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giovedì 12 luglio 2012

Tziu Micheli e il provincialismo dei media sardi

La maniera con cui le direzioni dei media sardi hanno trattato la morte di Michele Columbu mi fa pensare che da quelle parti comandino extraterrestri. Salvo Sardegna quotidiano, non uno che abbia dedicato alla scomparsa di uno dei padri dell'autonomia sarda un titoletto in prima pagina o in apertura dei telegiornali. Nella gerarchia delle notizie più importanti di ieri (quella cosa che dà il segno di come la pensi chi dirige un media) c'è di tutto, non il fatto che Michele Columbu ci ha lasciati. Fa impressione vedere che persino il sito di un dirigente sardista come Paolo Maninchedda lo ignori.
All'interno dei quotidiani e dei telegiornali ci sono articoli diffusi, alcuni molto belli. Ma al primo colpo d'occhio, la sensazione è di leggere o ascoltare qualcosa di confezionato fuori dalla Sardegna da gente che neppure sa chi sia stato, nella storia della nostra società, il dirigente sardista morto ieri. Da extraterrestri, appunto. Forse si tratta solamente, si fa per dire naturalmente, di ordinaria insensibilità e di cinica considerazione che il racket delle schiave vende, la morte di un padre della patria sarda, no. Eppure c'è una spia che, forse, fa capire qualcosa di più. Perché un improvviso malore di Antonio Di Pietro vale un titolo in prima pagina e la scomparsa di Columbu no?
Temo che la spiegazione vada cercata nell'immarcescibile provincialismo di gran parte della stampa sarda. “Parent batidos dae Continente” sfotte questo atteggiamento un antico mutu sardo che descrive la bellezza di fiori autoctoni. È lo stesso atteggiamento che sollecita i giornali a mobilitare i loro cronisti per andare a intervistare qualsiasi scalzacane, cantante o ballerino o politico che sia, atterrato o sbarcato in Sardegna. Magari per sentire banalità non differenti da quelle che qualsiasi cantante, ballerino o politico sardo sarebbe capace di aspergere. Sì, ma vuoi mettere? Sono cazzate di importazione.

venerdì 6 luglio 2012

Arzana e quel reportage con aggettivi eccessivi

di Vittorio Sella
Ci sono pregiudizi duri a morire nel circuito della informazione che si occupa di banditi e banditismi. Spesso si cade nell'errore di abbinare il giudizio negativo sul  racconto delle imprese del fuorilegge al paese in cui è nato il bandito. In questo modo viene coinvolta l'intera comunità condannata a subire un'ondata di luoghi comuni in chiave spregiativa. Ma c'è anche chi si spinge più a fondo, va oltre l'aspetto del vivere sociale della collettività-paese ed equipara l'assetto urbanistico de centro abitato alla forma dell'arma usata dal bandito al centro delle cronache.
Nel recente passato un paese del nuorese, martoriato da una criminosità elevata, è stato equiparato alla forma di una pistola. Qualche giorno fa ad un paese dell'Ogliastra è toccato scoprire che  l'assetto urbanistico del  proprio centro abitato assomiglia alla forma del fucile. Poche righe leggibili all'interno di un ampio reportage pubblicato a cura di Attilio Bolzoni  nell'inserto La Domenica di Repubblica con il commento dello scrittore sardo Marcello Fois. Al centro dell'ampio servizio giornalistico ci sono le vicende di Attilio Cubeddu, definito l'ultimo bandito.
Fatti di cronaca nera che i quotidiani  sardi hanno più volte messo in risalto. Ma in questa occasione ciò che colpisce è l'aggettivazione  che  Attilio Bolzoni seleziona per offrire al lettore domenicale un quadro della comunità di Arzana, paese dove Attilio Cubeddu è nato. Ogni  aggettivo è un giudizio senza appello in attesa dell'uscita di scena dell'ultimo bandito di Arzana “paese con il destino segnato” e “con il marchio ignobile”. L'affondo è leggibile qualche riga prima, quando è descritta la forma urbanistica di Arzana, simile “alla forma di un fucile” secondo le parole che  Attilio Bolzoni scrive di aver “raccolto da un amico sardo”.
E cosi le ha riportate senza quello spirito critico che negli anni '60 e '70 del secolo scorso animava la schiera degli inviati speciali che si precipitavano in Sardegna per narrare vicende di banditismo, di sequestri di persone, di sottosviluppo e ansie di rinascita. Gli inviati di quella generazione, prima di scrivere, bussavano alle porte degli storici, degli antropologi, dei giuristi e dei grandi avvocati. In molti vi era la voglia di capire, di andare  oltre le misure repressive, ad eccezione di qualcuno, speciale al contrario, favorevole alla soluzione finale come mi era capitato di leggere in un settimanale di vasta diffusione.
Parole che avevano l'effetto di contribuire a far salire la febbre alta nel corpo in sofferenza della società sarda. Da giovane studente liceale ne soffrivo perché avvertivo l'assenza di orizzonti e di futuro. Ora che so i confini tra i fatti delle cronaca e le opinioni non riesco a giustificare quella sequenza di aggettivi sulla popolazione arzanese. Che trovo sotto processo in attesa di appello.



domenica 4 marzo 2012

Avvoltoi col cuore in mano


Quando ieri mattina si è sparsa la voce della liberazione di Rossella Urru, il primo impulso è stato di scrivere su questo blog la mia contentezza, certo di impersonare un sentimento comune a tutti noi. Pochi secondi di riflessione e hanno prevalso prudenza e cautela. Quelle stesse che avrebbero dovuto consigliare le centinaia di gestori di blog, giornalisti tv e radiofonici e persino il presidente della Regione sarda, tutti ad esultare per una notizia che ancora ora mentre scrivo, le nove del mattino, è tutt’altro che certa.
Sapendo che il Ministero degli esteri non aveva dato la notizia dell’avvenuta liberazione, sapendo che Al Jazeera non è proprio nota per l’accuratezza dei suoi controlli sulle fonti, ho pensato giusto non unirmi all’enfasi mediatica. Per una ragione fondamentale: la Farnesina, che aveva nella regione suoi inviati, aveva tutto l’interesse a confermare la liberazione della umanitaria sarda, se non altro per potersene dare il merito, totale o parziale. Se questa conferma non c’era – e non c’è ancora – qualche motivo doveva pur esserci. Non compromettere, per esempio, trattative complesse; non fornire ai rapitori, attraverso esultanze non fondate, occasione per una surenchère, un rilancio della posta; non dare l’impressione ai sequestratori – pare di Al Qaeda – che di loro si pensa che sono delle pappe molli sensibili alla mobilitazione degli occidentali. E altri motivi del genere.
Gli avvoltoi mediatici e politici non forzatamente agiscono per sete di sangue e incontenibile voglia di colpi di scena in cui primeggiare. A volte paiono agire a fin di bene, come in questo caso. Ma il saldo non cambia e si allontana sempre di più la possibilità di una pacificazione fra media, politica e opinione pubblica. 

