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venerdì 14 settembre 2012

Il popolo che celebra le sconfitte

di Francu Pilloni

Esiste un popolo davvero strano sul nostro pianeta che celebra le vittorie altrui, ovverosia le proprie sconfitte. Si dice che viva circoscritto sul suo territorio da vari millenni, tutto compreso nel cercare di comprendere (scusate il gioco di parole) la propria angoscia esistenziale. Da come ho iniziato il mio discorso qualcuno arguirà che si tratta di un excursus storico vero e proprio, oppure di uno studio specialistico di antropologia, di quelli, per intenderci, in cui vene passata al microscopio ogni più piccola manifestazione quotidiana, comprese le eventuali rughe d’espressione della fronte che esprimono perplessità di fronte alla realtà, come pure la piega amara del disincanto riservata alla visione del futuro personale e collettivo. No, non è così: si tratta solamente del racconto di una realtà per altro non ignota, questa volta esaminata da un punto di vista estemporaneo, se non paradossale, come paradossale vi sarà sembrato il titolo di questa comunicazione. In parole povere, è come se guardassimo alla via che frequentiamo tutti i giorni non con i piedi sull’asfalto della strada, ma da sopra un campanile o, meglio ancora, come se vedessimo la città, il nostro quartiere o il paesello dall’alto, affacciati dal cesto di una mongolfiera così che i parametri più evidenti delle cose non sono più l’altezza delle stesse e i colori, ma la distanza e la relativa collocazione spaziale, poiché il colore dominante sarà quello dei tetti o dei prati.

venerdì 6 luglio 2012

Arzana e quel reportage con aggettivi eccessivi

di Vittorio Sella
Ci sono pregiudizi duri a morire nel circuito della informazione che si occupa di banditi e banditismi. Spesso si cade nell'errore di abbinare il giudizio negativo sul  racconto delle imprese del fuorilegge al paese in cui è nato il bandito. In questo modo viene coinvolta l'intera comunità condannata a subire un'ondata di luoghi comuni in chiave spregiativa. Ma c'è anche chi si spinge più a fondo, va oltre l'aspetto del vivere sociale della collettività-paese ed equipara l'assetto urbanistico de centro abitato alla forma dell'arma usata dal bandito al centro delle cronache.
Nel recente passato un paese del nuorese, martoriato da una criminosità elevata, è stato equiparato alla forma di una pistola. Qualche giorno fa ad un paese dell'Ogliastra è toccato scoprire che  l'assetto urbanistico del  proprio centro abitato assomiglia alla forma del fucile. Poche righe leggibili all'interno di un ampio reportage pubblicato a cura di Attilio Bolzoni  nell'inserto La Domenica di Repubblica con il commento dello scrittore sardo Marcello Fois. Al centro dell'ampio servizio giornalistico ci sono le vicende di Attilio Cubeddu, definito l'ultimo bandito.
Fatti di cronaca nera che i quotidiani  sardi hanno più volte messo in risalto. Ma in questa occasione ciò che colpisce è l'aggettivazione  che  Attilio Bolzoni seleziona per offrire al lettore domenicale un quadro della comunità di Arzana, paese dove Attilio Cubeddu è nato. Ogni  aggettivo è un giudizio senza appello in attesa dell'uscita di scena dell'ultimo bandito di Arzana “paese con il destino segnato” e “con il marchio ignobile”. L'affondo è leggibile qualche riga prima, quando è descritta la forma urbanistica di Arzana, simile “alla forma di un fucile” secondo le parole che  Attilio Bolzoni scrive di aver “raccolto da un amico sardo”.
E cosi le ha riportate senza quello spirito critico che negli anni '60 e '70 del secolo scorso animava la schiera degli inviati speciali che si precipitavano in Sardegna per narrare vicende di banditismo, di sequestri di persone, di sottosviluppo e ansie di rinascita. Gli inviati di quella generazione, prima di scrivere, bussavano alle porte degli storici, degli antropologi, dei giuristi e dei grandi avvocati. In molti vi era la voglia di capire, di andare  oltre le misure repressive, ad eccezione di qualcuno, speciale al contrario, favorevole alla soluzione finale come mi era capitato di leggere in un settimanale di vasta diffusione.
Parole che avevano l'effetto di contribuire a far salire la febbre alta nel corpo in sofferenza della società sarda. Da giovane studente liceale ne soffrivo perché avvertivo l'assenza di orizzonti e di futuro. Ora che so i confini tra i fatti delle cronaca e le opinioni non riesco a giustificare quella sequenza di aggettivi sulla popolazione arzanese. Che trovo sotto processo in attesa di appello.



giovedì 5 luglio 2012

Sardi e colpevoli per definizione

La notizia è passata quasi inosservata. Ne ha parlato, in una pagina interna, L’Unione sarda. Ed è un peccato, perché il rinvio a giudizio di tre sardi a Varese innova la Costituzione italiana e la convenzione europea di Shengen. L’una assicura che “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale” senza che – pare di capire – gli spostamenti costituiscano indizio di reato. La seconda salvaguarda la libertà di circolazione dei cittadini europei, compresi i sardi; anche in questo caso – ma forse si tratta di una mia impressione – non prevedendo che trovarsi a Nizza anziché a Oliena sia di per se un indizio di malaffare.
Così non la pensano il Gip di Varese né il Tribunale della libertà della stessa città. Tre sardi, uno di Fonni e due di Oliena, sono in galera da sette mesi perché sospettati di detenzione di una pistola. Gli indizi di colpevolezza, scrive il Gip, sono “gravi” e fra questi c’è “la comune origine degli indagati” e “l’assenza di legami degli stessi con il territorio della provincia di Varese che ne giustifichino la permanenza in loco”. A confermare la sensazione che ci si trovi davanti a una scuola di pensiero giuridico-costituzionale innovativa, c’è la sentenza del Tribunale della libertà: “Ad ulteriore elemento a carico è costituito dalla loro ingiustificata presenza in territorio del tutto differente da quello di loro dimora (tutti in provincia di Nuoro)”.
Alla fine del mese, i tre extra-comunitari visti da Shengen ed extra-italiani visti da Varese, saranno processati da un tribunale che ne dovrà appurare innocenza o colpevolezza. La speranza è l’ultima a soccombere e c’è dunque da sperare che il verdetto non tenga conto dei “gravi indizi di colpevolezza” rintracciati dai magistrati innovativi.

