mercoledì 23 luglio 2008

Il "coccio d'Orani", duro come il coccio. E non sta zitto


Il coccio di Orani e il concio di S Pietro di Bosa


di Gigi Sanna

Spesso anche io devo inforcare gli occhiali, perché non vedo antropomorfi neanche a bastonarmi. Nelle tavolette di Tzricotu sì, nella vita e in certi ambienti almeno, purtroppo no. Ma una rinascita o un ritorno nel mondo degli umani è pur sempre possibile come ci insegnano Apuleio e, in fondo, anche Collodi. Lunghi e sofferti, ma sempre possibili. Auguri sinceri per le rose del sacerdote, anche per BigBoy.
Passiamo subito ad altro. So che ti stai interessando del cosiddetto coccio di Orani in caratteri fenici arcaici e della polemica che ha suscitato un po’ di tempo fa.
Ora, mi è capitato di ‘rileggere’ con maggiore attenzione il coccio delle cosiddette due Tanit, sempre dello stesso rinvenimento di Orani del 1996. Nel 2004 (anno di pubblicazione di Sardōa Grammata) sulle prime avevo pensato ad una semplice reiterazione della nota figurina, simbolo della divinità, con simbologia bipenne, dal momento che in Tzricotu A3, A4 e A5 le icone sono sempre ripetute in particolari settori dei documenti (il primo ed il terzo). Ho pensato solo a simboli, ma sbagliavo perché in realtà il coccio è scritto. Eccome!
Ho notato infatti che il documento nuragico (sulla sua ‘nuragicità’ non ci sono dubbi) riporta incisi non solo due segni ma quattro. Infatti sulla destra in basso della seconda cosiddetta Tanit, si trova, agglutinata o quasi, la lettera protosinaitica waw (il grosso cerchiello con la barretta), mentre tra la prima e la seconda 'Tanit', ma agglutinato al braccio destro della seconda si trova, anche se meno visibile, la lettera yod (figura in alto a sn.).
Si tenga presente, per parare ad una facile obbiezione, che le braccine delle Tanit sono sempre a 'due segmenti' e non a tre e che quindi l’apparente prolungamento del braccio destro non è nient’altro che il completamento dello yod disposto (come spesso in protosinaitico) orizzontalmente (ruotato di 90 gradi) e non verticalmente od obliquo ( si veda ad es. lo yod nel concio della chiesa di S.Pietro di Bosa). La lettura, integrata dai due segni, è estremamente facile, costituendo in realtà le due Tanit la lettera hē in protosinaitico (si tenga presente che tutti e quattro i segni sono protosinaitici: il yod, il waw, i due morfemi pittografici dello hē): h(ē) yhw (= lui y(a)hw).
Il documento, autenticissimo, essendo stato scoperto negli anni Novanta (quando ovviamente non parlavo - e nessuno aveva mai parlato né avrebbe mai pensato di parlarne - ancora della presenza, per testimonianza documentaria, di Yhwhé come divinità venerata in Sardegna nella seconda metà del Secondo Millennio a.C.) è importantissimo, tra l’altro, per i seguenti motivi :
1) Perché mostra che il nome di Yhwh in realtà non è un tetra-gramma ma un tri-gramma (il numero organico sacro della divinità) a cui si aggiunge, il cosiddetto ‘determinativo’, per cui yhw + d. Quindi non hanno senso alcuno, a mio parere, i vari tentativi etimologici su basi radicali semitiche, verbali o meno per spiegare il nome di Yahwhé. I valori sono chiaramente pittografici acrofonici (yiad, halal, waw: ossia, nell'ordine: ‘mano’, ‘rallegrarsi’ o ‘agitare le mani’, ‘potere’). Da cui ‘potere, sovranità del Mani-festo’, ovvero Yahwhé, che è sempre – come si sa - il dio che 'si manifesta' e non si fa mai ‘vedere’ altrimenti.
2) Perché mostra che il segno commentatore o determinativo, dato dal pronome indicativo semitico, può essere preposto in protosinaitico, anche se di questo fenomeno non sembra (almeno per mie conoscenze) rimanere traccia nell’antica documentazione israelitica sinaitica o postsinaitica. A conferma di questa pre-posizione del determinativo basta solo esaminare il vaso de la Prisgiona di Arzachena dove il ‘tre’ (dopo il nome ‘aba’), sempre segno del determinativo, precede il nome di yah reiterato nella serie successiva delle colonne solari; ed ancora il cosiddetto ‘brassard’ di Is Loccis –Santus, dove lo schema a Tanit precede con valore di hē o di determinativo il sole (simbolo e logogramma assieme di yh o 12) con i sette raggi (= Lui Santo 12, ‘(Is)su Santu Doxi’ o Santu Yacu).
3) Perché dimostra che il nome arcaico, forse ancora ‘cananeo’, di Yahwhé è yahw (ovvero il sardo Yacu che ovviamente non ha niente a che fare con il Santo ‘Giacomo’ sovrapposto dalla religione cristiana.) I numerosissimi toponimi precristiani in Sardegna di Santu Yacu o Santu Yaci lo confermano senza dubbio alcuno. Si consideri ad es. che il toponimo della Chiesa di S.Pietro extra muros di Bosa, dove si trova la scritta di Yhw con segni protocananei e protosinaitici, si chiama significativamente Santu Yacu. La bella chiesetta medioevale di S.Pietro insiste dunque su un antichissimo tempio sardo nuragico, sicuramente ad ‘antas’, ovvero a colonne, tempio le cui tracce resistono ormai solo nella scritta arcaicissima del concio riciclato (figura in alto a ds.) e nel nome della località.
4) Perché si affianca al S’n Yhwh che si trova scritto per intero (con le lettere agglutinate come in Orani) nelle tavolette A3,A4,A5 di Tzricotu e nel sigillo di S.Imbenia di Alghero.
5) Perché dimostra che in Sardegna esistevano delle vere e proprie scuole scribali, di altissimo livello, che erano in grado di produrre, in un gioco combinatorio che teneva presente tutti i codici alfabetici semitici, dei testi singolari, nobilitandoli spesso con le forme più arcaiche e con continue variazioni sul piano della pittografia (si vedano ad es. le notevoli differenze grafiche delle Tanit con valore fonetico dell’aspirata hē). Ciò affermo perché non si riesce a comprendere altrimenti per quale motivo nella stessa località di Orani (ma dove precisamente? Si parla di un Nuraghe. Quale?) due dei quattro cocci esibiti al prof. Giovanni Lilliu presentano l’uno caratteri interamente fenici arcaici (addirittura quelli stessi della stele di Nora) e l’altro interamente protosinaitici (si tenga presente che il termine ‘protosinaitico’ è usato solo per convenzione).
Il prof.Lilliu allora, sulla base della consolidata pregiudiziale che i nuragici non scrivessero, rifiutò categoricamente la parte dei documenti relativa alla scritta fenicia e alle due cosiddette Tanit, mentre confermò l’autenticità della ceramica. E così pare che abbiano fatto, ma senza dichiarazioni ufficiali, alcuni suoi allievi dopo di lui ai quali erano stati affidati gli oggetti.
Oggi mi pare che, dopo tanto tempo, si debba rendere definitivamente giustizia al buon Giulio Chironi (che presentò gli oggetti all’eminente archeologo) che ci rimase molto male per il frettoloso giudizio che, tra l’altro, rischiava di mettere in serio dubbio la sua onorabilità. Farà questo il prof. Giovanni Lilliu, il mio ed il nostro stimato maestro?