giovedì 9 febbraio 2012

L'informazione, le gabbie territoriali e l'opinione pubblica in frantumi


di Vittorio Sella

Il dibattito che si sta sviluppando attorno alla “morte e resurrezione” di Sardegna 24 non è da sottovalutare, come hai rimarcato nel secondo intervento. Lo ritengo proficuo poiché si tratta di ragionare sul modo di rappresentare la Sardegna, i suoi drammi, i progetti politici orientati al futuro, compresa la forma istituzionale che dovrebbe superare l'attuale Regione Autonoma.
Di giornali e del modo di 'cucinarli' non si discute abbastanza, si omette sempre di chiarire il significato di “specialità” della Sardegna  e di come questa “specialità” viene recepita ogni giorno. Da anni la Sardegna l'abbiamo definita terra “tra due lingue”, condividendo una profonda analisi di Michelangelo Pira. Ma, mi sono sempre chiesto, i quotidiani sardi hanno saputo e voluto cogliere questa condizione che speciale non è? Un trentennio addietro è stato lo stesso Michelangelo Pira, che, esaminando il ruolo di Antonio Pigliaru, la rivista Ichnusa, e il modo di fare cultura in Sardegna, si soffermò sul ruolo dell'informazione.
In quel contesto ebbe ad affermare, con il coraggio delle idee che lo caratterizzava, che la stampa in Sardegna, sin da quando i torchi avevano cominciato a girare, “ha negato cittadinanza al sardo, alla lingua ancora parlata quotidianamente dalle classi subalterne”. Anche la stampa di orientamento “di sinistra” non ha colto il valore della comunicazione in sardo, nemmeno quella che veniva prodotta in quegli anni dall' “area maoista” , che si riteneva detentrice del riscatto delle classi subalterne.  Il limite era insito nella stampa stessa, ritenuta borghese, cioè in mano alla classe dominante.
Una definizione questa in uso nelle scuole di antropologia di orientamento gramsciano. E oggi, in questo tempo lontano da quegli anni, in questo tempo di dominio della video scrittura e di un nuovo modo di comunicare le idee, di fare i giornali, chi produce messaggi sul solco di quel patrimonio di pensiero (Antonio Gramsci e Michelangelo Pira) tiene conto di questa condizione? Gli intellettuali-giornalisti-sardi sono consapevoli che l'opinione pubblica non è monolingue? Certo, un quotidiano è un'impresa che si misura ogni mattina con il mercato.
Ma non credo che sia l'abbondanza delle notizie sull'ombelico della Sardegna che contribuisce a fare chiarezza sulle condizioni globali del corpo della nostra Isola. Su questa scia si sono mossi da anni i due quotidiani sardi: il risultato, secondo la mia opinione, è la frammentazione dell'opinione pubblica, relegata in “gabbie territoriali”. Si è contribuito a separare i territori, per cui ciò che accade a Cabras e Sedilo, non è noto a chi prende in mano il giornale a Ottana, Orosei e Siniscola, e viceversa. Abbattere queste barriere invisibili non è semplice, trattandosi di scelte editoriali consolidate e poco note. Ma è auspicabile una inversione di rotta che metta da parte anche l'ostracismo verso la creatività in lingua sarda, i suoi autori, che da anni testimoniano un modo di interpretare la Sardegna con romanzi, racconti e poesie di marca innovatrice.
Perché non 'aprire' alla realtà bilingue della nostra Isola? Se ci sarà, come è da auspicare, una ripresa di Sardegna 24, occorre che maturi la consapevolezza che il modello unico di comunicazione in Sardegna è stato superato da tempo: alla lingua italiana si è affiancata anche la lingua sarda. Perché non cogliere questo fermento culturale nel cammino della “resurrezione” di Sardegna 24? Se accadrà sarà un segno di specialità. Unu sinnu, per dirla con Michelangelo Pira, di rivolta reale e pacifica dall'interno “dell'oggetto Sardegna” .

mercoledì 1 febbraio 2012

Il quotidiano sardo che vorrei


di Vittorio Sella

Caro Gianfranco, tu sai che ci sono tanti grilli parlanti che pontificano da lontano seduti sugli altari di comodo innalzati dalle industrie culturali che della Sardegna fanno “mercato da vendere”.
Il coraggio della denuncia dei nostri mali sta nel vivere in Sardegna, nei nostri piccoli centri, nelle nelle nostre città, nelle periferie martoriate dalla assenza di prospettive di sviluppo. Non è pessimismo, ma cruda realtà, che reclama l'urgenza di una inversione di rotta e di un cambiamento sul modo di fare informazione.
Giovanni Maria Bellu, rientrando in Sardegna,si è messo su questa strada, mettendo a disposizione capacità, spirito di rinuncia e sacrificio, ma ha constatato, a sue spese, le difficoltà di mettere in pratica il sogno di una informazione 'altra', distante da quella che viene prodotta dai due grandi poli di condizionamento dell'opinione pubblica. Il sogno si è infranto, ma fa capire che un ritorno è possibile, doveroso per far rivivere una scrittura giornalistica di qualità, di approfondimento, di inchiesta, ora più che mai necessaria in questo tempo di abbandono delle imprese di marca coloniale.
Caro Gianfranco, tu, sei stato presente negli anni Settanta del secolo scorso con un periodico, Sa Sardigna, una rivista di controinformazione moderna e combattiva, aperta alla quotidianità delle problematiche della Sardegna di quegli anni, compresa la battaglia culturale sul destino della lingua sarda, sempre in morienza, ma mai defunta del tutto.
Per il dopo di Sardegna 24 sogno un organo di informazione a carattere periodico, presente in tutte le edicole della Sardegna, con spazi di analisi e di controinformazione in grado di smontare quanto viene prodotto ogni giorno a Cagliari e a Sassari. Non trascurerei gli spazi da dedicare alla creatività in lingua sarda, ai suoi autori che da anni testimoniamo un modo di raccontare, purtroppo relegato ai margini. Non c'è bisogno di notizie effimere, vacue, utili solo a scrivere titoli e riempire pagine in condominio con ampi spazi di pubblicità. Auguro che Walter-Zuanne, ricordi Gianfrà?, riprenda il suo cammino in Sardegna, perché, come scrivi, “un quotidiano fazioso vivo è sempre meglio di un quotidiano settario morto”. E di imprese che muoiono ne abbiamo in abbondanza.

PS - Walter Zuanne è lo pseudonimo usato da Giommaria Bellu per il suo esordio nel giornalismo, fatto alla fine degli anni Settanta sul periodico Sa Sardigna  [zfp]

domenica 29 gennaio 2012

In memoria di "Sardegna 24"


Quando chiude un quotidiano – e oggi lo ha fatto Sardegna24 – c'è sempre una confessione di impotenza. Ed è un fatto drammatico sia per chi ci lavorava, sia per il gruppo che lo ha edito, sia per chi lo ha accompagnato nella vita illudendosi che fosse forte di lettori e sostenitori. Accomiatandosi, il direttore Giommaria Bellu ha assicurato che si tratterà di una breve assenza dalle edicole e sinceramente sarei contento se così fosse, anche se a me Sardegna24 non piaceva. Né, temo, piacerà se risorgendo continuerà ad essere un giornale fazioso teso a formare più che a informare.
Del resto, il fallimento del quotidiano, perché di questo al momento si tratta, mi pare strettamente legato al suo essere replica settaria di un altro quotidiano legato al centrosinistra, La Nuova Sardegna. Ha affollato un'area politica e culturale che, evidentemente, non è in grado di fornire tanti lettori e sostenitori quanti sono necessari a far vivere due quotidiani, simili nell'ispirazione ideale e diversi quanto a tradizione, radicamento e target, borghese moderato l'uno, intellettuale e agitato l'altro.
Gli scrittori di sinistra, i registi di sinistra, gli artisti di sinistra, gli intellettuali di sinistra si sono raccolti oggi intorno al giornale che chiude per piangere la dipartita di un caro di casa. Uno sforzo finanziario pari a quello retorico avrebbe credo – basta leggerne i nomi – assicurato lunga vita al quotidiano. E, chi sa?, potrebbe contribuire alla rinascita. Tutto sta nel vedere se esiste, in Sardegna, un pubblico di lettori disposto a metter da parte le capacità di riflessione ed accontentarsi di quelle agitatorie. Comunque sia, buona fortuna alla redazione e alla direzione di Sardegna24. Un quotidiano fazioso vivo è sempre meglio di un quotidiano settario morto.