lunedì 2 luglio 2012

L'enfasi nel pallone


Non ho provato dispiacere né gioia per la vittoria a pallone della Spagna e per la conseguente sconfitta dell’Italia per il semplice ma buon motivo che a me il calcio non fa né caldo né freddo. Proprio non mi dice nulla. Figurarsi se affiderei mai significati politici a una partita, come per giorni e giorni, con una enfasi rivoltante, hanno fatto i telegiornali di tutte le confessioni. Ecco, semmai un qualche sentimento dovessi provare è quello di un grasso e incontenibile compiacimento per la batosta ottenuta proprio da loro, i commentatori “sportivi” con il loro bolso nazionalismo da tre palle una lira.

mercoledì 20 giugno 2012

Custu zieddu mannu abberu


di Mikkelj Tzoroddu

Doveva essere il 25 di ottobre del 2008. Avevo portato il mio primo libro alla manifestazione annuale del Circolo Sardo dei Quattro Mori di Ostia, onde esporlo e farlo conoscere. Nel pomeriggio mi vidi venire incontro “custu zieddu, nieddu ke a maurreddinu”, con occhi anche nerissimi, vestito di tutto punto (come colui che tenga in un certo conto la propria persona e voglia conferire rispetto agli individui e i luoghi che intenda visitare), con cappello, giacca e cravatta vistosa (come spiccata e netta doveva sentire la propria personalità) e con un impermeabile per soprabito. Ci presentammo e chiestogli cosa facesse, seppi che era un “pensionato benestante”.
Mi narrò parte della sua vita movimentata, che lo vide recarsi in Australia, Russia, Inghilterra e Francia. Questo particolare, che mi riuscì di cogliere, me lo presentò come individuo assolutamente particolare. Noi sappiamo infatti come, i nostri corregionali, spinti dal fato a cercare altri lidi ove nidificare, si  recarono in Belgio, ove rimasero; approdarono in Germania, ove si crearono una famiglia; arrivarono in Francia, ove si ricostruirono una vita, ché tale è l’obiettivo dell’emigrante: trovare un posto, qualunque, ove poter dar fondo alle proprie capacità per mettere a punto, in terra, i propri sogni. Invece, “custu zieddu” aveva un animo inquieto, era sospinto da una vivacità sì dinamica, al punto che nessun luogo al mondo poteva appagare il suo infinito desiderio di scoprire cosa fosse più in là.
Credetti di capire l’origine di quella vigoria: era quell’intimo desiderio di conoscere se stessi, che aggredisce i puri d’animo, che devasta i pensieri dei buoni di spirito, i quali volano alto, non lambiti da terrene meschinità le quali non trovano aderenza sulla sfera, lustrata a specchio, che racchiude loro ideali, al tempo principio, modello e causa del divenire.  Da qualche decennio risiedeva ad Acilia, dopo essere stato dipendente “benestante” all’Italcable. In poche visite alla sua abitazione, mi resi conto che aveva raggiunto, da autodidatta, una qualche preparazione umanistica, trovandovisi testi in latino di alcuni autori classici. Mi resi anche conto essere il nostro zieddu, un cultore della narrativa francese, i cui testi conservava e leggeva nella prima lingua di edizione.
Aveva una sua idea politica. Era un comunista. Puro. Della prim’ora. Ammirevole, per esserlo ancora ad ottantacinque anni. Con un solo difetto: non si rendeva conto che il rosso d’oggi, era lontano anni luce dal suo puro idealismo. Da persona sola, aveva una maniacale attenzione verso la sistemazione di oggetti, all’interno dell’abitazione, ed attrezzi, nel piccolo, ma curatissimo orto e giardino, ove cresceva gli ortaggi di stagione e diversi alberi da frutto. Non potendovi mancare “sa ficu murisca”.  
Mi raccontò che, vivendo egli nel suo paese natìo, Orune, nel tempo stabilito, venne chiamato alla leva. Capitò, inconsapevole oggetto nelle mani dell’ala militare che gestiva i destini del Paese alla fine del 1944, nel capoluogo dell’altra isola maggiore. Il Fato stava per rendere chiaro allo stesso zieddu, la sua elevata struttura morale, quasi d’asceta votato all’Amore. Il Destino, o lo stesso Dio, stava per collocarlo in quell’Olimpo senza Stato, senza politicismi, privo di stupidismi umani, ove risiede il più puro amore, ma razionale, per il prossimo nostro.
La mattina del 19 di ottobre, fu caricato su camion, insieme ad altri 52 commilitoni (riforniti di due bombe e cinquanta proiettili ciascuno) e trasportato nelle vicinanze della prefettura, ove erano riuniti, certo esasperati, quattromila palermitani che “manifestavano contro il carovita che affamava il popolo”. L’obiettivo era categorico nella sua disgraziata crudezza: sedare “in tutti i modi” la manifestazione.
«Quando arrivammo (qualcuno dice fossero accolti da fitta sassaiola, ndr), vidi perfettamente che non era in corso alcun assalto. Quando la nostra colonna raggiunse alle spalle la folla, il tenente diede ordine di scendere e caricare i fucili. Fu un attimo. I soldati, a comando, cominciarono a sparare ad altezza d’uomo e a scagliare bombe. L’apocalisse. La gente scappava da tutte le parti La strada si riempì di morti e feriti».
158 feriti! 26 morti! La strage del pane!
Su zieddu, evidentemente provvisto d’un indipendente sistema analitico e freddo e rapido nel suo razionalismo, fu condotto (si pensi alla capacità d’astrazione del suo spirito eletto in quella sì terribile, complessa e coinvolgente evenienza) alla totale disobbedienza verso quello che ritenne un becero ordine.
Il fante Giovanni Pala, ventunenne, precursore di caratteri umani ancora lungi dal venire, era divenuto l’antesignano della non violenza. Al rientro alla caserma Scianna, restituì le due bombe e le cinquanta pallottole che gli erano state consegnate.


