere nacque in un tempio, per scopi religiosi; 2) ogni lettera corrisponde ad un giorno del mese soli/lunare ideale di 30 giorni; 3) l‘ alfabeto di 30 lettere è formato da acronimi il cui sviluppo forma un poema religioso, fatto di 15 parallelismi (i parallelismi sono una tecnica ben documentata nei testi Ugaritici. Il saggio è ricco di riferimenti e ben costruito, anche se Rasmussen forza un pò la mano in qualche punto incerto; riprende ipotesi in parte già formulate da altri studiosi, mentre il punto 3 è del tutto originale. Ciò che ha colpito di più la mia immaginazione però è il punto 2), perchè è quello che maggiormente si presta ad una analisi quantitativa dell'alfabeto alla luce del ciclo delle fasi lunari. Il primo passo è stato associare ad ogni lettera-giorno un numero pari alla percentuale di Luna visibile (al momento della sua apparizione). Occorre scegliere un qualsiasi mese sinodico di 30 giorni (alcuni sono di 29 essendo in media il mese sinodico fatto di 29.53 giorni), con plenilunio al giorno 15 e luna nera al giorno 30.
Sono i numeri in rosso, a sinistra della figura qui accanto. L‘ ordine in cui le lettere sono presentate è quello Ugaritico. Notate che le 22 lettere ebraiche (sulla destra) seguono lo stesso ordine, con qualche buco e qualche eccezione: in particolare la shin (š, un suono analogo a sh nell‘ inglese shine) Ugaritica si trova in 13esima posizione, mentre la š ebraica (la penultima lettera, corrispondente alla nostra S) accorpa la š e la t ugaritiche (la t, 25esima posizione, ha un suono paragonabile al th interdentale nell'inglese thin).

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Vd. anche puntata precedente