P.S. Naturalmente i soliti ‘negazionisti’ ad oltranza, come li chiama il giornalista Figari, replicheranno su questo documento (ovviamente non ‘scientifico’) che i grafemi non esistono e che sono solo parto della mia fantasia. Nessuno, ahimé, li schioderà. Diranno poi che le Tanit sono di tarda imitazione nuragica fenicia oppure che sono false e tanto altro ancora, facendo il solito fumo più che fuoco di sbarramento.
D’altronde i caratteri romani presenti nell’altare del nuraghe Pitzinnu costituiscono un esempio del loro sicuro manuale epigrafico di riferimento. Che tristezza! Che tristezza che non riflettano almeno su di un aspetto: che ci sono altri, tanti altri (e qualificatissimi) che proprio non la pensano come loro. E che un motivo quindi ci sarà. Ma questo non fa altro che aumentare la loro rabbia ed il loro accanimento negazionista. Diventando spesso anche patetici, come dei pugili suonati che danno colpi all’aria e non inquadrano più il bersaglio.
Comunque, gli anni diranno, cari miei, non certo ‘questa polemica’ dirà. Per la storia della scrittura d’altronde è andata sempre così. Il nuragico non farà eccezione. Ci saranno anche le ‘spine’ di mille o forse un milione di Valerie (ospitate in questo blog), alcune forse anche in buona fede. Non so e non mi illudo di un viaggio facile. La polemica serve, almeno per quanto mi riguarda, solo per dare la giusta amplificazione a quanto ‘stranamente’ era stato taciuto (o quasi) per più di dieci anni.
Quello che è certo è che in molti, grazie al Blog di Gianfranco Pintore e agli articoli di Carlo Figari dell’Unione Sarda (ma anche a Michele Masala dello stesso giornale e ad Enrico Carta della Nuova Sardegna), per ora osservano e giudicano, con tutte le riserve del caso. Per questo semplice motivo spesso mi invitano a parlare e a spiegare. Dopo le vacanze, a Settembre, questo grillo parlante sarà ad Abbasanta, a Loceri, di nuovo ad Oschiri e poi a Sinnai. E forse tratterò diffusamente anche di antropomorfi e di ‘padri’ e di ‘figli’. Chi vuole sa ora dove trovarmi ed avere così tutte le spiegazioni che sarò (umilmente) in grado di fornire. Se si darà il caso ci bisticceremo, ma sicuramente con garbo.