sabato 9 giugno 2012

Il codice della vendetta e la neo-lingua dei poltroni

L’altro giorno, il paese in cui sono nato ha sepolto il suo diciassettesimo morto ammazzato negli ultimi cinque lustri. Giommaria Serra, pastore, è stato assassinato nel suo ovile, nelle campagne di Irgoli. Di quattordici di questi omicidi non si ha sentore né di responsabili né di indiziati. Per un duplice omicidio, quello di due fidanzati di Irgoli, è stato condannato all’ergastolo un giovane della vicina Orosei. E qui, in questi giorni una bomba ha “avvertito” un altro giovane che – secondo i media, ma pare non ci siano tracce nei verbali degli inquirenti – avrebbe favorito il riconoscimento dell’assassino, ancora presunto, visto che è stato condannato in primo grado.
In questa catena di crimini, pare abbia ripreso la parola il codice della vendetta, il cosiddetto codice barbaricino, al cui riuso evidentemente hanno dato una mano l’inefficienza di polizia e carabinieri, l'eclissi della comunità e l’abbattersi sulla pastorizia di una crisi forse senza precedenti, moltiplicata dal menefreghismo della politica. La “menzogna vitale”, vitale per potere s’intende, secondo cui i modelli della modernità avevano sconfitto il diritto consuetudinario, è supportata da una neo-lingua mediatica densa di parole e di concetti travisati. La “balentia” è definita un disvalore; la “omertà” – concetto estraneo al codice della vendetta – è il paravento dietro cui nascondere l’inefficacia delle forze dell’ordine e l'incapacità di comprendere; la “disamistade” è trasformata in faida, sovrapponendole cioè un istituto giuridico di origine germanica. Una neo-lingua orwelliana, usata non solo dal potere per rafforzare con il travisamento il suo dominio sulla società, ma anche da una parte della intellettualità sarda vuoi per marcare la sua distanza da una società che l’ha prodotta e che non capisce, vuoi per sottrarsi all’obbligo di interessarsi ai fenomeni sociali e culturale endogeni: esistono comodi schemi preconfezionati, perché non servirsene?
Quasi che l'ovvia condanna della violenza come mezzo per dirimere i conflitti, esimesse dall'indagarne le cause. Celebrando la messa davanti alla bara dell'ucciso, il vescovo di Nuoro ha pronunciato parole di alto profilo e, come doveva fare, invitato al perdono familiari e amici di Serra. Come non condividere l'appello? Del resto solo veri balentes, quelli che saprebbero come e quando esercitare la vendetta, hanno la forza di poter perdonare persino una offesa così grande, senza passare per titules. Il dramma è che la società dei balentes – tutt'altro che lineare e senza pesantissime contraddizioni, ma pur sempre riconosciuta – è stata trasformata in società di malfattori senza regole, in cui persino la vendetta non ha più gradualità e proporzionalità, ma è un cieco esercizio della violenza.
L'illusione di combatterla attraverso la delazione, la fine della cosiddetta omertà, è appunto tale: una illusione. Tant'è che, nel mio paese, 14 su 17 assassini sono ancora liberi, ammesso che i condannati siano poi anche colpevoli. Così come illusoria è la speranza che il codice della vendetta abbia lasciato il posto al codice penale italiano, tanto più quando i soggetti dei gruppi in disamistade si rendono conto che offesi e offensori (a volte nell'una parte, a volte nell'altra) non hanno giustizia.
Lunedì e martedì ad Austis ci sarà un convegno cui è stato dato il titolo Antropologia della vendetta e che ispirato ad Antonio Pigliaru, filosofo del diritto sardo che nel 1959 pubblicò la sua famosa ricerca dal titolo La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico. A parte le relazioni di esperti di filosofia del diritto e di antropologia del diritto, ci sarà il resoconto di una ricerca condotta da un gruppo di studiosi locali sull’attuale percezione dell’offesa e dell’obbligo della vendetta nelle comunità di Austis e di Sedilo. Chi ha promosso il convegno, la Pro Loco e il Comune di Austis e ELSA Cagliari (European Law Students Association), ha avuto una idea che può apparire anacronistica solo a chi ha ormai perso ogni passione per la realtà della Sardegna. C'è solo da augurarsi che alla oggettività della ricerca non si sovrapponga la condanna ideologica dell'arcaismo. Una griglia utilizzata, e molto, dai poltroni.

