mercoledì 2 gennaio 2008

In morte di un amico

Nutrivo un grande e profondo affetto per Peppino Marotto, ucciso una die nòdida come capita nella interminabile storia della vendetta dalle nostre parti. Gli volevo bene per la sua balentia, per il suo essere òmine, per ciò che – può darsi – lo ha portato davanti al suo assassino. I media e il suo schieramento politico lo hanno in questi giorni esaltato come un eroe, distillandone una appartenenza totale che ha finito per allontanare Peppino dal resto della sua gente, quello che non ha e non sente quella appartenenza.
Salvo poi lamentare la scarsa partecipazione degli orgolesi ai suoi funerali pubblici (la compartecipazione privata e intima è stata tutt’altra cosa) e constatare che i necrologi sui giornali sono stati singolarmente appannaggio degli apparati politico e sindacale.

L’uomo che ha speso gran parte della sua vita a promuovere la lingua sarda con bellissime poesie intime e con versi, spesso mediocri, di agitazione politica, non ha avuto in dono neppure un necrologio in sardo da chi, pure, ha esaltato quei versi come strumento di apostolato politico e sindacale.

Quando muore un personaggio come Peppino Marotto, tanto più quando è vittima di un assassino, la retorica è nella ragione delle cose e sarebbe ingiusto rammaricarsene. L’enfasi è dentro l’emozione stessa. Questa volta è successo qualcosa di più inquietante della libera stura data alla retorica. Il fatto che l’assassinio sia capitato ad Orgosolo ha fatto schierare il solito plotone armato di stereotipi, trivialità, luoghi comuni, banalità.

A comandare il plotone, il Corriere della sera ha chiamato lo scrittore bolognese di origini nuoresi Fois, il quale ha immaginato e scritto che la morte di Peppino Marotto è stata programmata ad Orgosolo da una sorta di cupola malavitosa che ha deciso come e quando eseguire la sentenza. Abituato, com’è, a scrivere di Sardegna secondo gli stereotipi che fanno più cassa, non si è forse neppure accorto che il giornale milanese gli aveva chiesto un commento su un omicidio alle falde del Gennargentu e non dell’Etna, su un fatto di banditismo e non di mafia.

Fois è iscritto alla “nouvelle vague letteraria sarda”, popolata di scrittori che si vantano di non essere sardi o di essersi dimessi da sardi e, soprattutto, che disprezzano l’uso del sardo nella scrittura. Anche se, per ragioni di schieramento, sono poi inclini a enfatizzare Peppino Marotto proclamando che egli ha dato il là al “rinascimento sardo”.

2 commenti:

antonio angelo ha detto...

finalmente un articulu fattu dae un omine de gabbale. bravu, gianfrà

maxbacciu ha detto...

articolo bellissimo....complimenti davvero...