lunedì 23 novembre 2009

L'industrializzazione è alla frutta. Politica e sindacato anche

Vogliamo finalmente dire, senza infingimenti, che stanno arrivando al pettine tutti i nodi della sbagliata industrializzazione della Sardegna? E che siamo nel bel mezzo di un marasma politico e sindacale che sembra senza uscita? Da un lato c'è l'incapacità (o forse solo l'impossibilità) dei governi italiano e sardo di trovare una via di uscita nei meccanismi del mercato mondiale della chimica e dell'alluminio. Dall'altro il cinismo della politica e di parte del sindacato che non resiste alla tentazione di usare la disperazione per fini collaterali e di scatenare guerre interne ed esterne alla maggioranza di governo, in Italia e in Sardegna.
Sullo sfondo, il dramma di migliaia di lavoratori portati all'esasperazione dai pericoli che vedono immediati per la loro occupazione, dalla incertezza circa possibili soluzioni, dalle risposte che governi non statalisti (almeno in economia) non sanno dare, dal cinismo di coloro ai quali non par vero poter scaricare su chi governa responsabilità che sono, politicamente ma soprattutto culturalmente, anche loro. Mi ha colpito favorevolmente, in questi giorni di scontro intorno alle vicende industriali della Sardegna, l'appello di un sindacalista della Cgil di Sassari. Antonio Rudas, segretario provinciale di quel sindacato, ha fatto appello ad un ampio movimento di popolo, “superando le anacronistiche divisioni sindacali e partitiche. Abbiamo bisogno di uno scatto di orgoglio alto, di un vero e proprio moto popolare. È arrivato il momento, ancora una volta, di fare i conti con la nostra storia”.
Già nel passato, Rudas aveva invitato a “fare i conti con la nostra storia”, affermando che classi dirigenti responsabili avrebbero dovuto prender atto che la chimica sarda è arrivata al capolinea e che da subito bisogna mettersi in testa di elaborare un nuovo modello di sviluppo della Sardegna. Anche la produzione di alluminio in Sardegna è arrivata al capolinea, visto che costa troppo produrlo con i prezzi dell'energia di cui l'alluminio è non consumatore, ma divoratore (500 mila euro al giorno, spende l'Alcoa, quanto una famigliola consumerebbe in 5.000 mesi).
La retorica industrialista e operaista che soffiò sulla nostra Isola negli anni della cosiddetta Rinascita, e subito dopo, non fu solo dei governi sardi di allora, democristiani, ma, politicamente e soprattutto culturalmente, anche della sinistra e del sindacato oltrecché della intellettualità metropolitana, immemore, essa per lo più marxista, della feroce critica di Marx all'ideologia. Sull'altare di quel feticcio, si sacrificò (si tentò di farlo) l'identità considerata nemica del progresso, si accettò che da fuori della Sardegna si decidesse di paracadutare industrie fortemente inquinanti ed altre fondate sul consumo abnorme di energia elettrica e persino – c'è chi lo ha dimenticato – una fabbrica di bioproteine (fortunatamente messa da parte perché produttrice di tumori) e una per la liofilizzazione del caffè brasiliano. Chi lo trova, legga o rilegga “Il golpe di Ottana” di Giovanni Columbu: qualche editore potrebbe pur ristamparlo, a memoria di chi era grande allora e ad ammonimento di chi allora non lo era.
Le culture politiche di oggi non possono far finta che questo disastro industriale non fosse annunciato, né a destra, né a sinistra, né in qualsiasi altro inutile punto cardinale della politica sarda. Alle classi dirigenti sarde, dalla partitica alla sindacale alla imprenditoriale e, se ci fosse, a quella culturale spetta un compito diverso da quello ricavatosi di “polli di Renzo”. Prendere atto che l'industrializzazione esistente è, complessivamente intesa, alla frutta, che bisogna favorire la nascita di quel movimento di popolo di cui parla Rudas, che bisogna fare l'impossibile per salvare lavoro e dignità alle migliaia di persone che stanno per perdere l'uno e l'altra. E che da subito è necessario lavorare a un modello di sviluppo nuovo, quel “nuovo modello di civiltà” che Eliseo Spiga patrocinava come strumento per uscire da questa barbarie prevedibile e prevista.
Un sintomo di disumanizzazione? Il rifiuto degli operai dell'Alcoa di far uscire dalla fabbrica materiali indispensabile al funzionamento di una fabbrica romana i cui operai nulla hanno detto sulla disperazione dei loro colleghi sardi. Un circolo vizioso che manda alla malora la tanto ideologizzata solidarietà operaia e tutto l'operaismo che l'ha nutrita.

Su bantu de "seu Sardu", sa bregùngia de "purtroppo sono sardo"

