Si deve forse al nuovo sovrintendente archeologico, Azzena, se finalmente si comincia a tirar fuori dagli archivi il "dossier Monte Prama". Le tonnellate di pietre fatte a pezzi, trovate nel Sinis nel 1974 (trentaquattro anni fa), che in un certo periodo della nostra storia erano statue, stanno per restituirci forme di guerrieri e di chi sa che cos'altro. I restauratori di Li Punti pare non si facciano molte illusioni sulla possibilità di ricostruire molte di quelle sculture, ma vivaddio almeno si comincia.
Tutto è bene qualche che finisce (o promette di finire) bene? Sì, ma solo in parte. Trentaquattro anni di colpevole dimenticanza, mescolata con l'incredibile ignavia di chi aveva in mano quei reperti, possono aver recato danni forse non recuperabili.
Si è scoperto molto recentemente che i giganti di Monte Prama erano stati colorati di nero e di rosso dai loro scultori. Colori, a quel che si dice, di origine animale. Si sa che, attraverso l'analisi al C14 di resti organici, è possibile risalire all'età delle tinte e, quindi, delle statue. E sapere, così, se hanno ragione i feniciomani a datarle a un'epoca successiva all'arrivo dei Fenici, o se hanno ragione quelli che le fanno risalire al X o all'XI secolo avanti Cristo. Questa analisi, sia detto per inciso, non potrà essere fatta in Sardegna perché nella nostra isola, per quanto ricchissima di reperti archeologici, non c'è strumentazione adatta.
La domanda che c'è da porsi, con timore e con rabbia, è a questo punto: Possibile che gli archeologi che hanno lavorato nel sito, prima di autorizzare il trasporto delle migliaia di pezzi, non si siano accorti che alcuni di questi erano dipinti?
domenica 30 marzo 2008
giovedì 27 marzo 2008
Supramonte e la delibera misteriosa
Quando si parla di possibile nuova occupazione, soprattutto in periodi di magra come questi, non si può non rallegrarsene. Soprattutto se a creare posti di lavoro è l'utilizzo non consumistico del patrimonio ambientale che abbiamo. L'occasione si chiama "Progetto pilota del Supramonte" deliberato ieri dal governo sardo (Delibera 18/4) e che riguarda i comuni di Orgosolo, Dorgali e Oliena.
La delibera (alle ore 15 di oggi) non è ancora pubblica se non a beneficio dei sindaci diessini di Orgosolo e Dorgali e della Nuova Sardegna. Non la conosce - per sua ammissione - neppure il sindaco di Oliena che è, però, di altra parrocchia. Siamo uomini di mondo e sappiamo che fra i privilegi di chi detiene il potere è quello di informare per primi i consanguinei. Si racconta che nel 1832, anno dell'entrata in vigore dell'editto delle chiudende, un funzionario bittese residente a Torino abbia informato i suoi parenti con un laconico messaggio: "Tancadebonde".
Non avendo santos in corte come i due sindaci e la cronista della Nuova, dobbiamo fidarci dei peana sciolti alle magnifiche sorti e progressive degli oltre 15 mila ettari toccati dalla buona sorte. Ma c'è qualcosa che mi ha fatto sobbalzare, effetto che mi auguro faccia anche a chi non conosce la realtà di quei luoghi. "La Cooperativa Rinascita '70 ha messo a disposizione i propri terreni".
Ohibò. E da quando, una cooperativa, per amica che sia prima del Pci, poi del Pds, quindi dei Ds e ora del Partito democratico, ha "propri terreni" nel Supramonte, notoriamente fatto di terre comunitarie e demaniali? Sbaglio o lapsus feudiano? Forse, ma mica tanto. Perché si viene a sapere che la Cooperativa "ha manifestato la disponibilità a restituire i terreni in occupazione per essere trasferiti all'Ente Foreste".
Chi mi legge deve sapere che la Rinascita '70 ottenne in concessione per 25 anni dalla comunità orgolese (proprietaria essa sì dei terreni, gravati fra l'altro di uso civico) 2500 ettari perché li lavorasse e legittimamente ne ricavasse occupazione. La Cooperativa, dunque, scaduto il prestito deve restituire ciò che ha ottenuto dalla legittima proprietaria, non può dichiarare la sua disponibilità a farlo. E lo deve fare senza porre alla comunità la condizione che quelle terre siano trasferite all'Ente Foreste.
