giovedì 7 febbraio 2008

Un Renato Soru come non l'avete mai conosciuto

Bachisio Bandinu e Salvatore Cubeddu, in questo bellissimo saggio che si legge come un appassionante romanzo, si cimentano con la "Fenomenologia di Renato Soru". Non danno giudizi sul presidente della Regione sarda, che una pessima subalternità anche semantica chiama "governatore", ma lo descrivono, seguendo le tracce del suo pensiero politico e culturale e delle sue azioni.
Ne esce un ritratto originale che, se mette a pensare i suoi avversari troppo sicuri di una sopraggiunta sua impopolarità, è destinato a creare più di una preoccupazione nei suoi, spesso inconsapevoli, alleati di centro sinistra. Certi, questi ultimi, di potersi sbarazzare, una volta terminata (naturalmente o prematuramente) la legislatura, di questo "curioso" e unico fenomeno politico. E un po' imbarazzante.
Le scelte affrettate nel circondarsi di consiglieri culturali pescati nel mondo del vetero marxismo e del neo giacobinismo sardo, lo scontro con un industrialismo imposto che intuisce corpo estraneo eppure necessitato a tentar di salvare, la tentazione di razionalizzare la Sardegna come si trattasse di un'azienda, la sua partecipazione ideale ad una cultura indigena che vorrebbe trasformare in motore di crescita e che, invece, politica e intellettualità disprezzano.
Queste alcune delle linee guida dello studio di Bandinu e Cubeddu della fenomenologia di Renato Soru. Al di là di una qualche simpatia per gli aspetti identitari dei suoi pensiero e azione politica, non c'è, dicevo, alcun giudizio politico né assolutorio né sanzionatorio, come è ovvio in un saggio di tanto respiro. "Soru e il sorismo" è edito dalla Casa editrice Domus de jana.

mercoledì 6 febbraio 2008

Pro una universidade sarda in Nùgoro

Su presidente de sa Banca de Roma e in tempos colados de su Cis, Paolo Savona, canteddu brullende e canteddu a sa sèria, at propostu chi si b'at de nche iscantzellare universidades in Sardigna non devet èssere sa de Nùgoro, comente pariat a puntu de capitare. Siant prus a prestus sas de Casteddu e de Tàtari a s'imbèrghere. S'Universidade de Sardigna siat in Nùgoro, at naradu Savona isterrende unu bene de resones.
E si, a s'imbesse de brullare, sa cosa la pigamus a sa sèria, non pro mòrrere sos duos Ateneos mannos, craru, ma pro fàghere a beru de sa de Nùgoro s'Universidade de Sardigna e de su Mediterràneu?
In Nùgoro, pro nàrrere, cuntzentrare sas facultades chi s'interessant a sa linguistica sarda, sas chi istùdiant sas maladias mediterràneas, sas chi s'òcupant de veterinària, masseria e pastoriu...
Pro arresonare de custas chisiones, unas dies faghet, apo abertu un'arresonu in "politica on line" cun su tìtulu S'Universidade sarda in Nùgoro. Finas a oe ant lèghidu sos arresonos prus de 700 pessone e sunt intervènnidos prus de novanta. Unu singiale bonu de s'interessu chi tenet sa chistione de tènnere in Sardigna una univesidade acurtzu a sos sentidos de sos sardos.
Nùgoro, comente Corti in Còrsica, est unu logus de identidade, un'amentu de sa genia nostra gasi comente est Aristanis e s'istòria longa sua de sea de un'istadu indipendente. Beru est chi sos sìmbulos non sunt totu in sa bida de una terra che a sa Sardigna. E però agiudant a tènnere isperu. O no?