martedì 24 gennaio 2012

Cara, mi son perso la Sardegna


Metà Sardegna è di nuovo furibonda per colpa di altre omissioni italiane: uno dei quotidiani più importanti della Repubblica, Il Sole-24 ore, si è dimenticato di allegare l'isola alla penisola.
In una cartina geografica, l'organo della Confindustria ha confuso la considerazione che l'Italia ha della sua Matrice, che è notoriamente nulla, con la realtà delle cose: la Sardegna appartiene – purtroppo – all'Italia. Come, del resto, ha confermato qualche ora fa il Governo Monti che ha bocciato, rinviandola alla Corte costituzionale, una legge regionale.
È quella cosiddetta del “Piano casa” che, secondo le vestali che in quei ministeri allignano, avrebbe diversi profili di incostituzionalità. A me non piace molto, quella legge e, probabilmente, se ci fosse in Sardegna una battaglia politica (non ideologica e isterica come quella scatenata nei mesi scorsi) per abolirla o cambiarla, sarei della partita. Ma un conto è combatterla qui, con argomenti che coinvolgono noi sardi, altro conto è riconoscere ad un governo sempre più straniero il diritto di ledere quel po' di autonomia che abbiamo e di comportarsi peggio della Germania con l'Italia.
Quel che temo è che gli oppositori ideologici e isterici brinderanno, magari con cannonau e nuragus, in onore del Governo italiano e della Consulta per aver affossato una legge dell'odiato nemico interno. E poi, naturalmente, si uniranno a tutti gli altri sardi nella protesta contro la cartina geografica del Sole-24 ore, il quale ha dimenticato l'esistenza della Sardegna.

mercoledì 12 ottobre 2011

Rapporti tra fenici e nuragici in Sardegna

di Stella del Mattino e della Sera

Ultime news dal convegno di Domus de Maria, 3 settembre 2011.

Marco Rendeli (su Sant’ Imbenia, a sorpresa): “Ah, una cosa che volevo dirvi: le anfore sono tutt’e due locali. Anche l’ anfora più recente che doveva essere di tipo sardo-fenicio non è espressione delle colonie, ma è espressione del contesto locale".
Io: “ Grazie lo stesso professore, ce lo aveva già detto Tzoroddu!”

Marco Rendeli (su Sant’ Imbenia, al solito): “E poi qui un piccolo..una piccola imitazione di sigillo orientale”.
Io: “Riferirò al Sanna  che crede ci sia scritto San Yahweh! Dove lo troviamo l’originale orientale?”

Il finale di questa notizia è andato perso

martedì 10 maggio 2011

Il banchiere e costruttore Mazzella non paga i dipendenti di Sardegna 1

Mazzella non paga gli stipendi a Sardegna 1. I dipendenti non ce la fanno più ad andare avanti. È l'allarme lanciato dai dipendenti della seconda televisione sarda che qui rilancio ai lettori del nostro blog. Questo il testo del comunicato dei dipendenti di Sardegna 1 approvato dalla loro assemblea unanime.

Solo acconti per dicembre, gennaio, febbraio, marzo e aprile: tecnici e giornalisti di Sardegna 1 denunciano pubblicamente l’insolvenza del proprietario dell’emittente, Giorgio Mazzella che, forse distratto dai suoi impegni di imprenditore turistico e di presidente della Banca di Credito Sardo (Gruppo Bancario Intesa Sanpaolo), non assolve ai suoi obblighi.
Lo stato di crisi dipende certo da fattori esterni (calo generale degli investimenti pubblicitari e sperimentazione del digitale terrestre) ma soprattutto da un’accertata incapacità di gestire un’azienda che richiede professionalità specifiche.
A Sardegna 1 mancano sia il piano industriale che quello editoriale, richiesti più volte dai dipendenti come strumenti per definire una gestione corretta delle iniziative editoriali e le prospettive future dell’azienda.
Tecnici e giornalisti di Sardegna 1 chiedono pertanto l’immediato pagamento del saldo degli stipendi e un incontro urgente con la proprietà, non oltre giovedì 12 maggio. Proclamano fin d’ora lo stato di agitazione con il blocco totale degli straordinari e degli accordi sulla flessibilità del lavoro redazionale, riservandosi nuove e più incisive azioni di lotta a difesa dei posti di lavoro.

Credo gradirebbero un moto di solidarietà. Che io esprimo loro.

domenica 5 settembre 2010

Libertà di stampa purché tesa al pensiero unico

Ospite di Renato Soru, che da presidente della Regione sarda si comprò L'Unità diventandone l'editore, il capo del sindacato dei giornalisti italiani ha lanciato strali di fuoco contro il conflitto di interessi di un altro presidente, quello del Consiglio. Per carità, sappiamo tutti che questo conflitto esiste e produce frutti nefasti. Ma, forse per ragioni di cortesia, Flavio Siddi pare si sia dimenticato dell'altro conflitto, quello del suo ospite. Si dirà: quello di Soru è un piccolo conflitto e quello di Berlusconi è un grande conflitto. La giustizia non dovrebbe badare alla qualità del reato – ma questo conflitto non lo è, visto che non è sanzionato dalla legge – e non solo alla quantità?
O, come temo, il segretario del sindacato dei giornalisti, che dovrebbe rappresentare tutti i suoi colleghi indipendentemente dalle loro preferenze politiche, è abilitato a compilare una gerarchia di conflitti secondo le proprie simpatie? Pericoloso a destra, innocente a sinistra? Non so se Flavio Siddi, ieri a Villanova Monteleone, parlava come privato cittadino o come capo di un potente sindacato. Ma lo strabismo del conflitto pericoloso e del conflitto innocente, lo ha guidato in altri esempi tesi a dimostrare come il marcio sia solo dall'altra parte. Organizzatore, insieme ai partiti e ai movimenti di sinistra, delle manifestazioni contro la “legge bavaglio” e per la libertà di stampa, ha messo in piazza quale sia il suo concetto di libertà di stampa.
Tutti liberi di criticare e attaccare il Mostro e i suoi mostriciattoli, i suoi giornalisti ideali, quelli liberi. Esecrabili servi del padrone, tutti gli altri, artefici di distorsioni della libertà di informazione. “Non è normale che al Tg1, un punto di riferimento per persone di ogni schieramento, si facciano editoriali per difendere una parte o per accusarne un’altra. E non è normale che due giornali vengano utilizzati come bastoni contro il presidente Fini”. Si può essere, come mi capita spesso, in totale disaccordo con quel tipo di giornalismo e, contemporaneamente, essere convinti che quei giornalisti siano liberi di scrivere e dire? Pare di no. Ricordate Tele Kabul, il TG3, anch'esso servizio pubblico, cassa di risonanza dell'allora Pci? Io sì, lo trovavo molto ben fatto (grazie soprattutto a Sandro Curzi che ebbi il gran piacere di aver avuto come redattore capo), insopportabilmente fazioso, ma mai mi sarei sognato di definirlo “una clava”.
Così come non mi sogno di definire “una clava” i quotidiani-partito come quelli del gruppo Caracciolo, anch'essi spesso al limite della faziosità e di un machiavellico fine (l'abbattimento di Satana) che giustifica i mezzi (dalla formazione delle coscienze al gossip). Erano e sono fatti da giornalisti cui deve essere riconosciuto il diritto sacrosanto della libertà di stampa. Essi giornalisti liberi e gli altri no, solo servi del Mostro e utilizzatori di clave mediatiche? Più che un sindacato per la difesa della libertà di stampa, quello di Siddi a me sembra un sindacato per l'imposizione del pensiero unico. E se non mi va il pensiero unico al cui supporto c'è il grande conflitto di interessi, non mi va neppure il pensiero unico a supportare il quale c'è un sindacato come quello dei giornalisti.
Riuscite ad immaginare un sindacato dei lavoratori che difende solo i diritti di chi si schiera a sinistra (o a destra, che è lo stesso) e osteggia e combatte gli altri, negando loro persino dignità professionale?

