giovedì 5 giugno 2008

Il mistero dell'ugaritico scomparso

di Giorgio Cannas

Se davvero, come dice il direttore del blog, questo viene visto in decine di paesi (Francia, Germania, Canada, Perù, Spagna, Stati Uniti, Australia, ecc.) non credo che stiamo facendo una gran bella figura. Ma non tanto per la polemica, che delle volte, se è sana, è il sale delle questioni, quanto per i contenuti.
Lascio da parte anch’io i toni da ipse dixit che provengono da noti bambinoni “critici”, pasticcioni quanto testardi. Preferisco subito parlare di cose concrete. Dal momento che il dott. Usai sembra davvero pronunciarsi a titolo non solo personale, posso sperare di ricevere da lui subito una risposta. Una risposta che riguarda proprio la scrittura nuragica, quella che “stranamente” non trovano mai gli archeologi “specialisti”.
Gianni Atzori e Gigi Sanna da diverso tempo e più volte nei loro scritti hanno parlato dell’esistenza di un coccio nuragico con dei segni di tipo cuneiforme. Ci hanno persino stancato con questa tiritera. Tale coccio è stato rinvenuto, secondo gli autori, nelle campagne di Mogoro (ma più probabilmente in territorio di Villanovafranca) alla fine degli anni ’80 dagli archeologi scavatori autorizzati. Testimoni dell’evento il prof. Raimondo Zucca, che ha riferito della scoperta, ed il prof. Pettinato dell’Università di Roma che lo ha visionato.
Poiché il fatto mi ha incuriosito da tempo e poiché la conferma della presenza del cuneiforme in un frammento di ceramica nuragica potrebbe spiegare molte cose (ad esempio se il tipo di cuneiforme è quello ugaritico, come quello di Tzricotu), ho provveduto a telefonare personalmente al prof. Pettinato per sapere dalla fonte diretta se la notizia corrispondesse al vero. Il professore gentilmente mi ha subito risposto dicendo che il coccio con i segni cuneiformi lo aveva visto e lo ricordava bene, anche se non sapeva dire chi in quel momento lo potesse custodire. Ha aggiunto però: “forse colui che aveva la direzione degli scavi”.
Cito il nome di queste due persone non solo per la loro notorietà ma anche per la loro pronta disponibilità, almeno credo e spero, a testimoniare di quello che hanno riferito. Il prof. Zucca nel 1995 a Gigi Sanna e Gianni Atzori , il prof. Pettinato a me qualche mese fa. Si dice dunque che gli archeologi e la Sovrintendenza non “nascondono” nulla e che tutto mettono a disposizione della gente. Ma allora il coccio dov’è? Perché, nonostante le insistenze degli studiosi, non si riesce a sapere nulla dell’oggetto? Non si potrà certo dire che sia passato poco tempo e che si stia ancora studiando. Dopo quasi trent’anni! E dal momento che parlo di oggetti in qualche modo “spariti”, perché non si dice dove si trova il cosiddetto ‘brassard’ di Is Loccis –Santus (nel disegno qui sopra).
Il prof. Atzeni dice e scrive (in Ministero per i Beni Culturali e ambientali. Soprintendenza Archeologica per le Provincie di Cagliari ed Oristano, Carbonia ed il Sulcis. Archeologia e territorio, 1995, p. 134) che si trova nel Museo di Villa Sulcis di Carbonia.
Se non che, l’oggetto nel Museo non c’è; anzi non c’è mai stato, secondo l’autorevole testimonianza della Direzione del Museo stesso. Se chiedo umilmente dove si trova, come hanno chiesto numerosi visitatori del Museo di Carbonia, commetto forse un reato di lesa maestà? Il dott. Usai inoltre tende, a mio parere, ad imbrogliare un po’ le carte dicendo che le pietre, le tavolette ed altro di scritto le trovano altri e mai gli archeologi. Davvero? E allora il detto brassard di San Giovanni Suergiu chi lo ha trovato e studiato? E chi ha trovato e studiato il sigillo di Santa Imbenia di Alghero? Chi ha trovato e studiato la lametta in oro di Pirosu su Benatzu? Chi per primo ha visto e studiato (privatamente) l’anello di Pallosu di S.Vero Milis? Chi per primo ha visionato e studiato (privatamente) il ‘nuraghetto’ scritto di Uras? Ecc. ecc.
Quanto poi alle pietre ‘interessanti’ (di Paulilatino e di Abbasanta) di cui parla il dott. Usai, lo “interesse” su di esse è già scaduto perché qualcuno parla ancora, per intorbidare le acque, di ‘bufale’, di ‘numeri romani’, di miliari, di pastorelli che si sarebbero divertiti a fare delle incisioni. E tutto va bene, perché fanno così il gioco di certi archeologi intellettualmente disonesti.

1 commento:

giacomo ha detto...

salve: sono un ricercatore e studioso ligure di genova: sono pienamente d'accordo con Lei, per tantissime "buffale" che scrivono tali "professori", oltre a tante falsità di reperti.Questa non è cultura tardo antica" La problematica è ben diversa! Per poter dare uno studio con prove e quant'altro, bisogna essere annoverati nelle grazie di certi "facendieri" ed essere iscritti come "onorari" alle varie Soprintendenze. Anche se fosse scoperto qualche cosa di veramente clamoroso (con prove, etc.) saresti passato per un "imbecille".La saluto (jacqueslarouge@libero.it)