domenica 27 maggio 2012

Ma Dio sarà felice veramente?


di Francu Pilloni  
Sopravvissuto agl’improbabili dilemmi dei dieci referendum sardi, risolti con l’audacia di un Alessandro Magno di fronte al nodo gordiano con un unico fendente di 10 SÌ, mi è rimasto accantonato un interrogativo di poco conto, di fronte ai flash d’agenzia che giungono dallo Stato del Vaticano: 
Dio è felice?
Richiesto su che cosa desiderasse di più nella vita, un mio alunno di Maracalagonis, 12 anni e QI 54, rispose che stare vicino al caminetto a mangiare porchetto arrosto e bere vino nero, vicino a un amico bravo a raccontare le storie, era il massimo: “Mi sentirei da dio, – disse – contento come un papa, felice come una pasqua”. Le metafore per esprimere le sensazioni più piacevoli sono un distillato del buon senso popolare che accredita Dio, il suo rappresentante in terra, il momento della sua vittoria sulla morte, come l’essenza stessa della felicità. Ma Dio sarà felice veramente?
La domanda che mi pongo non nasce dalla preoccupazione per la condizione della Divinità: non ho indizi che mi portano a pensare che Essa soffra di un momento di afflizione derivante, ad esempio, dalla piega  non entusiasmante che hanno assunto le sorti del genere umano il quale, al momento attuale, per palese apprezzamento e unanime valutazione,  non beneficerebbe di una fase appagante del suo sviluppo.  

mercoledì 21 marzo 2012

Arroccamento della scienza ufficiale per legittima difesa


di Efisio Loi

Prendetela come la provocazione di un paranoico e abbiate pietà di me.  Non riesco, per quanti sforzi faccia,  a capacitarmi della protervia negazionista  della scienza ufficiale. Forse faccio male in partenza, a fare di tutta l’erba un fascio, soprattutto quando cominciano a vedersi le prime crepe nella torre d’avorio. D’altra parte, però, tali cedimenti, molto periferici, potrebbero  essere segni di un ulteriore espediente, quello della dissimulazione.
Non si può negare che ogni sistema venga  messo in atto pur di negare: dal muro di gomma  all’occultamento, dalla menzogna alla citazione in giudizio. In quest’ultimo caso, estrema ratio, ultima spiaggia, mi sembra di ravvisare una richiesta di aiuto, supplichevole e perentoria insieme: è l’illuminata ragione che invita a far quadrato.
Ricordo tanti anni fa, a cavallo fra i ’60 e i ’70 del secolo scorso, un Professore universitario che parlava con mio padre.  Sardisti entrambi, il mio vecchio guardava al Luminare con gli occhi incantati di un bambino e, ormai in pensione, gli faceva da “segretario factotum”, insomma da “piciocheddu de is cumissionis”. Parlavano, non so più a quale proposito, di professioni liberali, di Avvocatura, e il Professore diceva: “Anche gli avvocati li facciamo noi, li fa l’Università.”  Pensate, aveva una cattedra nella Facoltà di Ingegneria ma aveva ragione lui: l’Accademia è Unica.

sabato 17 marzo 2012

Granos de ìntima sarditate, indedda dae sos guvernantes


de Vittorio Sella

Custa, comente bos azis a sapire, non è est una paristoria, unu imbentu de sa mente. Custas sun duas vitas chi si sun imbennitas in s'ora de su Tempus Firmu. S'una no ischiat de s'atera, ma s'ustinu las at cherfitas paris pro s'ora lastimosa in s'apposentu
de unu ispidale sardu. Sa prima est una femina antziana chi desizaiat pro s'urtimu salutu sa estimenta chi aiat postu pro s'isposonzu a sa manera de sa bidda sua, una die notita pro cussa zovana meta cuntenta.
Como cusu estire li naran Costume Sardo. Sos familiares l'an accuntentata accudinne cussu desizu chi manteniat caru in su coro e in sa mente. S'ateru, presente in su matessi apposentu dolorosu, a curtzu a cussa femina, est unu sardu disterratu dae metas annos, uve como sos Professores sun guvernanne pro s'Italia e sa Sardigna. Cussu emigratu sos urtimos annos, abile chin sas manos, accontzaiat crateas, bancas e banchittas, mobiles e trastes de onzi zenia. Sa buteca sua fit un abboju de umanitate e de travagliu.
Teniat una oche lepia chi donaiat cussizos a onzi pessone. Ma a pustis sa salute l'est mancata a bellu a bellu. E cussa buteca at tancata sa janna. Sos familiares, ischinne chi si fit cussuminne a sa sola, nche lu ghiran a sa bidda issoro. E gai est capitatu. Cussa recuida pro isse, istanne paris chin sos familiares, est istata che unu brincu a su tempus de sa pitzinnia, a su chelu, a sos sapores, a sos nuscos e a sos gustos de sa terra sua. Sos familiares l'an donatu onzi cuntentu, mescamente sos desizos chi no at poitu cuntentatre a foras de sa terra sua. Su priteru, sa die de sa missa, at contatu chi tottu cussos sinnos de sarditate l'an annantu animu, mantenenne luntana pro tantas chitas s'ora iscurosa.
Ite contan custas duas istorias de vita? Ambas sun cumbinatas su treichi de martu, sa matessi die chi sos sindacatos in Casteddu an postu paris prus de bindichi miza sardos A mie paret, canno mi so sapitu, chi contan sinnos de una sarditate intima e manna, chi campat intro de sa pessone. Senas de tottu cussos operaios, minatores, feminas, zovanos disoccupatos chi sun patinne sa mancantzia de travagliu. E mi paret chi sun presentes senas sinnos de unu desizu de Soverania, disconnota dae sos Guvernantes de oje, distantes, comente sos de sos tempos colatos chi l'an negata. E sos dannos non sun mancatos, fertas chi sun su male anticu e novu de sa Sardigna intrea.