venerdì 1 febbraio 2008

"Razionalizzare" i beni archeologici? In giro puzza di bruciato

Una delibera del governo regionale, la 50/24 dell'11 dicembre scorso, è passata inosservata ai più fino a quando una cooperativa olbiese, che si guadagna il pane con la valorizzazione dei beni archeologici, non ha lanciato l'allarme. Lo ha fatto con il sindaco della città, preoccupato dagli effetti che la delibera potrebbe avere.
La parte del documento regionale che preoccupa è questa: "La continuità ai servizi in essere (quelli delle società che valorizzano i beni archeologici, NdR) verrà garantita fino al 30.5.2008 al fine di dare corso alla razionalizzazione e ottimizzazione del sistema regionale di gestione, attraverso l'indizione di otto bandi pubblici territoriali per la individuazione di non più di otto società di gestione capaci di assicurare la qualità dei servizi secondo gli standard definiti dal Piano regionale...".
A parte che, quando si sente parlare di "razionalizzazione e ottimizzazione", chi sa perché?, si pensa prima di tutto a nuovi disoccupati , è davvero congruo utilizzare questi termini aziendalistici quando si parla di organizzazione e gestione della cultura? Ma c'è un sospetto che potrebbe persino essere utile alla Regione, nel momento in cui elaborerà gli otto bandi, per fugarlo. Il sospetto è che si voglia favorire l'ingresso di società consolidate, ben dotate di capitali e di capacità di investire, naturalmente vocate al profitto, pardon alla razionalizzazione e ottimizzazione, magari con alle spalle sistemi museali forti.
Società che, sempre per rispettare il mandato di razionalizzare e ottimizzare, trasformino in salariati gli operatori culturali che oggi gestiscono siti archeologici e musei. Naturalmente, potrebbe dire chi si sente ingiustamente sospettato, la miriade di piccole e medie società sarde possono mettersi insieme nelle otto province per vincere gli appalti. Ma possono bastare i cinque mesi concessi dalla Regione per creare otto società di operatori culturali capaci di battere le società che, capitalisticamente parlando e conoscendo ovviamente la delibera, si sono già attrezzate per vincere?
Domande retoriche, va da sé. Vorrei sbagliarmi, ma la fine di questa storia è già scritta.

giovedì 31 gennaio 2008

Una Santa Alleanza contro l'autogoverno

S'è creata da tempo una Santa Alleanza, trasversale, politica ma soprattutto culturale, con un pallino in testa: revocare il più possibile le autonomie regionali e comunali e restituire allo Stato centrale e al suo Governo il potere di sostituirsi ad esse. Il gacobinismo e lo statalismo di alcune forze del centro-sinistra hanno trovato alleati nel giacobinismo di intellettuali del centro-destra.
Due episodi di questi giorni: l'intervista con Radio 1 del presidente di Lega ambiente Vittorio Cogliati Dezza e l'editoriale di Angelo Panebianco sul Magazine del Corriere della sera di oggi 31 gennaio.
Il primo sostiene che c'è un "eccesso di deleghe" agli enti locali, in materia di tutela del paesaggio, che devono "tornare allo Stato centrale" perché "ci vuole invece una visione di insieme". Invoca un riequilibrio delle "tendenze federalistiche negative" (proprio così, negative) e afferma che "più i poteri decisionali sono vicini al territorio e più sono sotto le pressioni e le possibilità di influenza". Come dire che l'autonomia va bene purché non pensi di essere autonoma.
L'editorialista del Corriere: "L'autogoverno locale può esistere solo se collegato alla responsabilità". La banalità dell'affermazione non sottintende, come sarebbe giusto, il fatto che tocca agli elettori far pagare ai governanti locali la loro irresponsabilità. No: se la responsabilità "viene a mancare, anche il "privilegio" dell'autogoverno dovrebbe essere, almeno temporaneamente, sospeso". A chi toccherebbe sospendere "l'autogoverno" se non al governo centrale, quintessenza della responsabilità, come dimostrano le vicende dei governi italiani da che se ne abbia memoria. Chi avrebbe il compito di sanzionare i governi irresponsabili? L'Unione europea, l'Onu o chi altro se non gli elettori?
Cogliati Dezza e Panebianco si riconoscono in culture politiche diverse e spesso in conflitto, ma quando si tratta di esprimere disprezzo per l'autogoverno delle comunità, dalle regionali alle comunali, l'unità è presto fatta.

Sessanta annos de autonomia sarda. E mudore in totuve

Mischinedda s'autonomiedda nostra. Sessanta annos oe, 31 de ghennàrgiu, sa Costituente at aprovadu s'Istatutu sardu e nemos paret chi si nde siat amentadu. Nudda b'at (nessi finas a custu mangianu) in su situ de su Guvernu sardu, nudda in cuddu de su Cussìgiu regionale, nudda in sos giornales sardos.
Bae e chirca si carchi mastru de iscola, nessi in una bidda, at naradu a sos istudentes chi cuddu 31 de ghennàrgiu de su 1948, pròpiu a s'urtimada, sos costituentes ant postu sa Sardigna in mesu de sas regiones cun autonomia ispetziale. Carchi ora de istentu in prus e no aiamus tentu mancu custa autonomiedda de su pagu prus o mancu chi nos agatamus.
Lussu aiat naradu chi sos sardos s'isetaiant unu leone e sos costituentes (sos sardos puru, non petzi sos continentales) lis ant integradu una gatu. Mancari gasi, oe diat èssere male fatu a nàrrere chi s'autonomia, pro megianedda chi siat. no at cambiadu nudda in Sardigna. A una cosa nessi est serbida: a nos fàghere cumprèndere chi nos bisòngiat meda ma meda prus de autonomia de sa chi nos ant integradu.
Ite birgùngia, però, chi istitutziones, giornales e iscola siant faghende colare custa die sena mancu un'amentu.

