lunedì 20 aprile 2009

Le fissazioni di Brunetta: specialità delenda est

Rieccolo Brunetta con il suo pallino di abolire le regioni speciali, rendendo speciali tutte le 20 regioni della Repubblica e quindi nessuna speciale. Questa sua fissazione riemerge, come un fiume carsico, di tanto in tanto, ogni volta che si accorge che nel suo libro mastro di buon ragioniere, il dare e l’avere non tornano. Intendiamoci, dal punto di vista contabile ed economico, Renato Brunetta non ha torto.
Le attuali Regioni a Statuto speciale” dice il ministro “sono istituzioni della Repubblica che per 50-60 anni hanno, chi bene, chi meno bene, goduto di un vantaggio finanziario. Molti l’hanno usato bene, altri meno bene. Con il federalismo e il federalismo fiscale che stiamo realizzando, avremo tutte regioni a statuto speciale. Si giocherà non più sui trasferimenti maggiori, ma sull’efficienza, la qualità, la trasparenza, la produttività.” Ci sarebbe, a questo punto, da chiedersi, come ha fatto Paolo Maninchedda nel suo blog, che cavolo ci sta a fare, allora, questa “Unità della Repubblica” cui molti, penso anche Brunetta, tanto tengono.
Le nazioni diverse dall’italiana (insieme alla sarda, la sudtirolese, la slovena, la friulana, la ladina, la valdostana) stanno nella Repubblica unitaria perché questa ha assicurato loro, in Costituzione, che avranno una tutela differenziata: altrimenti, perché dovrebbero? Perché non dovrebbero cercare e trovare casa o per proprio conto o in altri stati europei che almeno parlano la stessa lingua? Il fatto è che, non so con quale consapevolezza, Renato Brunetta mi pare figlio di una cultura vetero marxista, quella stessa che impose ai Costituenti italiani una visione economicista delle autonomie.
Si “concesse” l’autonomia alle regioni, definendole speciali, non per le loro peculiarità linguistiche, culturali, storiche, identitarie, ma per ragioni economiche o geopolitiche. O per obbligo internazionale, nel caso della Valle d’Aosta, della Venezia Giulia, del Sud Tirolo, o per paura della rinascita del separatismo siciliano o, nel caso della Sardegna, per colmare un deficit di sviluppo. Se davvero fossero questi i fondamenti della specialità, Brunetta avrebbe una qualche ragione nel pensare superati i motivi delle peculiarità economiche e geopolitiche. Del resto non è il solo a pensarla così. Ieri, sulla Nuova Sardegna, Andrea Pubusa ha confermato che “la posizione del ministro in realtà esiste in continente non solo nell’area della destra, ma anche negli ambienti giuridici democratici, con i quali ho spesso polemizzato. Dicono in sostanza che le ragioni della specialità sono venute meno, quindi tutti vanno trattati allo stesso modo perché la specialità si configura come una posizione corporativa. Ma non considerano, per quanto riguarda almeno la Sardegna e in parte la Sicilia, che la ragione della specialità non è superabile e che resta, per tutte le implicazioni che questo comporta, anche la necessità di difendere il patrimonio culturale e identitario, che esiste dappertutto ma che altrove non è paragonabile a quello delle Regioni speciali”.
Questo è, infatti, il punto. Le ragioni della specialità non sono solo economiche, forse non lo sono affatto se si pensa a terre come la Calabria regione non speciale, ma soprattutto nazionali, nel senso che la peculiarità attiene a nazioni diverse da quella italiana. Per quanto riguarda la Sardegna, neppure il riconosciuto svantaggio derivante dalla sua insularità è elemento primo della specialità. Mai capiti, ma se anche un domani a qualcuno venisse in mente di unire con ponti la Sardegna all’Italia, la sua specialità e unicità non verrebbe meno.
È necessario a questo punto, però, trasformare in norme di rango costituzionale quel che in Sardegna è ormai una visione maggioritaria dei fondamenti della nostra specialità. Sia nel programma di chi ha vinto sia di chi ha perso le elezioni di febbraio, la necessità di un nuovo statuto speciale è avvertita come prioritaria. In entrambi i programmi la questione della identità è centrale. L’insistenza di Brunetta potrebbe essere utilizzata per dare una accelerazione a questo processo di riscrittura.