de Pàulu Pisu

Sàbudu su 7 de donniasantu in Carbònia s’est fatu unu cumbènniu de importu mannu intitulau De s’istória furara a s’istória coment’e protagonistas. Su bellu acontèssiu, bòfiu de Mario Puddu e apariciau impari a s'assòtziu s'Àndala de Carbònia teniat cumenti de reladoris a Puddu etotu, docenti e linguista autori de ditzionàrius e grammàtigas de sardu, Salvatore Cubeddu, sociòlogu e Federico Francioni, stòricu. Is reladoris faint parti de sa Fondazione Sardegna, sa pròpia fundatzioni chi at agiudau a apariciai s'àteru cumbènniu de importu mannu fatu de pagu in Ollolai: Sotto l’albero di Ospitone.
Puddu cun sa relata Su “buco nero” de s’iscola italiana, at ammostau s'arresurtau de s'anàlisi fata asuba de unus cantu cursus de stòria in adotzioni in tres scolas mesanas, mèdias, de s'ìsula, unu de custus est su de Sàrdara, NOI SIAMO LA STORIA - Mondadori, e un'àteru testu umperau in d-unu ginnàsiu de Carbònia.
Sa relata s'at ammostau ca in custus libbrus (ma podeus de seguru nai in totu is libbrus de scola), sa storia nosta no est contada. Calincunu fueddu, ma no sempri, asuba de sa civiltadi de is nuraxis e pratigamenti nudda àteru. Candu aparessit su fueddu Sardegna est giai sempri in funtzioni de sa stòria de is àterus e bortas meda contant po fintzas fàulas mannas. Sa prus eclatanti est cussa chi narat ca in s'edadi de is Judex, Giudici-re, sa Sardìnnia fiat genovesa e pisana, trastochendi aici unus 400 annus de stòria prus che dìnnia. Civiltadi chi iat prodùsiu prendas che sa Carta de Logu, lei de is prus modernas de s'Europa de su tempus, unu tempus anca Marianu IV, Judex e babbu de Lionora de Arborea, iat afranchiu po lei totu is serbidoris-mesu scraus candu bona parti de s'Europa fut ancora imboddiada in su scuriori de su feudalèsimu.
Cubeddu invècias cun sa relata Lo studio della storia nella formazione della coscienza di un popolo at fueddau de s'importu po unu pòpulu su connosci sa stòria cosa sua e spricau poita est chi sa nosta no dd'agataus in scola. Una relata chi si fait cumprendi cosas medas e chi si fait sucai su feli: su pigai cuscièntzia de certas chistionis podit essi unu pagheddu cumenti de nci arrui de suncunas spollaus, in s'ierru, aintru de unu corropu de àcua frida che sa nii.
Sa relata de Francioni A tempos de Giommaria Angioy est apitzus de custu grandu personàgiu de s'acabbu de su 1700 e primus annus de su 1800, chi a unu certu tretu de sa furriada de is sardus contras a savojas e feudatàrius iat ghiau is sardus. Una furriada chi at connotu una partecipatzioni populari chi no tenit cunfrontu in nisciuna àtera parti de Itàlia avedali. Agataus in scola calincunu acinnu a custus tempus de grandu importu po is sardus? Provai a biri bosàterus etotu me is libbrus chi seguramenti teneis ancora in domu. Sa chistioni est: funt is stòricus inniorantis ca no scint o ddu est calincuna àtera arrexoni?
A merì s’est spoddiau su dibbàtidu: leaders indipendentistas e àterus aproliaus po circai de biri is cosas de un'àtera prospetiva. Chi un’ataciada, una crìtica, dda depu fai est po su tropu tempus lassau a is polìtigus ca ant furau tempus meda a s’arrexonada.
Podeis ascurtai e biri siat is relatas che is interbentus innoi: Chi eis a tenni sa passièntzia de biri custus vìdeus de interessu stravanau, provai a arrespundi a sa domanda innoi asuta.
Si parrit normali chi sa scola sigat a cuai a fillus nostus sa stòria insoru?
De unu pagheddu de tempus in sa scola de Sàrdara aintru de su consillu de istitutu babbus e mammas funt domandendi, cunfromma a is leis de statu e regioni de acostai a su programma ministeriali de stòria cussu de sa terra nosta. Is leis giai ddu previdint.
Abetendi chi si ndi scidit sa Regioni Sarda, de sempri dormida asuba de custas chistionis, seus me i manus de cuscièntzia de sa classi docenti de Sàrdara. Spetat a maistus e professoris a detzidi chi est cosa de profetu sighiri a cuai a fillus nostus sa stòria insoru (e lìngua e cultura prus in generali). Tocat a issus a detzidi chi est unu beni o unu mali po fillus nostus a ddus agiudai a pigai cuscièntzia de su chi funt o sighiri a ddus fai castiai sceti a su mundu e a sa cultura de is àterus sighendi a ddis fai pensai ca babbus e abus insoru no ant prodùsiu una cultura dìnnia de sa scola.
Tocat a sa scola a nai chi est importanti chi fillus nostus potzant nai cun bantu: seu Sardu! O cun d-unu pagheddu de bregùngia e a faci in terra: purtroppo sono sardo! E cumprendi is implicatzionis mannas in tèrminis sòtziu-econòmicus po su benidori insoru.
Po immoi sa scola at scritu me is finalidadis educativas de su POF: privilegiare percorsi che valorizzino la storia, la lingua e la cultura della Sardegna al fine di fornire una piena consapevolezza del proprio codice identitario. Est giai calincuna cosa chi si fait castiai cun ogus de speru. Eus a biri chi at a preni de cuntènnius, contenuti, custus printzìpius o chi invècias ant a abarrai sceti fueddus mortus e scavuaus in d-unu arrogu de paperi a fai cumpangia a sa cuscièntzia de is sardus cuada in su scuriori de s'innioràntzia.