venerdì 9 luglio 2010

Buono sciopero colleghi, ma io non ci sto

Il mio cuore di casta è con i miei colleghi che scioperano contro “la legge bavaglio”. La casta è casta ed è tenuta a difendere tutto, anche il vezzo di raccogliere in procure poco attente fascicoli di intercettazioni e pubblicare scopate vere e presunte per la gioia dei voyeurs che poco si curano del fatto che il “non fornicare” è un comandamento, non un articolo di legge. Sono d'accordo con i miei colleghi che ostacolare la pubblicazione di quanto sanno non è di uno stato democratico; non sono d'accordo con il fatto che, nel nome della libertà di stampa, si distruggano carriere, reputazioni, vite.
Passi per quelle dei politici, anche se provo una certa ripugnanza nel considerarli, alla Lombroso, una specie antropologicamente delinquente, soprattutto quando la cronaca ci racconta di un clima di corruzione diffusa, nel quale ci sta di tutto, dai lavoratori di un cimitero che spogliano i cadaveri a magistrati collusi, da professionisti che truccano gli appalti alla cosiddetta gente comune che profitta dei disastri naturali per comprarsi la mobilia nuova a spese dell'erario. Ma sono abbastanza su con gli anni per arrossire pensando a che cosa miei colleghi hanno fatto delle vite di gente famosa come Enzo Tortora ed Elio Luttazzi, di persone come Pietro Valpreda fatte diventare famose loro malgrado, di altre persone finite in un tritacarne mediatico e di cui ormai solo loro ricordano personali drammi e tragedie.
Il nostro codice deontologico, il mea culpa recitato ogni volta che la caccia al mostro si è rivelata una bufala mediatica non hanno fatto cambiare costume e malcostume che anzi si sono trasformati in patologia con l'abitudine di far arrivare sulle scrivanie dei giornalisti interi fascicoli di intercettazioni. Fascicoli che hanno preso il posto dei mattinali delle questure e delle veline passate a giornalisti privi del filtro necessario a considerare che un “blitz durato una settimana” è un non senso, che un “agguato micidiale” non può finire con “per fortuna un solo ferito”, che una pistola e un coltello non è “un vero e proprio arsenale” e così via drammatizzando alla ricerca del titolo forte.
Il mercato sta provvedendo a dare il senso della disaffezione verso la stampa scritta, i cui lettori, salvo uno o due quotidiani, diminuiscono. In uno Stato serio, sarebbe bastato lasciar lavorare il mercato, senza interventi legislativi che inevitabilmente impattano con lo spirito di casta che, altrettanto inevitabilmente, insorge a difesa di propri interessi.
Sarebbe bastato imporre alla magistratura di distruggere le parti delle intercettazioni che non riguardano direttamente le indagini e sarebbe bastato controllare con serietà e responsabilità che i fascicoli restino la dove si devono trovare, o, anche, che fossero i magistrati a rendere disponibili solo le parti delle intercettazioni che avessero congruità. È invece uscita una proposta di legge di cui si può dire che rappresenta un eccesso di legittima difesa della privatezza e della dignità delle persone. Anche lo sciopero dei miei colleghi servirà forse a limare spigolosità e criticità della legge e in questo è giusto. Ma è vero anche il contrario: non ci sarebbe stato bisogno di una legge con aspetti spigolosi e di criticità se si fosse considerato un semplice principio: tutte le libertà, compresa quella di stampa, hanno un limite nella libertà degli altri. E con la pubblicazione di vagonate di intercettazioni è stata violata troppo spesso la libertà di gente penalmente innocente e al massimo colpevole di turpiloquio, di imbecillità, di megalomanie sessuali e di altre cazzate che ci stanno, in una società diversa da quello Stato etico vagheggiato da chi è ben lieto di mettersi alla testa della protesta dei giornalisti.
È per questo che capisco chi sciopera, ma non riesco ad essere in mezzo a loro.

domenica 9 maggio 2010

United Kingdom e disinformatsia made in Italy

Gran parte dei giornali che si sono occupati dello scontro fra Conservatori, Liberal democratici e Laburisti ha parlato di elezioni in Gran Bretagna (o, a scelta in Inghilterra), ignorando che, invece, si sono svolte nel Regno unito. E se quello stato così si chiama, qualche ragione dovrà pur esserci, anche se – lo capisco – parlare delle quattro nazioni che lo compongono è imbarazzante per chi è già immerso nel clima di retorica parossistica del 150° della “Unità d'Italia”, un popolo, una nazione, una lingua.
Peccato, perché avrebbero potuto informarci che, sì, i conservatori hanno vinto nella nazione inglese ma hanno perso nelle altre tre nazioni: Irlanda del Nord, Scozia e Galles che insieme alla prima costituiscono, appunto, l'United Kingdom, il Regno unito. Avrebbero potuto informarci che nell'Irlanda del Nord i tre partiti inglesi neppure erano presenti con il loro nome, che in Scozia il Partito nazionale scozzese è il secondo partito dopo il laburista, che nel Galles, dove hanno stravinto i laburisti, era presente il Playd Cymru, i nazionalisti gallesi, cioè.
Così, forse qualcuno dei frequentatori del blog avrà interesse alla supplenza di informazioni che è in grado di fare. Non perché questo cambi il risultato elettorale nel Regno unito, ma solo per il gusto di sapere e di avere una informazione tantino più completa di quella fornita da chi si sente investito della missione di decidere che cosa è giusto conoscere e che cosa, invece, no.
Partiamo dall'Irlanda del Nord, dove in termini di voti ha vinto l'indipendentista Sinn Fein (25,5%), anche se in termini di seggi ha vinto l'unionista Democratic Unionist Party (25%, 8 seggi contro i 5 del Sinn Fein). In Scozia, i laburisti hanno ottenuto il 42% e 41 seggi, il Partito nazionale scozzese il 19,9% e 6 seggi, i liberal democratici il 18,9% e 11 seggi, i conservatori il 16,7% e un solo seggio. Anche nel Galles hanno vinto i laburisti col 36,2% e 26 seggi; i conservatori hanno avuto il 26,1% e 8 seggi, i liberal democratici il 20,1% e 3 seggi, il Plaid Cymru il 13,3% e 3 seggi.