Come molti di voi, credo, ho ottenuto da una banca un prestito per farmi la casa. Dubito che sarebbe contenta se dichiarassi la mia disponibilità a restituirle il mutuo, a patto che... Mi pare improbabile che nella delibera del governo sardo, quando sarà dato anche ai non diessini di conoscerla, leggeremo simili proterve sciocchezze. Ciò che mi pare assai probabile è che le comunità interessate dal provvedimento non prenderebbero alla leggera un simile tentativo di esproprio.
La delibera (alle ore 15 di oggi) non è ancora pubblica se non a beneficio dei sindaci diessini di Orgosolo e Dorgali e della Nuova Sardegna. Non la conosce - per sua ammissione - neppure il sindaco di Oliena che è, però, di altra parrocchia. Siamo uomini di mondo e sappiamo che fra i privilegi di chi detiene il potere è quello di informare per primi i consanguinei. Si racconta che nel 1832, anno dell'entrata in vigore dell'editto delle chiudende, un funzionario bittese residente a Torino abbia informato i suoi parenti con un laconico messaggio: "Tancadebonde".
Non avendo santos in corte come i due sindaci e la cronista della Nuova, dobbiamo fidarci dei peana sciolti alle magnifiche sorti e progressive degli oltre 15 mila ettari toccati dalla buona sorte. Ma c'è qualcosa che mi ha fatto sobbalzare, effetto che mi auguro faccia anche a chi non conosce la realtà di quei luoghi. "La Cooperativa Rinascita '70 ha messo a disposizione i propri terreni".
Ohibò. E da quando, una cooperativa, per amica che sia prima del Pci, poi del Pds, quindi dei Ds e ora del Partito democratico, ha "propri terreni" nel Supramonte, notoriamente fatto di terre comunitarie e demaniali? Sbaglio o lapsus feudiano? Forse, ma mica tanto. Perché si viene a sapere che la Cooperativa "ha manifestato la disponibilità a restituire i terreni in occupazione per essere trasferiti all'Ente Foreste".
Chi mi legge deve sapere che la Rinascita '70 ottenne in concessione per 25 anni dalla comunità orgolese (proprietaria essa sì dei terreni, gravati fra l'altro di uso civico) 2500 ettari perché li lavorasse e legittimamente ne ricavasse occupazione. La Cooperativa, dunque, scaduto il prestito deve restituire ciò che ha ottenuto dalla legittima proprietaria, non può dichiarare la sua disponibilità a farlo. E lo deve fare senza porre alla comunità la condizione che quelle terre siano trasferite all'Ente Foreste.
Come molti di voi, credo, ho ottenuto da una banca un prestito per farmi la casa. Dubito che sarebbe contenta se dichiarassi la mia disponibilità a restituirle il mutuo, a patto che... Mi pare improbabile che nella delibera del governo sardo, quando sarà dato anche ai non diessini di conoscerla, leggeremo simili proterve sciocchezze. Ciò che mi pare assai probabile è che le comunità interessate dal provvedimento non prenderebbero alla leggera un simile tentativo di esproprio.
giovedì 20 marzo 2008
Perché tanto silenzio sulla letteratura in sardo?
Continua giorno dopo giorno e con metodo, la posa nei quotidiani sardi di una cortina sanitaria intorno alla letteratura in sardo. Diversi quanto a linea politica e concorrenti in molti altri aspetti, su una cosa sono concordi: nella pervicacia con cui stendono una assordante cappa di silenzio su tutto ciò che anche da lontano odori di letteratura in lingua sarda.
Con assiduità pubblicano intere pagine sui romanzi usciti in Sardegna purché in italiano e, al massimo, con qualche "espressione dialettale" che, fuori dell'Isola, fa molto esotico e folcloristico. E, sopra, gli appiccicano il bollino "Nouvelle vague letteraria sarda" o "Nuova letteratura sarda". Sul fatto se possa essere definita sarda una letteratura scritta in altra lingua, è in corso in vari forum (uno è quello di Politica OnLine) una lunga e spesso appassionata discussione, ma non è questo in causa.
In causa è il fatto che per i quotidiani sardi (unico veicolo di conoscenza e di pubblicizzazione di quanto avviene in questo campo) esiste solo la letteratura in italiano. La negazione di informazione su quanto si pubblica in lingua sarda è totale e se non parlo di genocidio culturale è perché, in questi giorni, è tornato di attualità il più grave genocidio della cultura tibetana. Ma, nel loro piccolo, i giornali sardi se lo tentano con la letteratura in sardo.