lunedì 12 marzo 2012

La leggenda dell'uomo-gufo


Nel momento in cui l’attenzione clamorosa dei media ha cambiato bersaglio, trovo il coraggio di aggiungere un modesto parere personale su un piccolo grande uomo.

di Franco Pilloni

Erano i tempi deprimenti di un carnevale di guerra. In poche fortunate famiglie si friggeva con lo strutto o con l’olio d’oliva, in altre case ci si arrangiava con l’olio chiaro di lentisco, la gran parte degli uomini e delle donne si contentavano dell’odore che tracimava da porte e finestre chiuse o dai tetti di tegole sistemate a secco su un letto di canne. Per tenersi su col morale, questi ultimi s’inventavano frittelle rosolate e fumanti su cui spargere un velo di zucchero; il meglio stava nell’indovinare l’olio di frittura e il predominante aroma di bucce d’arancia asciugate per tempo al fumo del caminetto e tritate finemente. In un giorno di quelli, in un viottolo del quartiere del porto, più noto dal soprannome del bottegaio all’angolo che dal nome del personaggio storico a cui è ufficialmente dedicato, stante un’aria già mite e senza vento, con l’atmosfera intrisa di odori e di lezzi, in una stanzetta posta sotto il tetto di fianco a una finestrella da cui si vedevano il cielo che a volte tremava e le tegole stanche, venne alla luce una creaturina che aveva gli occhi da gufo, la fronte da gufo, il naso adunco come il becco d’un gufo, la bocca inespressiva e le orecchie che tiravano su come i ciuffi delle penne di un gufo: era nato un bambino-gufo. Ne parlò l’ostetrica per prima, inorridita non tanto dai tratti del viso quanto dalla peluria insistente su tutto il corpicino, ma si contenne sul particolare; ne parlarono le donne; ne parlò chiunque lo vide perché in tanti si recarono a fargli visita, con la scusa di un dono, in danaro o in natura andava bene comunque, visto che la madre era una giovanissima, povera e senza famiglia accertata. A fine serata, nelle osterie del porto volarono contese di stornelli riferiti alla creatura che in attesa di un nome vero fu indicato come Gufo-bambino.

martedì 21 febbraio 2012

Valentino vestito di nuovo? No, Adriano vestito di vecchio

di Francu Pilloni


Oh! Celentano, vestito di vecchio
Sul palcoscenico del festival!
Sol che ai silenzi alterni all’orecchio
Castronerie del tutto banal!
Porti le idee che nonna ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
non ti costarono un euro, in vece
ti costa il tempo che ti tradì.
Costa; ché ormai già tutto ci hai speso
della restante credibilità,
dal palco dei ricchi hai solo preteso
d’erudire i poveri in dignità.
Ora che siamo a carnevale
di Dio vaneggi e del Paradiso,
poi indichi la linea editoriale
al giornale che vorresti ucciso
fosse pure con un elettro shock.
Ma non ti basta, per noi fessi, ahimè!,
con le galline chiocciavi: Un rock!
Ecco, ecco un rock, un rock per te!
Le galline zittirono e tu a cantare
come sacrestano sciroccato
che vale la legge dell’amare
verso chi t’avesse licenziato.
I più contenti per i tuoi sermoni
In prima fila  ben appollaiati
son come te, poveri ricconi,
fra le reti e gli sponsor sbatacchiati
migranti da programmi a grandi eventi
nutriti coi nostri abbonamenti.

martedì 15 novembre 2011

La proposta: Nella nuova Sovranità un Antitrust Sardo contro le posizioni dominanti del mercato