giovedì 18 marzo 2010

E gasi sos giornales nos istichint sas noas

Dia dèpere èssere contentu chi oe sos giornales no apant faeddadu de s'aprovu, in su Consìgiu provintziale de Casteddu, de sas "Arregulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda". Est un'operatzione prus de àteru eletorale e, mancari aproada a s'unanimidade dae sos consigeris provintziales, isballiada, a gradu de partzire sa limba sarda e, de cada sorte, de non l'afortire comente si tocat. Ma b'at pagu de si cuntentare e meda de s'inchietare pro sa tzensura fata dae sos cotidianos sardos chi ant brivadu sa gente de ischire it'est capitadu.
S'unu cotidianu, presu a su tzentrumanca, teniat interessu a contare su chi una giunta de cuss'ala at fatu; s'àteru cotidianu, presu a su tzentrudereta, ait interessu a contare sas reatziones contràrias chi b'at àpidu. Inimigos in totu, ma non in sa tirria insoro contra a sa limba sarda. Nche bogat s'ogru a unu tzurpu s'atrivimentu de sos diretores de sos duos giornales prus mannos de detzidire pro nois, it'est chi podimus lèghere e ite nono, cales noas podimus ischire e cales nono. E, mancari, si una noa chi compret dae Casteddu si podet lèghere in Tàtari o in Nùgoro. Pro bona sorte nostra, oe b'at Internet in ue podimus agatare su chi cherimus ischire. Ma si gasi est, ita bisòngiu tenimus de sos giornales de papiru?
Sa nova istichida dae sos giornales sardos at biagiadu e est comprida a totue. Inoghe, cherende, si podent lèghere. Ma, torro a nàrrere, ite bisòngiu b'at de giornales chi nos tratant che fedos?
Sa totografia inoghe a costàgios est de su mensile Eja, iscritu in sardu. Dae pagu est essidu su segundu nùmeru chi, a chie cheret, podet iscarrigare incarchende inoghe. A crepu de chie cheret interrare, cun atziones cuncretas o cun su mudìmine, sa limba sarda, custu mensile mustrat comente in sardu si podet iscrìere de totu, de polìtica e de archeologia, de literadura e de fatos istràmgios.

PS - iRS est su primu partidu in Sardigna chi at tentu s'osadia de leare unu pessu in contu de limba sarda e de LSC. L'at fatu cun custu documentu:

iRS – indipendèntzia Repùbrica de Sardigna denuncia l’iniziativa della Provincia di Cagliari che ha votato nella giornata di ieri all’unanimità in Consiglio Provinciale una normalizzazione grafica della variante meridionale del sardo (Arregulas po ortografia, morfologia e fueddus de sa norma campidanesa de sa lingua sarda), con il risultato di sancire politicamente la divisione della lingua sarda in due vere e proprie lingue, intese arbitrariamente come “campidanese” e “logudorese”.
La Provincia di Cagliari, già responsabile del non utilizzo ingiustificato e grave di ingenti fondi per le politiche linguistiche concessole dallo stato italiano (367.000,50 euro nel 2005, 149.000,25 nel 2006, e 30.000,00 nel 2007 ottenuti con la legge L.482/1999), si caratterizza per la sua politica “separatista” nei confronti delle altre istituzioni sarde che stanno sperimentando la norma LSC, ritagliandosi uno standard “fai-da-te” che non tiene conto di tutta la complessità culturale del sardo ma solo di una parte, strumentalizzandola simbolicamente.
iRS considera il multilinguismo una ricchezza e una dimensione fondamentale per l’esprimersi della libertà dell’individuo. In tale contesto ritiene di capitale importanza valorizzare le lingue presenti, tradizionalmente e non, sul territorio della Nazione Sarda.
Nell’ambito di valorizzazione e uso attivo delle lingue tradizionali, iRS ritiene doverosa l’applicazione di politiche linguistiche che rafforzino la caratterizzazione funzionale e non solo simbolico-folclorica delle proposte.
Il sistema linguistico sardo è un sistema unitario, nel quale le differenze fonetiche sono considerate una ricchezza di forme espressive e non possono essere utilizzate arbitrariamente per stabilire rigidi confini interni. iRS ritiene che una norma scritta unitaria seria e ragionata debba essere il trampolino di lancio per un utilizzo maturo e serio della propria lingua storica nel futuro.
iRS considera la proposta della Regione Autonoma della Sardegna (LSC) emendabile in alcune sue parti, a favore della sua funzionalità, ma non sacrificabile sull’altare del rivendicazionismo culturale e linguistico, che indebolisce la sua forza comunicativa e di diritto, mentre rafforza lo stato di subalternità nei confronti della lingua statale.
La Provincia di Cagliari si appresta a votare una proposta che divide arbitrariamente la lingua sarda in due lingue, sfruttando le costruzioni mentali e culturali frutto di decenni di opposizione al processo di rivivificazione della lingua sarda.
L’appello al Presidente della Provincia Graziano Milia, al Presidente della Commissione Cultura Palmas (il quale ha affermato che “con lingua sarda si intendono la varieta’ campidanese e logudorese, che hanno la stessa dignita’ e che questa Provincia adotta la variante campidanese”), è quello di frenare una deriva sotto-culturale che ostacola lo scambio culturale tra i territori sardi, impedisce l’utilizzo dei fondi della L. 15.12.1999 n.482 (che parlano di lingua sarda nel suo insieme), restituisce una visione e una progettualità di basso livello culturale e politico per il sardo, patrimonio indistinto di tutta la Nazione.


Sardigna natzione puru at leadu positzione cun custu comunicadu:

Sardigna Natzione Indipendentzia, convinta che la lingua, la cultura e la tradizione siano i tre elementi nei quali risiede l’anima della nazione sarda, assume una posizione severamente critica in ordine al voto espresso all’unanimità dalla Provincia di Cagliari martedì 17 u. s., in approvazione della delibera relativa all'adozione - ogni qualvolta l'amministrazione provinciale debba servirsi della lingua sarda nella redazione di atti, documenti, avvisi - della norma campidanese contenuta nel testo “Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda” elaborata da un c.d. Comitato scientifico per la norma campidanese del sardo standard.
Partendo dal dato legislativo di tutela della lingua sarda nella sua unitarietà, Sardigna Natzione è favorevole ad ogni esperimento di normalizzazione locale, legittimo ed auspicabile in fase di passaggio dall’oralità alla scrittura, ma rigetta l’idea di suddividere ufficialmente la lingua sarda in due lingue diverse e contrapposte.
In questo caso, data l’enfasi e la formalità con la quale la si è sottolineata, la suddivisione rischia di avere conseguenze politiche gravi ed inammissibili, pur screditata come è dall’assoluta arbitrarietà ed empiricità, ostacolando di fatto una normalizzazione nazionale e insinuando nell’immaginario degli stessi sardi l’idea di una nazione divisa in uno dei suoi pilastri fondanti.
Domandandoci a chi torni comoda questa immagine – a quale sardo torni comoda, precisiamo - ribadiamo che la tutela e la valorizzazione della lingua sarda non possono mai passare per una confutazione della sua essenziale unità, semmai per una assunzione del dato della sua ricchezza lessicale per respingerne una visione frammentaria e perciò stesso depauperante.
Nel caso della Sardegna, le differenze fonetiche e lessicali locali non sono una deminutio della unitarietà linguistica, così come non lo è l’altissimo grado di variabilità genetica individuale, rispetto al dato genetico unitario e geograficamente omogeneo della gente di Sardegna.
Mascherando la delibera da baluardo contro i persecutori del sardo, la Provincia adotta dunque un provvedimento che, contrapponendosi alla sperimentazione oramai avviata – anche in Sardigna Natzione, nei suoi comunicati interni - di uno standard regionale, pare si muova, in realtà, contro l’unità linguistica, culturale e nazionale dei sardi.
Nell’ultimo piano triennale della Regione Sardegna, la norma grafica unitaria del sardo è passata in Consiglio Regionale, ed è utilizzata in molti comuni delle province sarde e negli uffici linguistici regionali.
Stante che la lingua è quella che si parla - con la sua multiforme ricchezza locale - ed il passaggio dall’oralità alla scrittura ne determina una rappresentatzione, Sardigna Natzione ribadisce la necessità che questa rappresentazione sia unitaria in tutto il territorio nazionale.