venerdì 17 aprile 2009

E la banca tassò la solidarietà



Un amico mi ha mostrato, e fatto fotografare, il documento riprodotto qui sopra. In un giorno di Dicembre dello scorso anno, a un mese dalla devastante alluvione di Orosei, il mio amico sottoscrisse 30 euro a favore delle persone che avevano subito danni davvero considerevoli.
Mai avrebbe immaginato che questo suo atto di solidarietà dovesse essere tassato dalla banca con un addebito di 82 centesimi di euro, quel che una volta erano 1.600 lire. Sappiamo bene che una banca non è una istituto di beneficenza e che, insomma, fra il Banco di Sardegna e le Dame di San Vincenzo c'è una qualche differenza. Ma profittare di una sciagura come è stata quella di Orosei nell'autunno passato è un po' troppo.
Non so quante centinaia di persone si siano servite di un bonifico per dare una mano agli alluvionati e quanto, così, il Banco di Sardegna di abbia lucrato, né so se questo del tassare la solidarietà sia costume diffuso fra le banche. Se lo fosse, l'immagine un po' retro del banchiere con sembianze di avvoltoio acquisterebbe un sapore di verosimiglianza.

Caro Sanna, son solo fregi ornamentali

di Massimo Pittau

Caro Gigi Sanna,
L’immagine della tavoletta di Tzricottu che tu hai pubblicato di nuovo è così chiara, che ormai senza alcuna ombra di dubbio mi sono convinto che essa contiene solamente fregi ornamentali, mentre non contiene alcun segno di scrittura. Tanto è vero che nessuno di quei segni ornamentali corrisponde ad alcuna lettera degli alfabeti medio-orientali che tu di volta in volta sei solito mettere avanti. D’altronde sull’argomento tu hai fatto una grande virata: prima avevi presentato i segni della tavoletta come quelli dell’alfabeto tutto ed esclusivamente “nuragico”, poi hai finito col connetterli con alcuni, anzi troppi, alfabeti medio-orientali.
Circa la questione della simmetria bilaterale di quella che tu interpreti essere un’iscrizione, c’è da considerare e precisare che in nessuna scrittura si ha mai la retroformazione contigua di una sequenza spaziale di grafemi o lettere, dato che in nessuna lingua si ha mai una analoga retroformazione contigua di una sequenza temporale di fonemi o suoni vocali.
La ripetizione e il raggruppamento della lettera M in due piramidi di nove e di sette lettere, che tu hai presentato nella tua lettera, non è affatto un discorso epigrafico e tanto meno linguistico, mentre non è altro – come tu stesso l’hai chiamato – che un lusus scrittorio, un gioco che assomiglia molto ai castelli fatti con le carte da gioco. E infatti la lettera M può essere l’abbreviazione di Massimo e di Maria, ma anche di mare, monte, movimento, morte, Montalbano, Malaga, Montevideo, Mississipi e di altre migliaia e migliaia di vocaboli di molte lingue, senza che si possa capire a quale di questi vocaboli la lettera M esattamente si riferisca.
Però nella tua lettera hai tralasciato di rispondere alla mia obiezione fondamentale, quella relativa al punto debolissimo delle tue argomentazioni: perché nei tuoi studi e nelle tue pubblicazioni hai ignorato completamente ciò che sulla lingua nuragica ha scritto la glottologia o linguistica storica negli ultimi 8O anni? Snobbare ciò che ha scritto Massimo Pittau nel suo libro, di 232 pagine, «La Lingua Sardiana o dei Protosardi» (Cagliari 2001, Libreria Koinè Sassari), pazienza (mi ci sono adattato senza fiatare); ma snobbare una dozzina di linguisti titolari di cattedre universitarie che si sono interessati della lingua nuragica o sardiana, non ti sembra un atto di presunzione, che poi ha avuto ed ha le sue ovvie conseguenze?
Nonostante tutto, sempre con cordialità