Un complotto? Magari: si saprebbe come metterlo a nudo e combatterlo. Il fatto è che si tratta di un'operazione di politica cultura condotta con piena consapevolezza da alcuni responsabili dell'azienda culturale sarda e con inconsapevole complicità di chi sta a questo gioco alla negazione. In un forum aperto su Il Corriere della Sera sul "Leggere e Scrivere", di fronte alla curiosità per una cosa ignota espressa da molti, è stato un sardo ad affermare: 1) La letteratura sarda è coltivata in vitro dalle provvidenze regionali (cosa notoriamente falsa); 2) Nessuno compra i libri in sardo se non gli amici e i compaesani dell'autore.
Che fuori dell'Isola nulla si sappia sulla letteratura in sardo è persino ovvio, come è bella cosa sapere che ci sia almeno curiosità; che le sciocchezze che ho riportato le dica un sardo è dovuto al fatto che non ne ha mai letto sui giornali sardi che, presumibilmente, egli legge. Il che dimostra che la cappa di silenzio funziona. Una cosa non conosciuta non esiste: la disinformatzia stalinista è buona maestra.
Con assiduità pubblicano intere pagine sui romanzi usciti in Sardegna purché in italiano e, al massimo, con qualche "espressione dialettale" che, fuori dell'Isola, fa molto esotico e folcloristico. E, sopra, gli appiccicano il bollino "Nouvelle vague letteraria sarda" o "Nuova letteratura sarda". Sul fatto se possa essere definita sarda una letteratura scritta in altra lingua, è in corso in vari forum (uno è quello di Politica OnLine) una lunga e spesso appassionata discussione, ma non è questo in causa.
In causa è il fatto che per i quotidiani sardi (unico veicolo di conoscenza e di pubblicizzazione di quanto avviene in questo campo) esiste solo la letteratura in italiano. La negazione di informazione su quanto si pubblica in lingua sarda è totale e se non parlo di genocidio culturale è perché, in questi giorni, è tornato di attualità il più grave genocidio della cultura tibetana. Ma, nel loro piccolo, i giornali sardi se lo tentano con la letteratura in sardo.
Un complotto? Magari: si saprebbe come metterlo a nudo e combatterlo. Il fatto è che si tratta di un'operazione di politica cultura condotta con piena consapevolezza da alcuni responsabili dell'azienda culturale sarda e con inconsapevole complicità di chi sta a questo gioco alla negazione. In un forum aperto su Il Corriere della Sera sul "Leggere e Scrivere", di fronte alla curiosità per una cosa ignota espressa da molti, è stato un sardo ad affermare: 1) La letteratura sarda è coltivata in vitro dalle provvidenze regionali (cosa notoriamente falsa); 2) Nessuno compra i libri in sardo se non gli amici e i compaesani dell'autore.
Che fuori dell'Isola nulla si sappia sulla letteratura in sardo è persino ovvio, come è bella cosa sapere che ci sia almeno curiosità; che le sciocchezze che ho riportato le dica un sardo è dovuto al fatto che non ne ha mai letto sui giornali sardi che, presumibilmente, egli legge. Il che dimostra che la cappa di silenzio funziona. Una cosa non conosciuta non esiste: la disinformatzia stalinista è buona maestra.
martedì 18 marzo 2008
Una assenza inquietante
Sarà responsabilità dei giornali infedeli, nel riportare le cose, o dalla campagna elettorale dei grandi e medi schieramenti in Sardegna manca una questione di fondo? Fondamentale è, va da sé, la questione della nuova Costituzione della Sardegna. Diceva non ricordo più chi, che fra la riforma delle istituzioni e i provvedimenti economici e sociali c'è lo stesso rapporto che c'è fra il matrimonio e i regali di nozze: questi ultimi sono molto attesi, ma senza il primo non ci possono essere.Ebbene, leggendo i giornali sardi e qualche comunicato emanato dai partiti, si ha l'impressione che c'è una inquietante assenza: la volontà di dare alla Sardegna una Costituzione in cui siano stabiliti i rapporti futuri fra l'Isola, l'Italia, l'Europa. Tutti parlano dei regali di nozze, nessuno di nozze. Tutti, insomma, si impegnano per lo sviluppo della Sardegna, per l'occupazione, qualcuno dice che bisogna ripensare al sistema produttivo, altri si spinge a chiedere continuità territoriale e la zona franca. Non si esce, insomma, dall'economicismo che fu il difetto fondamentale del vecchio Statuto, fatto passare, dai sardi che lo chiesero e gli italiani che lo concessero, come un provvedimento per superare il deficit di sviluppo tra Sardegna e Continente. Il fatto che a fondamento della specialità dell'autonomia ci fossero elementi immateriali come la lingua, la storia, gli istituti giuridici del diritto consuetudinario, nemmeno fu preso in esame.