domenica 28 febbraio 2010

Noas... eja, torramus a proare


Unu grustu de amigos s'est postu in conca de publicare unu giornaleddu nou de 4 pàginas, Noas... eja, in formadu 35x 50 cm. Est in distributzione gratùita in librerias e bibliotecas. ma, a dolu mannu, iscrient sos editores de su giornale “non resessimus a nche lu giùghere a totue in Sardigna. Isperemus chi, cun su nùmeru 2 de martzu resessamus a lu fàghere, mancari cun s'agiudu de calicunu de bois”.
Custu est s'editoriale de su primu nùmeru:
“Sende chi su sardu est sa de duas limbas de s’istadu italianu, pro cantidade de pessones chi la faeddant, sa presèntzia sua in sos mèdios de informatzione est belle nudda, francu carchi tentativu imprentadu in pabiru. E no est sa prima bia chi finas su grupu de amigos chi est publichende custa sèrie noa de Noas est proende a dare iscritura e informatzione in sardu. Ma, a dolu mannu, non resessimus a dare continuidade a custos propòsitos e, tando, a pustis de unu, chimbe o deghe nùmeros, su tentativu s’indebìlitat e morit, o ca mancant sos mèdios econòmicos o ca si nch’istracant sas pessones chi bi traballant.
“Però ischimus cantu est importante, pro s’ufitzialidade de sa vitalidade de sa limba, a tènnere a disponimentu mèdios de informatzione modernos. Finas pro isperimentare su sardu in su mundu de oe.E tando proamus torra a bogare a lughe custu fògiu totu in sardu, pro tratare argumentos de limba sarda/limbas, minorias, natzione sarda/natziones, cun s’idea de cuntentare chie tenet gana de lèghere e imparare in sardu e cun s’isperu de sighire a lu publicare, cun s’agiudu de amigos o entes chi nos agiuent”.
Chie est interessadu a lu retzire de badas, imbiet unu francubullu de 1,40 èuros in una busta cungiada a: “Papiros c/ Corraine, carrera de de Lombardia 46, 08100 NÙGORO NU”.
“A dolu mannu, est giai meda” iscrient galu sos editores “si resessimus a pònnere su dinare pro l'imprentare. Duncas, non tenimus sa possibilidade de pagare sos gastos postales. EJA est un'ocasione pro publicare noas in limba sarda, de interessu sardu e istràngiu, mescamente de sas natziones sena istadu”.

venerdì 19 febbraio 2010

Svegliarino alla Chiesa per l'uso della lingua sarda

Pubblico un documento di Su Comitadu pro sa limba sarda indirizzato alla Chiesa sarda e inviato ai media che l'hanno ignorato.


Il popolo sardo ha imparato a pregare nella sua lingua e nella sua lingua – come ha ricordato Benedetto XVI nella sua prima vista a Cagliari – ha cantato il Signore, la Madonna e, in centinaia di gosos, i santi. Quando il Papa ha letto un verso della preghiera “Deus ti sarvet Maria”, l'applauso commosso delle migliaia di fedeli era forse anche una espressione di gratitudine per le parole pro­nunciate nella loro lingua dal Pontefice e dell'aspirazione all'uso normale della propria lingua madre in ogni attività e a maggior ragione da parte della Chiesa sarda.
L'uso non discriminato della lingua sarda e di quelle alloglotte è ancora un obiettivo da raggiun­gere. La discriminazione linguistica in Sardegna non è l'ultimo fattore di disagio e di ritardo dell'I­sola e concorre allo sfaldamento delle comunità e delle famiglie. Il Comitato è riconoscente a tutti gli uomini di Chiesa che, intimamente legati agli ultimi, con essi e in sardo hanno pregato. Se oggi possediamo tanti strumenti per rilanciare l'uso della nostra lingua, lo dobbiamo anche ai tanti uomi­ni di Chiesa che hanno creato vocabolari, scritto opere in prosa e poesia, registrato modi di dire e dialetti di ogni paese della Sardegna e tenute vive le nostre migliori tradizioni.
È con grande rammarico e con apprensione che Su Comitadu pro sa limba sarda constata come nell'articolato documento conclusivo del Sinodo diocesano di Cagliari il solo accenno allo stretto le­game fra i sardi e la loro lingua sia contenuto nelle alte parole di Joseph Ratzinger e come non sia stata individuato, nell'acuta e approfondita analisi, il contributo alla crisi culturale, sociale ed econo­mica fornito dal tentativo di cancellazione della lingua dei sardi dalle scuole materne all'università e nei media.
In altre regioni europee, sedi di minoranze linguistiche, la Chiesa ha rispetto operoso per le lin­gue usate da quei popoli per parlare a Dio. Un rispetto non formale, quale siamo certi la Chiesa sar­da nutre per il sardo e le altre lingue alloglotte della Sardegna, ma espresso concretamente attraver­so il loro uso in chiesa, nelle messe, nelle processioni, negli scritti e in tutti i momenti di preghiera.
Questo avviene non solo in seno alle minoranze meglio protette dagli Stati, come la catalana, la basca, la friulana, ma anche in quelle, come la corsa, che non hanno analoga tutela. Il Comitadu pro sa limba sarda non ha alcuna volontà di ingerirsi in affari che riguardano le gerarchie ecclesiastiche, ma sente il dovere di fare un accorato e rispettoso appello alla Chiesa sarda affinché essa non faccia mancare il suo decisivo apporto nel processo di rinascita della lingua e valuti almeno l'opportunità di riconoscere a partire dal suo Sinodo l'esistenza della lingua sarda e delle altre lingue alloglotte della Sardegna e operi almeno al suo interno per un loro uso normale e ufficiale.

Nella foto: Karol Wojtyła con bambini di Mamojada (dal sito www.mamojada.org)

mercoledì 21 ottobre 2009

Quotidiani sardi e lingua sarda: ignoratela

Ancora una volta, la stampa scritta sarda ha ignorato una iniziativa del Comitadu pro sa limba sarda. Non si trattava, si vedrà qui sotto, di un documento di annunci su cose da fare o di cose fatte che, comunque, una stampa rispettosa del pluralismo avrebbe il dovere di segnalare. Era un comunicato che segnalava fatti e notizie, quel che dovrebbe essere pane per i denti di qualsiasi organo di stampa indipendente. Il fatto è che nel suo rapporto al Consiglio d'Europa, il governo italiano non ha incluso alcuna scheda sulle attività svolte in Sardegna in materia di lingua sarda, contravvenendo così alla Convenzione del Consiglio d'Europa. La notizia è che il Comitadu ha chiesto al presidente Cappellacci un intervento perché il governo rimedi alla omissione.
Della iniziativa sono informati i lettori di Il riformista, quotidiano di sinistra, e Libero, quotidiano di destra. Non i lettori della Nuova Sardegna e dell'Unione sarda, giornali le cui proprietà sono in rotta di collisione con qualunque cosa riguardi la politica linguistica. Il tutto, va da sé, nel nome della libertà di informazione e del pluralismo. Credo che entrambi, pur guardandosi in cagnesco su tutto il resto, su una cosa sono d'accordo: negare ogni tipo di informazione che anche lontanamente possa “fare il gioco” del nemico comune, la lingua sarda.
Questo il comunicato, spedito ad oltre trecento giornalisti sardi, come è pubblicato sui due giornali italiani che ho appena ricordato:

Il Comitadu pro sa limba sarda/Comitato per la lingua sarda ha preso atto del “Terzo rapporto dell'Italia sull'attuazione della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali”, approvata dal Consiglio d'Europa il 1 febbraio 1995 e ratificata dal Presidente della Repubblica il 15 novembre 1997.
Nel rapporto, nel quale per altro si fa riferimento all'inclusione del sardo fra le lingue delle minoranza storiche tutelate dalla Repubblica, non compare alcuna scheda relativa alla lingua sarda, mancando con ciò all'obbligo che lo Stato italiano ha assunto con la ratifica della Convenzione di “trasmette al Segretario Generale del Consiglio d’Europa informazioni complete sui provvedimenti legislativi e di altro tipo che avrà adottato per dare effetto ai principi enunciati nella presente Convenzione quadro”.
Si tratta con tutta evidenza di una mancanza grave, non tanto e non solo per la cancellazione di fatto della minoranza linguistica sarda in un documento di rilevanza comunitaria, quanto per gli effetti che nel futuro questa dimenticanza potrebbe avere.
Dal rapporto risulta che o i Comuni o le Province o i Prefetti incaricati di raccogliere e trasmettere i dati al Ministero dell'Interno non avrebbero preso parte al monitoraggio necessario per la compilazione del rapporto o che il Ministero non abbia tenuto conto nella predisposizione del rapporto dei dati comunicati dalle Prefetture sarde. Quale che sia l'origine di questa grave mancanza, il dato di fatto è che la minoranza sarda non compare nell'informazione al Segretario generale del Consiglio d'Europa, unica fra le minoranze della Repubblica italiana.
Su Comitadu pro sa limba sarda chiede perciò al presidente della Regione di compiere tutti i passi che ritiene opportuni per richiamare il Ministero dell'Interno al rispetto dell'obbligo assunto dallo Stato di trasmettere informazioni complete e non parziali al Consiglio d'Europa.

martedì 6 ottobre 2009

"Sono meno libero": lettera aperta ai giornalisti sardi

Cari colleghi,
molti di voi hanno credo partecipato, fisicamente o solo con il cuore, alla manifestazione di Roma per l'informazione libera. E molti, come me, avranno avuto modo di riflettere sull'avvertimento del costituzionalista Valerio Onida: “Il cittadino non informato o informato male è meno libero”. Come meglio definire lo stato dei cittadini italiani e sardi disinformati o male informati da una estesa campagna di stampa contro i dialetti e le lingue minoritarie, per altro tutelate dalla Costituzione e dalle leggi?
Nessuno, almeno non io, nega ai giornalisti la libertà di pensare e di scrivere in piena autonomia pro o contro le lingue delle minoranze e i dialetti. Ma hanno anche la libertà di mistificare, dare notizie senza fondamento, o, peggio, negare l'informazione a riguardo? La nostra libertà è sovraordinata al diritto dei cittadini di sapere? Sappiamo bene che in una società della comunicazione un fatto non esiste se non è comunicato.
Questa lettera aperta ai giornalisti sardi da parte di un giornalista sardo non vuole essere una generica mozione degli affetti, ma segnalare alcuni fatti concreti i quali portano a concludere che, per responsabilità dei due maggiori quotidiani dell'isola, il milione e duecento mila sardofoni sono meno liberi. A loro, da un po' di tempo i due quotidiani negano l'informazione sui fatti riguardanti il loro status o, nel migliore dei casi, la mistificano.
I fatti riguardano iniziative culturali, politiche e istituzionali. Partirei dall'ultimo esempio di comunicazione istituzionale. È quella attraverso la quale l'assessore della Cultura il 3 ottobre segnala che nella rimodulazione del suo accordo con il ministro Gelmini in materia di istruzione e lavoro si punterà anche “alla tutela e alla valorizzazione della specialità linguistica della Sardegna”. L'Unione ha completamente ignorato la notizia, la Nuova Sardegna tace che fra gli obiettivi della cosiddetta rimodulazione c'è l'uso del sardo a scuola.
Su Comitadu pro sa limba sarda ha inviato alla Regione la duplice richiesta di inserire la lingua sarda (insieme al gallurese, al sassarese, al catalano d'Alghero, al tabarchino) nel Piano Regionale di sviluppo come possibile motore di crescita economica e sociale e di prevedere l'insegnamento del sardo a scuola fin dal momento di modificare l'accordo Baire-Gelmini. La notizia è del tutto ignorata dall'Unione ed è data dalla Nuova nella edizione leggibile solo a Cagliari.
Questa proposta è stata illustrata in una conferenza stampa. Mentre le televisioni ne hanno parlato diffusamente nei loro Tg, l'Unione ha completamente taciuto il fatto e la Nuova ne ha pubblicato la notizia nell'edizione leggibile solo a Cagliari. In più ha taciuto della richiesta principale (l'inserimento della lingua sarda nel PRS) e ha attribuito al “professore universitario Francesco Cesare Casula” quel che invece è stato detto da Francesco Casula. Tanto per segnalare un caso di completezza e accuratezza dell'informazione.
Ma il top è stato raggiunto all'indomani della manifestazione organizzata ad Ollolai dall'ex presidente Renato Soru per discutere di lingua, identità e sovranità. L'Unione non ha scritto una sola riga, nell'articolo della Nuova di tutto si parla (di territorio, di autonomia e persino di indipendenza) ma non di lingua che pure è stato il tema d'apertura del convegno. Io mi sento molto “meno libero” per effetto di questa disinformazione che solo un ingenuo può pensare casuale e non frutto, invece, di una scelta editoriale.
Capisco che su questa scelta possa aver influito una voglia di contrastare Bossi e il suo appello alla valorizzazione dei dialetti e delle lingue maldestramente da lui definite regionali. Del resto, a leggere quotidiani e periodici italiani, da L'Espresso a Libero, da La Repubblica a Il Corriere della Sera, appare chiarissimo che la campagna contro i dialetti, ma anche contro il friulano e il sardo, muove dal contrasto a Bossi. Ciò che non condivido ma ritengo legittimo. Quel che legittimo non è, è la negazione dell'informazione o, peggio ancora, la sua mistificazione finalizzata all'arruolamento dei lettori in un esercito anti-dialetti. Altro che libertà dell'informazione.
Non vorrei che la nostra comune battaglia per la tutela di uno dei beni più preziosi della democrazia si trasformasse in una lotta per la libertà dell'arbitrio, durante la quale una casta si arroga il diritto di decidere che cosa i cittadini debbano sapere e che cosa è meglio ignorino. O conoscano i fatti solo dopo che la casta li ha predigeriti, metabolizzati e sfornati non per quel che sono ma per quel che dovrebbero essere.

Nella foto: un manifesto dell'Arci

giovedì 17 settembre 2009

Quella libertà di stampa minacciata da giornalisti (2)

Ho scritto ieri della crisi di autorevolezza di molta parte della stampa come sintomo preoccupante della crisi della libertà di stampa. Quando diventa non più credibile, per sciatteria, vocazione a misinformare (a informare a metà), faziosità subdola (perché presentata come racconto dei fatti e non loro interpretazione), per la riduzione a spettacolo dei fatti, per una carica di allarmismo gratuito, è allora che la disaffezione dei lettori mette in crisi la libertà di stampa. Allora non c'è alcun bisogno di leggi liberticide, è il suicidio che avviene.
Le due foto qui pubblicate non hanno importanza per i fatti né per i protagonisti. E, a ben vedere, poca importanza ha l'evidente faziosità politica che, questa sì, potrebbe avere giustificazione nella linea editoriale di un quotidiano. Non è, insommma, faziosità gratuita, per quanto segno del poco rispetto per la capacità dei lettori di farsi un'opinione non pilotata. Il guaio vero sta nella diversa considerazione ed evidenza che si ha della notizia allarmistica e di quella che fa cessare l'allarme, o almeno tenta di farlo. Questa, del resto, nascosta in un titoletto minuscolo, grande un quinto di quello che ha strillato l'allarme.
Del resto, mentre all'allarme sono state dedicate 722 parole, alla smentita che allarme ci sia sono dedicate 59 parole in tutto.