domenica 22 novembre 2009

Diario di viaggio di un ambasciatore della pittura sarda

di Diegu Asproni

Quando Antonella Riem Natale, preside della facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università di Udine, ai primi di luglio mi invitò a presentare i miei dipinti e il mio documentario Sa terra e su chelu alla Conferenza Internazionale Id-Entities del 9-10-11 novembre, provai un sentimento di gioia grande perché il mio lavoro veniva così chiaramente valorizzato.
Sentivo anche l’onore e la responsabilità di rappresentare culturalmente la Sardegna in un luogo dove avrei incontrato artisti Friulani, Turchi, Cheyenne, Siciliani, Aborigeni Australiani.
Pensai subito a Tomasella Calvisi che con le sue voci e suoni aveva curato in modo egregio la colonna sonora di Sa terra e su chelu; così eravamo in due a con-dividere questo onore portando in Friuli tradizione e creatività.
A settembre misi da parte affreschi, encausti e disegni. Poi selezionai i colori che avevo raccolto negli ultimi tre anni: le ocre gialle degli altopiani, le terre rosse delle pianure, i verdi del Logudoro, le ematiti delle zone minerarie, i neri delle isole. Il 25 settembre con l’aiuto degli amici minatori avevo trovato il bianco...
Nella foto: Djalu Gurruwiwi con Diego Asproni

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venerdì 20 novembre 2009

Onore al nostro grande Maestro

di Francesco Casula

Giovedì pomeriggio, in un ospedale cagliaritano, Eliseo Spiga ci ha lasciato.
Se n’è andato in silenzio, senza clamore. Sofferente. Negli ultimi mesi soprattutto, quando le sue fibre fisiche hanno iniziato a cedere. Ma la sua testa continuava, lucida, a produrre. Ha continuato fino agli ultimi giorni a studiare e a scrivere. Stava lavorando per un nuovo romanzo. E stava scrivendo poesie in sardo. Dieci giorni prima di morire è venuto nella mia casa di Flumini di Quartu –abitava a qualche chilometro di distanza, nelle campagne di sant’Isidoro- per ritirare il bando di Concorso del Premio Ozieri, cui voleva partecipare. Negli ultimi due anni infatti si era dedicato anche alla poesia in limba: aveva persino vinto premi nei Concorsi di Escalaplano e Iglesias.
Con Eliseo Spiga scompare un grande combattente, uno degli intellettuali più lucidi e creativi della Sardegna: un intellettuale sanguigno, irregolare e disorganico a Partiti e camarille, renitente e utopistico. Spiga si ribellava infatti allo sfacelo e alla società alienata della apparente razionalità capitalistica del sistema economico e sociale occidentale. In altre parole non si conformava e non si arrendeva alle logiche e alle ragioni della modernizzazione tecnicista, al mito dello Stato e del mercato, al dio moneta
Ci lascia costernati. Abbiamo perso un amico e un maestro. “Un uomo storto” si definiva fra il serio e il faceto: per me, per noi militanti etnicisti, per noi della Confederazione sindacale sarda, era una guida intellettuale e morale, un combattente, fino all’ultimo respiro, perché questa malfatata nostra Isola, si liberasse dalle catene che la inchiodavano alla dipendenza e alla marginalità.

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Eliseo Spiga se n'è andato per sempre