mercoledì 15 aprile 2009

A lezione di scrittura nuragica

di Gigi Sanna

Il 14 maggio alle 18.30 comincia nella sede della Associazione culturale "G. Pirina" di Oristano un mio Corso sulla scrittura nuragica. Il Corso che proseguirà con altre due lezioni, sempre nel mese di Maggio, continuerà con altre 9 che si terranno, sempre di Giovedì, con cadenza settimanale, nei mesi di Ottobre e di Novembre.
Il corso avviene dietro diretta e pressante richiesta di molti appassionati e studiosi che hanno partecipato alle conferenze tenute in numerosi centri dell’Isola (Abbasanta, Cabras, Bosa, Sindia, Cagliari, Sassari, Marrubiu, Mogoro, Ales, Ninnai, Oschiri, Tortolì, Sanluri, Oristano, ecc, Università, Scuole secondarie, Università della Terza età, Circoli culturali, Sedi di Gruppi archeologici.

Per vedere il programma

martedì 14 aprile 2009

Custu biazu de sa limba sarda, a ube andat?

de Mario Antiogu Sanna*

A ube andat a finire sa limba sarda isparghida in deghe ribos defferentes? Pruite no cherimus cumprender chi gherrande contra de nois matessi, tra limba sarda campidanesa e limba sarda comuna, no andamus a perunu logu? Pruitte semus semper terracos de sa limba italiana?
Soe meda in pensamentu pro su benidore de sa limba nostra e cheret nadu, puru pro su traballu “onestu” de sos operadores “onestos” chi in sos isportellos (o ufitzios), ant fattu su dovere issoro.
Sa limba sarda pro sighire a bivere e a creschere devet intrare in sas Iscolas e in sa Televisione, in sa Radio e in Internet.
Semus sardos primu de tottus, ma esser sardos, no cheret nare no a esser petzi italianos o petzi tzitadinos de s'Europa e de su mundu. Chi faeddat (e iscriet o su nessi bi che provat) in sardu, est una pessona chi giughet una ricchesa manna intro a s'anima e a cussentzia sua: unu “surplus” de autocoscientzia”.
Deo chi soe pro metade logudoresu e pro metade campidanesu, no mi che ponzo nemmancu su problema limbisticu: faeddo e iscrio in logudoresu (meda puru in sa LSC), ma cumprendo puru su campidanesu, ca sa “forma mentis” chi tenzo, mi pirmittit de aberrer sas origlas e de proare su nessi a cumprender su chi mi sunt nende.
Meda bortas apo intesu dae sos dozentes unu dimanda chi deo agatto meda banale: “de accordu pro su sardu in iscola, ma cale sardu”?
E cun custu alibi, si sighit a faeddare de sa limba sarda in limba italiana...
Deo penso chi sa faeddadas de sas biddas, depent a esser tuteladas non petzi in domo, ma finas in iscola, mancari chi chi su compitu de s'Iscola est cussu de mezorare sas cumpetenzias de sos piseddos in calisiat materia. Pro sa limba sarda, aisettende chi calicunu comintzet a iscrier deabberu liberos “didatticos” in sardu, comintzamus a fagher connoscher sos condaghes e carchi ateru documentu antigu, ca sa limba sarda “amministrativa”, meda no l’ischint, ma at lompidu dae meda sos 1000 annos, no duas dies!!!!
E petzi faghimus, imparare a sos piseddos (o pitzinnos), puru sas poesias, sas pregatorias, sas paristorias....
Est ora de pesare sa conca a chelu, est s’ora de l'agabbare cun sas brigas e sas “malas trassas”, est ora de dimandare, arziande puru sa boghe, a chie contat de daer logu (e puru dinari) a chie cheret traballare deabberu pro sa limba sarda.
Petzi torrande a impreare su sardu in onni cuntestu, ma innanti a tottus pro s'informatzione e sa cultura in sos medios de comunicatzione, amus a fagher carchi cosa de mannu pro salvare sa limba de sos iaios nostros. E si calicunu no est in accordu, chi lu nerzat una borta pro tottu, ma chi l'agabbet de fagher su mortore de sa limba, leandesi a sa cua sos dinaris “de e pro” sa limba sarda.
Faghimus bider nessi pro una borta, chi semus “unu popolu cun una limba”, mancari bi siant treghentos biddas chi faeddant in manera defferente; faghimus bider chi semus un'anima sola; faghimus bider chi semus unu popolu; faghimus bider chi semus nois, sos “meres” de sa limba nostra. Lassamus a un'ala sa “tendentzia” nostra de esser sempre “terracos”. In custa batalla pro sa limba no si depet narrer “se Deus cheret e sos carabineris lu permittint”!!! Semus nois chi li depimus cherrer e depent a esser sos amministradores a lu permettere cun d’una Leze fatta “ad hoc”.
Ca si no faghimus nudda nois, paris cun issos, su biazu de sa limba sarda, est unu biazu destinadu a s'atoppare cun sas limbas mortas; comente narat su diciu: «S’andada de su fumu!»