mercoledì 16 settembre 2009

Quella libertà di stampa minacciata da giornalisti

Moltissimi miei colleghi, insieme alla sinistra, manifesteranno il 19 a favore della libertà di stampa che gli uni e l'altra temono in pericolo. Francamente non penso che la libertà di informazione sia oggi a rischio, ma con lo spirito sono con chi manifesterà. Ci sarò, per così dire, a futura memoria, temendo quel giorno nefasto in cui dovessero andare al governo italiano persone come Di Pietro che, in questi giorni, sta dando il meglio di sé in quanto a sub-cultura giustizialista, con non leggere sfumature forcaiole.
La libertà di stampa ho scritto da qualche parte ha un nemico poderoso che non sta in leggi liberticide, oggi non alle viste, ma nella perdita di credibilità e di autorevolezza di parte della stampa. Non si comprano più i giornali per sapere che cosa è successo, ma per abitudine. Una abitudine che, temo, non tarderà a trasformarsi in disaffezione se il mio mestiere non cambierà radicalmente, tornando, se possibile, a informare senza trasformare tutto in spettacolo e/o allarmismo.
Un esempio minimo è in queste due foto che hanno bisogno di introduzione. E' successo che un ponte appena costruito, certo non ottimamente, sotto un possente temporale abbia subito un piccolo cedimento al bordo della carregiata. La cosa è successa ad Orosei, che l'anno scorso è finita sotto l'acqua che Giove pluvio ha scaricato in maniera davvero esagerata. Il ricordo di quell'avvenimento si è sedimentato nelle migliaia di persone che sotto la tempesta di pioggia ha perso beni e patrimoni.
Immaginatevi il patema d'animo con cui le persone hanno visto le due locandine dei quotidiani sardi annunciando l'una un rischio, l'altra il disastro imminente. Gli articoli sul cedimento non erano affatto allarmistici come le locandine, ma mentre queste erano immediatamente visibili e allarmanti, gli articoli andavano letti dopo, comunque, essere stati acquistati sull'onda dell'emozione per il disastro annunciato. Che non c'è stato. Lo stesso giornale che aveva strillato l'allarme, il giorno dopo ha relegato la notizia della cessata paura in quattro righe di un minuscolo trafiletto in gergo chiamato "tappabuchi".
Cosa minima, va da sé. Ma è anche questa la "libertà" che si vorrebbe tutelare? La libertà di mandare in vacca la credibilità dei giornali?

sabato 13 giugno 2009

Intercettazioni: come "Sarvamentu" diventò "Armamento"

Un residuo di spirito di casta, evidentemente non rimosso da qualche anfratto, mi istiga a dichiarare una qualche preoccupazione per la legge sulle intercettazioni approvata dalla Camera dei deputati. Mi riferisco alla parte che riguarda noi giornalisti. Quella riguardante i magistrati mi pare sacrosantamente adottata, perché non se ne può più di un Grande fratello che intercetta o può intercettare tutte le conversazioni private sia tra gente che parla al telefono sia di chi conversa per strada. Più che indagini, sembrano pesca a strascico.
Dovere della magistratura è, naturalmente e giustamente, perseguire i reati e condannare chi li commette. Dovere degli organi di polizia giudiziaria è di indagare per scoprire chi delinque, ma non è tollerabile che questo avvenga passando uno scanner su tutta la società, per cogliere una conversazione da cui emerga il sospetto che si sia commesso o si stia per commettere un reato. È giusto, invece, che si intercetti chi è sospettato di aver tentato o commesso un reato. Come mi pare stabilisca la legge approvata. Mi conforta, e mi solleva dal cruccio di poter essere sospettato di berlusconismo, il fatto che anche venti parlamentari dell’opposizione, nel segreto della propria coscienza, abbiano ritenuto giusto un principio sacrosanto: meglio un colpevole libero che un innocente in galera.
Ma dicevo dei giornalisti. Qualcuno dovrà pur riferire loro i contenuti di intercettazioni (spesso consegna loro un intero fascicolo di intercettazioni. È questo qualcuno il responsabile primo, i giornalisti fanno il loro dovere che è quello di riferire quel che sanno. In linea di principio è così e per questo un po’ mi preoccupa la possibilità che finiscano in galera. Solo in linea di principio, però, visto che anche ai giornalisti è richiesta la capacità di vaglio critico e quella di capire che vicende di corna familiare, battute grevi, parolacce e turpiloqui, espressioni di machismo o dileggio delle facoltà sessuali di un maschietto, possono anche essere eticamente non irreprensibili, ma nulla hanno a che spartire con un crimine.
Io mi sono sempre rifiutato di leggere le paginate intere di intercettazioni trascritte, ma quello che ho spesso sentito in televisione esser stato pubblicato anche da serissimi quotidiani mi ha fatto spesso vergognare di avere da 41 anni e passa la tessera di giornalista. Del resto, anche la federazione della stampa e quella degli editori, nel loro appello al Parlamento, riconoscono la “necessità che sia tutelata la riservatezza delle persone, soprattutto se estranee alle indagini”.
Lo hanno detto sempre, ogni volta che hanno riconosciuto di aver pubblicato pagine e pagine di intercettazioni che violavano la riservatezza delle persone e coinvolgevano persone estranee alle indagini. Moltissimi lo hanno riconosciuto, hanno fatto mea culpa, salvo ripetere la stessa cosa, passata la temperie della protesta. Moltissimi hanno tirato il filo, nell’illusione che la società civile e quella politica non osassero reagire. Ora il filo si è rotto e temo sarà difficile, per quanto auspicabile, riaggiustarlo. Ripeto, il fatto che venti parlamentari dell’opposizione abbiano votato il provvedimento sta a significare che dietro la legge sulle intercettazioni non c’è una volontà della maggioranza di autotutelarsi e che, comunque, la necessità di mettere un freno alla degenerazione, giudiziaria, giustizialista e mediatica, delle intercettazioni è più sentita di quanto appaia.
A proposito di degenerazioni. La giornalista della Nuova Sardegna, Valeria Gianoglio, ha riferito qualche tempo fa dell’esito di un processo in Toscana contro dei sardi, dibattimento, a quel che ho capito, fondato su intercettazioni. Scrive la Gianoglio: “Si tratta di migliaia di pagine di dialoghi in sardo stretto. Perizie con risvolti persino comici perché tra le tante cose avrebbero attestato sbagli di interpretazione clamorosi nel tradurre i dialoghi dei sardi intercettati in Toscana. La tipica invocazione sarda, rivolta al cielo, «Sarvamentu» scambiata per «Prendi l’armamento», tanto per citare un esempio.” La “banda dei sardi” è stata assolta. Ma i suoi “componenti” avranno mai un risarcimento per la galera e per l’onta subite, per via della passata di scanner sulla loro vita privata? E per via, anche, della approssimazione con cui le loro parole in sardo sono state interpretate.
Già, perché c’è anche questa complicazione, che dovrebbe rendere avvertiti soprattutto i giornalisti che pubblicano a cuor leggero le intercettazioni: in nessun lingua, la parola scritta rende l’intonazione della voce, il gusto antifrastico di molti parlanti, il sorriso che accompagna una espressione e che è in grado di attribuire alle cose dette un significato diverso da quel che appare. Irresponsabile chi consegna i plichi ai giornalisti, ma poco responsabili essi nel pubblicarne il contenuto.