Oggi si rischia di commettere lo stesso drammatico sbaglio. Per la verità, l'ex ministro Pisanu, una novità l'ha introdotta: quella della insularità come fondamento della specialità e del diritto a una contrattazione alta di un nuovo rapporto con l'Italia e l'Europa. Dal semplice economicismo del passato si va al "geografismo", qualcosa di più e di meglio, ma non basta. C'è a disposizione di tutti una proposta di Costituzione "Sa Carta de logu nova de sa Natzione sarda", pubblicata ora da Condaghes e a cui può essere richiesta,elaborata da un Comitato cui ha garantito appoggio e sostegno anche lo schieramento di cui Pisanu fa parte. (Nella foto la copertina del libretto).
Un progetto forte. Troppo per essere appoggiato anche in campagna elettorale?
sabato 15 marzo 2008
Tuvixeddu e gli adoratori dell'Ordigno

L'Ordigno è, nel bellissimo "Sardità come utopia. Cronache di un corpiratore" di Eliseo Spiga, lo Stato e, in genere, l'organizzazione suprema. Lui, ed io, prendiamo al più atto che l'Ordigno esiste e, insieme a molti altri, tentiamo di limitarne l'invadenza, il perverso suo gusto di disciplinare tutto, compresa la lunghezza delle banane. Altri lo vorrebbe più invadente, più in grado di omogeneizzare tutto il possibile.
Così, nel post qui sotto, riferisco di un articolo di Marcello Madau, archeologo, docente all' Università di Sassari, angustiato dal pericolo che l'Ordigno sia almeno moderato nel governo dei beni culturali sardi. Poco male fosse solo, il fatto è che tutto lo statalismo sardo è di questa idea: se tutto il potere non è nelle mani dello Stato, e per esempio è compartito con la Regione, poveri beni culturali alla merce' "degli interessi locali".
Deve essere per questo che la Soprintendenza archeologica, notoriamente organo dello Stato e perciò lontano dalle seduzioni "degli interessi locali", ha compromesso la necropoli di Tuvixeddu. "La Soprintendenza e il Ministero dei Beni Culturali" ha scritto Legambiente "in passato non hanno attuato una tutela adeguata dell'area archeologica di Tuvixeddu, tanto che numerose tombe sono state inglobate all'interno di costruzioni private. Si è persino autorizzata la costruzione di una strada a scorrimento veloce che taglia il sito e si estende a pochi metri dalle tombe della necropoli."
Chi sta meglio salvaguardando Tuvixeddu (non interessa, qui, se bene o male, con o senza forzature): lo Stato attraverso la sua Soprintendenza o la Regione sarda?
E dato che ci siamo: chi ha dato all'Enel il permesso di piazzare brutti tralicci vicino al nuraghe Losa?
Chi - si guardi la prima foto in alto - ha dato il permesso di recingere e di costruirvi accanto la splendida domo de jana di Calaviche, scavata nel masso che si intravede dietro il recinto?
Chi - guardate l'altra foto - sta consentendo lo scempio degli affreschi della chiesa campestre di Santu Naniu di Orgosolo?
giovedì 13 marzo 2008
Statoiatri sull'orlo di una crisi di nervi
Marcello Madau scrive oggi su un giornale sardo di augurarsi non venga "smarrito, per via della omologazione di interessi che si intravvede nel riavvicinamento delle due grandi forze politiche, il ruolo superiore dello Stato come custode della collettività nazionale e dell'uguaglianza dei suoi diritti e doveri". Aznar in Spagna e il Conseil constitutionnel francese (per dire dei più resistenti baluardi del giacobinismo) non avrebbero potuto dire meglio.