di Adriano Bomboi, www.sanatzione.eu

Energia, Trasporti, Assicurazioni, Telefonia, Credito, Poste e tanto altro. Che l’Italia sia nota sul piano internazionale anche per l’eccessivo costo dei servizi e la bassa qualità degli stessi non è una novità, la Repubblica Italiana è stata una delle ultime in Europa a dotarsi di una legislazione Antitrust (1990).
Si è trattato di un corpus di leggi che consentono al mercato di evitare la formazione di monopoli e/o cartelli tra compagnie suscettibili di alzare i prezzi complicando la vita degli utenti, ragion per cui fu istituita l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
Sia chiaro: credere in un libero mercato dotato di una concorrenza capace di azzerare gli abusi sui consumatori rischia di essere un esercizio retorico più teorico che pratico, ciò non toglie che proprio la Sardegna oggi paghi uno dei prezzi più alti in termini di competitività, di qualità della vita e di qualità dei servizi presenti sul mercato isolano.
Per citare alcuni noti esempi, basti pensare alla situazione dei Trasporti marittimi nel corso della stagione estiva appena trascorsa. L’Antitrust italiano si è mosso con inefficienza e colpevole ritardo rispetto ad una evidente concentrazione di interessi relativi alla navigazione (da e per) la Sardegna nelle mani di pochi armatori (come Onorato della Moby Lines). O basti pensare ad uno dei pilastri fondamentali su cui giorno per giorno si costruiscono le fortune di alcuni potentati economici e la dipendenza della nostra terra da terzi interessi che ne condizionano le capacità di sviluppo come nel settore dell’Energia: in particolar modo attraverso il petrolio, presente secondo varie forme per oltre il 70% dell’attuale bolletta energetica Sarda.
L’Autonomia Sarda non solo non ha mai varato la zona franca, già prevista all’art. 12 del suo Statuto speciale (capace di defiscalizzare ad esempio le accise sui carburanti), ma non possiede neppure un proprio organismo autonomo rispetto al resto della Repubblica Italiana per il monitoraggio e l’eventuale sanzione delle posizioni dominanti nel nostro mercato.
La Sardegna è culturalmente imprigionata nella morsa dello statalismo, un tema che andrebbe certamente approfondito in altra sede, ma che all’evidenza ha ottenuto in eredità dalle vecchie classi dirigenti l’idea di risolvere ogni deficienza del mercato attraverso il ricorso all’intervento del Pubblico, aggravando così clientelismi, inefficienze e assistenzialismi che hanno irrobustito le catene della dipendenza Sarda nelle mani del centralismo italiano. Ad esempio, nel settore dei Trasporti, il punto non è creare un carrozzone pubblico chiamato “Flotta Sarda”, il punto è avere regole chiare e sanzioni severe onde stimolare la concorrenza dei servizi a prezzi più vantaggiosi.
Nel settore dell’energia, non è pensabile che l’Assopetroli possa intervenire con dichiarazioni mendaci (e ci auguriamo senza passare ad azioni concrete di disturbo) contro l’avvento del metano in Sardegna, capace di ridurre costi e inquinamento da monopolio petrolifero pari a circa il 30% rispetto all’attuale situazione (Sul Galsi – Unione Sarda, 28-10-11). Senza considerare le varie manovre corporative che fino ad oggi hanno impedito una terza e valida modalità di metanizzazione dell’isola, ad es. attraverso la Gassificazione del Sulcis.
Pronunciare la parola Sovranità non è più sufficiente in assenza di riforme istituzionali, noi riteniamo che la prossima riscrittura dello Statuto Sardo, e/o la battaglia per una Costituente democratica popolare per la conquista dei pieni diritti civili dei Sardi, debba necessariamente passare anche per l’adozione di una legislazione mirata a destrutturare quella serie di servizi (pubblici e privati) che oggi non solo non vanno incontro ai nostri consumatori, ma si rivelano sempre più ostili agli interessi individuali e collettivi del territorio.
Non si tratta più di “destra” o “sinistra”, né di socialismo o liberismo, si tratta di uscire dalla dipendenza attraverso la “terza via” della Sovranità Sarda.


giovedì 27 ottobre 2011

Napolitano? L'ultimo Capo di Stato occidentale che confonde il federalismo con il secessionismo.

di Adriano Bomboi, www.sanatzione.eu

Napolitano ai leghisti: “Secessionismo fuori dalla storia”.
Si capisce, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è un uomo di alto profilo istituzionale, la sua cultura non gli impedisce di venire meno al mandato costituzionale che il Parlamento gli ha affidato. Ed in quanto tale, finge di non sapere che la geografia politica mondiale nei soli ultimi 50 anni ha visto nascere decine di nuovi Stati. Altrimenti verrebbe da chiedersi se Napolitano abbia mai comparato un mappamondo del 1960 con uno del 2010.
Non siamo leghisti e né secessionisti naturalmente, tuttavia siamo democratici, ed in quanto tali ci domandiamo fino a che punto la Costituzione Italiana lo sia nei confronti di una Comunità Internazionale che riconosce il diritto dei Popoli all’autodeterminazione rispetto al centralismo di Stati sorti nell’800. Degli Stati che, al posto di rispettare le Autonomie, le declassano omologandone l’economia, la storia, la cultura e persino la lingua a quella considerata “nazionale”. Ne consegue che si formano, come nella Repubblica Italiana, zone di seria A e zone di serie B.

domenica 16 ottobre 2011

INDIGNATI? MEGLIO BLACK BLOC

di Francu Pilloni


Mi mancano le analisi della situazione politica che il Direttore fin qua puntualmente e lucidamente ha proposto all’attenzione del popolo del blog; mi manca il dialogo, il piacere di concordare, ma specialmente il gusto di dissentire da lui, pur cogliendo la logica dei suoi ragionamenti e condividendone il rigore morale e la passione civile. In attesa, mi resta la speranza che almeno legga quanto scrivo oggi e, se vuole, dissenta, senza accusarmi però di forzare e di esasperare concetti e situazioni, perché so da me di essere esagerato.

Gli indignati

Che quella di ieri a Roma, e in molte altre città d’Italia, d’Europa e del mondo intero, sia stata concepita come una civile manifestazione di dissenso politico, lo condivido con chiunque la pensi allo stesso modo e faccio fatica ad immaginarmi il contrario, a pensare che qualcuno non provi simpatia per quei giovani di labili prospettive o per gli adulti e anziani in sofferenza sociale ed economica. Non è solo Draghi a provare simpatia per i giovani, ma anche Draghi in buona compagnia dei vescovi italiani attraverso il loro quotidiano Avvenire, dei tanti politici dai Vendola ai Casini, ai Fini e ancora più in là, passando forse dai Bersani e dai Di Pietro. L’indignazione per dove vanno le cose in Italia e per come vengono trattati gli affari di tutti è un atteggiamento equilibrato, motivato, sacrosanto, ma resta il fatto che non rientra nelle categorie della politica. L’indignazione è Vivo risentimento che si prova per ciò che si ritiene indegno, riprovevole, ingiusto, così la definisce il dizionario di A. Gabrielli, attiene dunque alla sfera del personale e del privato, dipende dalla sensibilità e dall’educazione di ciascuno, oltre che dal tempo e dal luogo in cui storicamente si vive. Gli indignati sono legalitari, chiedono il permesso per dimostrare e la protezione delle forze dell’ordine: sono fantasiosi e teneri, falsamente liberi come bambini all’ora di ricreazione sotto lo sguardo vigile della maestra.