lunedì 28 gennaio 2008

Carnevale per autocolonizzati

Se i nostri antenati non ci avessero lasciato maschere, inquietanti figure, bàrdias ed altri segni originali della loro civiltà irridente, temo che i nostri Carnevale sarebbero quanto di più piatto e globalizzato si possa inventare. Non c’è niente di peggio per un popolo del suo autocolonialismo, quella malattia dello spirito che lo fa colonizzato e contento di esserlo.
Seguendo servizi televisivi e articoli sui giornali, si ha l’impressione che l’inventiva di molti organizzatori di Carnevale paesani e extrapaesani si sia arresa ai modelli esterni, nel patetico tentativo di replicare sfilate viareggine o veneziane. Eppure hanno tutti, nel giro di pochi chilometri, esempi da reinventare modernamente l’originalità di una pratica carnescialesca che affonda le radici nei millenni passati e che, proprio per questo, è apprezzata in tutto il mondo.
Carri che hanno per protagonisti o Prodi o Berlusconi o Grillo o altri abitatori del bestiario politico italiano, altri che partecipano a concorsi di originalità con maschere ispirate ai cartoons americani, filate accompagnate da musiche sudamericane: la saga dell’autocolonialismo è servita. E i Carnevale sardi, la maniera autoctona di essere anticonformisti e trasgressivi, si trasformano in manifestazioni di conformismo e riverenza. Oltre che in folclore, il modo migliore per mettere in museo la cultura, le tradizioni e la civiltà di un popolo.
Oggi, ancora, si offrono vino rosso delle nostre vigne, dolci sardi, carni dei nostri salti. Ma non sarà per molto, temo. Se vincerà la concezione del mondo propria di questi organizzatori di Carnevale, non passerà molto tempo prima che siano offerti cocacola, merendineferrero, amburgermcdonald. Allora sì che saremo moderni.

martedì 22 gennaio 2008

Sequestrati "gli etruschi" di Allai

Il sopralluogo della Sovrintendenza ad Allai (vedi qui), villaggio dell’Oristanese luogo di ritrovamento di reperti che potrebbero essere etruschi, ha avuto l’esito più scontato e temuto. I carabinieri del Nucleo di protezione e tutela dei beni archeologici hanno sequestrato tutto, così come detta la cosiddetta Legge Urbani, una delle leggi più centraliste e stataliste che la modernità abbia partorito.
Al sindaco di Allai, Enzo Tonino Saba, è rimasta in mano una ricevuta con l’elenco dei beni sottratti e in mente la considerazione che lo strapotere delle Soprintendenze e dello Stato sempre più accentratore ha colpito ancora una volta una piccola comunità padrona del suo territorio e esistente alcune migliaia di anni prima che nascesse lo Stato. Neppure ha avuto il conforto di una considerazione dell’esperto etruscologo al seguito dei carabinieri che si è limitato a fotografare i reperti.
Tempo fa, il Comune di Allai presentò alla stampa, alla presenza del presidente della Provincia di Oristano e della sua commissione cultura, i reperti trovati e studiati da un antichista che li giudicò autentici. Del suo parere, del suo lavoro neppure un cenno. Il bello è che il funzionario della Sovrintendenza (Emerenziana Usai) aveva introdotto il “sopralluogo” dicendo che era lì per spirito di collaborazione. Per fortuna. Chi sa che sarebbe successo se avesse avuto uno spirito di contestazione?
Ed ora che cosa succederà del gran numero di reperti che possono benissimo essere etruschi, visto che ad Allai, vent’anni e più, fu trovata una stele etrusca, anch’essa a lungo ignorata dalla Sovrintendenza? Trascorreranno trenta anni prima che se ne riparli, così come è successo per i giganti di Monte Prama e con il santuario nuragico di Su Benatzu di Santadi? E un’altra domanda: fino a quando la Regione ad autonomia speciale della Sardegna si rassegnerà a farsi espropriare dei beni culturali che i sardi, non altri popoli dell’allora inesistente Italia, ci hanno lasciato? Un po’ di schiena dritta è proprio impossibile?