E per che cosa Madau esprime questa preoccupazione? Perché sente il rischio che il controllo dei beni culturali possa passare dallo Stato alle Regioni. E che cosa, se non una concezione statoiatra, può fargli pensare che questo sia un male, anziché, come penso, un bene? La Regione sarda, intesa naturalmente come istituzione del popolo sardo, non sarebbe in grado di avere una visione unitaria di beni culturali che le appartengono? Perché? Perché è un'entità più piccola dell'Italia o solo perché non è uno Stato indipendente? Par di capire che se lo fosse, Madau non eccepirebbe e si rassegnerebbe a una tutela sarda del patrimonio culturale sardo.
Insomma, Malta, quattro volte meno popolata della Sardegna, è titolata a esercitare tutela dei suoi beni culturali perché è uno Stato. E la stessa titolarità, suppongo, Madau riconosce a Montenegro, a Cipro e ad altri Paesi più piccoli della Sardegna, solo perché stati. Se è così, credo che Bustianu Cumpostu, Efisio Trincas e Gavinu Sale abbiano ragioni da vendere, quando propongono la costituzione dello Stato sardo.
Non ne sono sicuro, ma penso che una Sovrintendenza sarda (nel senso che non risponde a un Ministero italiano) starebbe più attenta a non fare figli (feniciomani, romanomani, grecomani, etc) e figliastri (quei poveri archeologi che si ostinano a pensare che in Sardegna, oltre a fenici, punici, romani, bizantini... ci fossero anche dei sardi).
E per che cosa Madau esprime questa preoccupazione? Perché sente il rischio che il controllo dei beni culturali possa passare dallo Stato alle Regioni. E che cosa, se non una concezione statoiatra, può fargli pensare che questo sia un male, anziché, come penso, un bene? La Regione sarda, intesa naturalmente come istituzione del popolo sardo, non sarebbe in grado di avere una visione unitaria di beni culturali che le appartengono? Perché? Perché è un'entità più piccola dell'Italia o solo perché non è uno Stato indipendente? Par di capire che se lo fosse, Madau non eccepirebbe e si rassegnerebbe a una tutela sarda del patrimonio culturale sardo.
Insomma, Malta, quattro volte meno popolata della Sardegna, è titolata a esercitare tutela dei suoi beni culturali perché è uno Stato. E la stessa titolarità, suppongo, Madau riconosce a Montenegro, a Cipro e ad altri Paesi più piccoli della Sardegna, solo perché stati. Se è così, credo che Bustianu Cumpostu, Efisio Trincas e Gavinu Sale abbiano ragioni da vendere, quando propongono la costituzione dello Stato sardo.
Non ne sono sicuro, ma penso che una Sovrintendenza sarda (nel senso che non risponde a un Ministero italiano) starebbe più attenta a non fare figli (feniciomani, romanomani, grecomani, etc) e figliastri (quei poveri archeologi che si ostinano a pensare che in Sardegna, oltre a fenici, punici, romani, bizantini... ci fossero anche dei sardi).
martedì 11 marzo 2008
Come si "sdoganò" la letteratura in sardo
Su Il Corriere della sera di questi giorni, più precisamente su un suo forum dedicato alla letteratura, si è incidentalmente aperto un mini dibattito sulla letteratura sarda in lingua sarda. Incidentalmente perché, ad un intervento su "l'auto-esotismo" di una parte degli scrittori di cognome sardo che vanno di moda, ho risposto con un mio intervento in cui segnalavo una "curiosità": in Sardegna esiste una ormai copiosa letteratura in lingua sarda.
La "curiosità" è certo per i lettori italiani, ma anche per quelli sardi, ai quali, del resto, l'esistenza di una letteratura in sardo è negata non solo dai giornali continentali, ma anche sa quelli stampati e diffusi in Sardegna. Chi avesse voglia di vedere le reazioni suscitate da questa "curiosità", può farlo cliccando qui e poi seguendo il dibattito nei giorni di cui è indicata l'apertura del forum.
La "curiosità" è certo per i lettori italiani, ma anche per quelli sardi, ai quali, del resto, l'esistenza di una letteratura in sardo è negata non solo dai giornali continentali, ma anche sa quelli stampati e diffusi in Sardegna. Chi avesse voglia di vedere le reazioni suscitate da questa "curiosità", può farlo cliccando qui e poi seguendo il dibattito nei giorni di cui è indicata l'apertura del forum.
Iscriviti a:
Post (Atom)