lunedì 26 settembre 2011

L’isola dei demòni

di Mikkelj Tzoroddu


Sollecitato dalla fantasia dell’egregio Pilloni, mi sono dovuto documentare sul mondo delle isole. Ne ho identificato una, davvero interessante e piena di sorprese, diversa da quella, così copiosamente fornita di particolari, descritta da Francu. O forse è la stessa? Forse cambia soltanto il punto d’osservazione? Di questa isola (circondata da tante altre) voglio intanto descrivere la nascita. Nel momento in cui essa emise il primo vagito esistevano di già tante isole, ben formate in tutta la loro possanza ed essenza, da moltissimi secoli e quindi fornite di meccanismi ben collaudati, quali il senso dello stato, il rispetto delle leggi da parte di tutti, un innato senso civico, il rispetto del prossimo. La sfortuna della nostra isola, che fu poi chiamata l’isola dei biscotti (duri come pietre), fu di non esser nata isola e di non poterlo mai diventare. Però, essa aveva prinzeugen, il nobile cavaliere, che andò a combattere in difesa di una isola vera (adagiata sulle sponde di un bellissimo fiume blu) dall’assalto di altri isolani, davvero mostruosi e pressoché imbattibili nel corpo a corpo, avendo il dono di possedere otto mani: infatti in poco più di mille anni avevano conquistato un’isola grande quanto la metà del mondo. Ora, accadde che nella circostanza, questi ottomani venissero sconfitti proprio dal grandissimo soldato della nascente isola dei biscotti. Allora, riconoscente, la isola vera (insieme alle altre che governavano il mondo) concesse all’isola del soldato (governata dal cugino), di possedere la più grande isola del mediterraneo, la quale dopo un passato fra i più fulgidi che si ricordi a memoria d’uomo paleolitico, era caduta in depressione. Ma, il vero regalo per l’isola dei biscotti (i quali di li a poco avrebbero preso il nome di savoiardi) era costituito dal fatto che la più grande isola del mediterraneo portava in dote un titolo che l’isola dei biscotti non si sarebbe mai nemmeno sognata di possedere. Esso, era titolo esclusivo delle più grandi isole: il regno. Fu così che l’isola del nulla, pardon, dei biscotti, divenne regno con il nome di isola più grande del mediterraneo. Ora, si sa che nella storia e nella vita le scorciatoie portano disastri, infatti, questi regali non erano sufficienti a rendere l’isola dei biscotti un’isola all’altezza delle altre. Mancava tutta l’esperienza plurisecolare maturata in tutte le discipline umanistiche e scientifiche, di già sostanzioso bagaglio delle vere isole. Per questo motivo si verificò ciò che vediamo accadere nelle aule universitarie, ove una persona senza meriti venga posta ad elargire l’insegnamento che non è in grado di riversare: il meschino è continua vittima dei lazzi di discenti e colleghi e persino dei sagaci lettori che si avventurino nella lettura del contenuto ameno di loro libri. Anche la nostra isola dal titolo posticcio, fu vittima dei soprusi delle isole vere e ciò accade ancora oggi a distanza di tre secoli. Nel frattempo, la nuova isola “regno” si evolse, ebbe i suoi movimenti e, ad un certo punto vi prese il sopravvento una congrega conosciuta come i falsi e cortesi. 

giovedì 22 settembre 2011

SENZA TITOLO

di Francu Pilloni

Lo scritto esce senza titolo, perché il padrone del blog è attualmente “distratto” per così dire da altre incombenze. Gli avrei suggerito due titoli, “Un perdente di successo” e “L’isola dei cani”, per lasciargli la responsabilità di decidere. F.P.

Per iniziare a capirci, occorre tener presente che i suoni che escono di bocca come parole possono avere significato diverso a diverse latitudini e longitudini, così come hors in Italia non fa pensare certo al cavallo, così “isola”, nel nostro caso, è ciascuna popolazione che si è data liberamente delle regole, indipendentemente dal fatto che i confini del suo territorio siano bagnati o asciutti, mentre “penisola” è un’isola anch’essa che, come nave in porto, è indiscutibilmente ancorata e assicurata ben strettamente con “altro”, in modo tale che ne vengono pregiudicati i movimenti.
Mi pare significativo il parallelo dell’Italia con l’Europa.
Allo stesso modo è “cane” ogni individuo con più o meno zampe che si ritrova un guinzaglio al collo con terminale in mani altrui, talché ogni volta che altri muove la mano il “cane” muove la testa per dire sì ovvero no, secondo bisogno.
Quando un “cane” simula di aver perso il guinzaglio, dice di se stesso di essere un “responsabile”.
In conseguenza di queste precisazioni, non è detto che nell’isola dei cani vivano solamente dei quadrupedi latranti, ma vi prosperano anche bipedi che guaiscono e nutrono tribù di pulci che, anche nell’isola, sono parassiti saltellanti, identici in tutto e per tutto al conosciuto.
Quanto al “perdente di successo” niente da spiegare se non il fatto che il perdente sono io, Maggiore Polli dei Servizi Segreti Deviati, colui che ha giocato a essere contro una prima volta, l’ha confermato con fatuità una seconda, s’è ostinato per una terza, rovinando in tal modo la statistica di gradimento del Premier che si è fermata al 99, 999 per cento. Sono diventato così il ricercato n. 1, oggetto di ludibrio e di sarcasmo, comunque l’incompreso che non si è arreso e che, per forza di cose, è diventato celebre quando il Capo del Governo dell’Isola confezionò un Decreto Legge ad personam, esiliandomi per incompatibilità ambientale.