* Resp. ULS de su Comune de Sindia

lunedì 13 aprile 2009

Cultura, identità e Mister Ainis

di Francu Pilloni

Ho seguito con interesse gli ultimi post del blog che così gentilmente ci ospita e ci dà modo di scambiare i pareri, e qualche volta gli insulti, quasi in diretta, rispettando i tempi e gli impegni di ciascuno. Sono tornate a galla le questioni di sempre, della lingua, della letteratura, della storia, dell’identità del popolo sardo, sempre che sia ancora “popolo” o “nazione”, non solo un segmento del pubblico indistinto al quale è rivolta una comunicazione commerciale. “Su populu sardu” come target, appunto, con solamente alcune specifiche chiavi d’ingresso.
Tutti i temi che di volta in volta vengono affrontati con veemenza spesso inversamente proporzionale all’acutezza delle osservazioni (non nego di essere stato io stesso un campione di esagerazione), risultano facce diverse dello stesso poliedro, considerate per se stesse, delimitate negli e dagli spigoli che le racchiudono, ignare delle altre rappresentazioni attigue e/o opposte che comunque formano tutte insieme una realtà unitaria e complessa, come può essere la cultura, anche quella sarda che notoriamente ha la c minuscola.

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sabato 11 aprile 2009

Idea: perché non intitolare a Moratti il Golfo di Cagliari?

di Pierluigi Montalbano

Premetto che non sono pro o contro i feniciomani ma..
Sapete che la storia dei Fenici è stata ricostruita da noi occidentali? L'archeologia in Fenicia (cioè nell'attuale Libano) ha rinvenuto qualche tomba, un paio di templi, qualche sarcofago antropomorfo (peraltro di fattura greca) e... basta, nient'altro. Per sapere cosa ha fatto questo strabiliante popolo bisogna cercare in Occidente dove, intorno all’800 a.C., iniziano a comparire piccoli centri di appoggio ai commerci dei Tiri (gli abitanti di Tiro che, spinti dagli Assiri che li sottoponevano a pesanti tributi, dovettero cercare alloggio altrove) che crearono dei fondaci a Cadice (Spagna), Cartagine (Africa del nord), Sardegna, Baleari (anzi no, solo ad Ibiza perché le Baleares erano sotto il controllo dei Talaiotici), Sicilia e Malta
Tutta la loro potenza (dei fenici) si manifestò solo quando Cartagine divenne una città che controllava militarmente i commerci navali
Non si hanno notizie (letterarie, archeologiche o leggende) che parlano dei fenici come di una popolazione bellicosa. Si integravano sempre (e ripeto sempre) con gli indigeni offrendo manufatti finiti e anfore contenenti olio e vino in cambio di metalli
In sostanza, la civiltà fenicia è pacifica! Quella punica è ben altra cosa, allora propongo che si parli della differenza sostanziale che esiste tra i fenici, amici degli indigeni, e punici, militari agguerriti
Dunque Golfo dei Fenici è un nome che con i sardi e la Sardegna c'entra ben poco: è come se domani chiamassimo il Golfo di Cagliari col nome di Golfo di Moratti!