Eliseo Spiga se ne è andato senza poter compiere il suo ottantesimo compleanno. È stato uno degli intellettuali sardi più importanti della nostra contemporaneità autonomista. Dire che fu scomodo, e per questo mai molto amato dal potere con cui entrò in contatto, può sembrare frase fatta, ma non lo è. Basta vedere come sui quotidiani sardi si parla e non si parla della sua morte.
Per chi lo conobbe, questo ricordo può apparire minimalista, chi non lo ha conosciuto penserà impossibile che in una società della comunicazione come la nostra, Eliseo sia passato tanto leggero da non lasciare se non scarse tracce nella coscienza dei nostri contemporanei.
I ricordi, nella immediatezza della sua scomparsa, fanno salti di tempo e di spazio e si comprimono affastellati l'uno sull'altro. La sua militanza nel Pci, l'amicizia con Feltrinelli, il suo “Sardegna, rivolta contro la colonizzazione” scritto sotto lo pseudonimo Giuliano Cabitza, la proposta di legge popolare sul bilinguismo, il Circolo Città-campagna, la nascita di Nazione sarda, la militanza nel Partito sardo d'azione, la fondazione della Confederazione sindacale sarda, le decine di interventi con articoli, opuscoli, manifesti di alta cultura politica come quello “della gioventù eretica”. E quindi, da grande, lo splendido romanzo “Capezzoli di pietra” e lo straordinario “La sardità come utopia. Note di un cospiratore”.
Uno legge questo libro e s'immagina un saggio etnologico, antropologico e politico, quasi un dossier sulla Sardegna e si trova davanti a un grande romanzo sul nuragismo e non solo. Non capita spesso leggere e riflettere su un libro, in questi anni in cui troppi sono gli scrittori che narrano non la Sardegna che c'è, quanto piuttosto quella che fuori di essa si immagina reale. Guide indiane, mescaleros che prendono per mano i soldati del re lungo i sentieri dei salti sardi. Per compensare questo servizio, i soldati del re, a volta mascherati da sindaci, a volta da partito di riferimento, li portano in giro per paesi e per città a raccontare ai sardi quanto arcaica sia la sardità, quanto obsoleta sia e inutile la lingua sarda, come sia giusto che il progresso l'abbia vinta sull'identità.
Eliseo, in questo romanzo-saggio e saggio-romanzo, parte dal contrario. Dalla sardità come valore grande della Sardegna, dalla balentia come concetto del mondo e della vita. Naturalmente, i soldati del re non hanno mai portato libro e autore a sedere nei salotti buoni della "Cultura che conta".
Secondo quanto scrive, le classi dirigenti sarde hanno una “percezione autonoma” assai scarsa. E cita come esempi l’opposizione fatta, quando era segretario della Confederazione sindacale sarda, alla contrattazione regionale dei dipendenti dell’Arst da un lato e al bilinguismo dall'altro.
“M’indispettiva la loro insofferenza per quanto era sardo come la lingua o le usanze, ma non il porcetto e l’agnello arrostiti” confida. E poi: “La Regione ha cambiato molte cose. Ha deteriorato l’esistenza dei sardi. Ha stravolto il cielo della Sardegna, un tempo popolato di molte stelle comunitarie e oggi occupato da opachi astri istituzionali. Riuscirà a scampare all’assalto delle sempre più fameliche oligarchie, e a dare l’avvio ad una potente organizzazione di autogoverno popolare o esploderà come una pecora gonfia?”
Nelle sue note di un cospiratore, Eliseo descrive quale sia il fulcro della sua utopia. I nuragici, scrive, ci sono apparsi già divergenti rispetto alla Storia, ma la prova principale del loro antagonismo assoluto ce la porta il fatto che non costruirono città. Neppure una. Fatto inconfutabile, ma occultato o tenuto in pochissima considerazione, perché scandalosa testimonianza del rifiuto della civiltà, tutta imperniata sulle città. Con il rifiuto della città, c’è la resistenza strenua ad uscire dalla preistoria per entrare nella storia,il rifiuto della gerarchia, l’opposizione alla monarchia sotto qualsiasi forma. Pressoché tutte le città – si legge nel suo libro – sono riferite ad un monarca o a una divinità. Per scampare al pericolo del comando unico, bisognava, insomma, scampare alla città. Quale monarca, quale divinità si scomoderebbe per dedicarsi a un villaggio?
Un giovanotto di quasi ottanta anni, contento del fatto che la senilità non comporta in persone come lui l'obbligo della maturità e della “saggezza”, ha scritto molto e bene di utopia (la Sardegna come “l'isola di Utopia”) ed è questo che lo fa scomparire giovanissimo dai nostri occhi ma non dalla mente.