sabato 17 settembre 2011

Nuraghi dimenticati e leggende che offendono la storia

di Giorgio Valdes

Leggo alla pagina 2 della Nuova Sardegna di ieri, 30 Agosto, dell’occasione mancata di inserire i nuraghi tra i patrimoni Unesco dell’Umanità.
Vengono poi rappresentati come offensivi della storia, sia la proposta di legge Nurat avanzata dai Riformatori, sia alcuni spot promozionali (www.gtnstudios.com ), pluripremiati nei concorsi nazionali riservati ai professionisti della pubblicità, ma con il difetto di non piacere a Michela Murgia.
Ho partecipato ai lavori preparatori di quelli che vengono indicati come mega-spot (voglio pensare che il mega si riferisca alla loro qualità, perché il loro costo non ha assolutamente niente di mega) ed ho anche collaborato alla stesura del ddl Nurat, di cui si parla molto, ma difficilmente se ne comprendono i fini e le opportunità che potrebbero derivare da una sua conversione in legge.
In merito al primo articolo, il fatto stesso che si proponga la sostituzione del patrimonio nuragico con quello proveniente dal periodo fenicio punico, è la palese dimostrazione del tiepido interesse che mostra il mondo accademico locale nei confronti dell’epoca più rilevante della nostra civiltà, quando l’isola svolgeva un ruolo egemone nel Mediterraneo (lo afferma anche il professor Ugas), al contrario dei periodi successivi che ci hanno visto dominati, o bene andando colonizzati.
Al contrario, la scarsa passione nei confronti della colonizzazione fenicio punica e della dominazione romana, trova la sua più evidente espressione nell’inesistente interesse che Cagliari ha sempre dimostrato verso la necropoli di Tuvixeddu, perennemente esorcizzata come luogo di degrado e di perdizione (sino a quando qualcuno ha deciso che il mondo intero non poteva farne a meno) e dell’anfiteatro romano, già discarica a cielo aperto ed oggi in predicato di ritornare tale.
Ben diverso sarebbe proporre l’intero nostro patrimonio megalitico, vera icona identitaria della Sardegna, come patrimonio dell’umanità, ma occorrerebbe essere estremamente determinati e convinti, cosa di cui dubito fortemente ed il contenuto del vostro articolo me lo conferma.
Per quanto riguarda la “donna svolazzante” che appare in uno dei due filmati richiamati nell’articolo, essa vuole certamente simboleggiare la dea madre, ma se qualcuno volesse riconoscersi un elfo è ovviamente liberissimo di farlo, senza che ciò sposti di una riga il giudizio espresso dalla giuria del più importante concorso italiano riservato ai professionisti della pubblicità, che ha assegnato al filmato dieci premi, tra cui quello per il miglior spot istituzionale italiano, soprattutto per la sua intrinseca capacità di suscitare emozioni.

martedì 19 luglio 2011

È il tipico Senato federale "all'italiana"...

di Giovanni Masala

Ho letto su Repubblica di ieri la notizia del Senato federale formato da 250 senatori eletto a "suffragio universale e diretto su base regionale" e ai cui "lavori potranno partecipare senza diritto di voto, altri rappresentanti  delle Regioni e delle autonomie locali". Premetto che la formulazione è molto vaga e che un vero Senato federale (in tedesco: Bundesrat) è tutt'altra cosa.
Cito da Wikipedia: "Nell'ordinamento costituzionale tedesco il Bundesrat non può essere propriamente considerato il secondo ramo del parlamento accanto al Bundestag. La provenienza dei suoi membri, non eletti a suffragio universale ma esponenti dei governi dei vari Länder, impedisce che il Bundesrat rivesta il ruolo di seconda camera di un sistema tipicamente bicamerale. Il Bundesrat è composto dai delegati dei governi dei vari Länder (da noi Regioni).  Nel Bundesrat (Senato federale) siedono i membri dei governi di ogni singola Land (Regione).  Ogni Land è rappresentato nel Bundesrat da un numero di delegati determinato sulla base del numero dei suoi abitanti. Ogni Land può avere da un minimo di 3 ad un massimo di 6 delegati per un totale di 69 delegati che compongono il Bundesrat. La sua composizione è infatti determinata dalle elezioni regionali che si svolgono nei vari Länder e poiché la scadenza temporale delle elezioni regionali è diversa da Land a Land, i membri del Bundesrat vengono rinnovati a rotazione, ogni volta che in un Land si tengono elezioni regionali". 
E qui sta il trucco di Calderoli. Infatti, essendo in Germania il Senato federale composto dai presidenti e assessori dei governi regionali ha attualmente una maggioranza di centro sinistra mentre la Camera dei deputati (Bundestag) è di centro destra. Il Senato federale a là Calderoli invece sottrae, anziché dare, potere alle nostre Regioni e somiglia tanto al fascismo. Il Senato federale alla tedesca invece, composto solo da alcune decine di membri, rappresenta quindi una vera soluzione democratica, evita la creazione di una seconda camera costosissima per il contribuente e rappresenta un vero federalismo.
Ma è mai possibile che un ministro della Repubblica non sappia cosa è un vero Senato
delle Regioni?
Incredibile ma vero!