lunedì 21 luglio 2008

Su sardu in pitogrammas

Custu manifestu de sa pro loco de Santa Justa at bintu unu prèmiu curiosu: una giuria de inimigos de sa limba sarda bi l'intregat a chi mustrat mègius de àtere chi sa limba sarda non de l'iscrìvere, ma non si podet mancu pronuntziare. Est unu limbàgiu agreste, chi no aguantat codìfica, règulas, ortografia, non balet a nudda. Castiade cussu pitograma protocananeu chi s'agatat intra de sas lìteras "fass" e sas lìteras "is". It'est? unu epigrafista bascu chi at decriptadu unu bene de limbàgios primidivos, l'at assimigiada a sa "Ǿ" vichinga, e m'at dimandadu: "E ite raju b'intrat cun su sardu?". Nudda, e però mi l'imàgino sa cara de sos dischentes postos una die a imparare su sardu; lis ant naradu chi aiat sas matessi lìteras chi agatant in limbas connotas e s'agatant cara a pitogrammas.

domenica 20 luglio 2008

Caro Sanna, fatto sta non dimostra nulla

di Mirko Zaru

La risposta del signor Sanna è proprio nel suo stile! (anche se probabilmente la definizione di stile è assente nel vocabolario di 2.000.000 di parole dell’ illustrissimo ex-professore di Oristano). Infatti sotto la scorza stampata GRANA PADANO , una volta grattata via, sicuramente si nasconde un retrogusto VALGRANA!
Il ruolo che lei (oh Gigi) ha interpretato nelle vesti di menestrello le si addice parecchio, chissà se sa anche suonare, per natale le regalo una chitarrina! Nella sua grandissima scientificità, inoltre, ha ben pensato di rimanere fedele ai suoi scritti decantando l’ennesima storiella, e sono più che sicuro che avrebbe potuto continuare per 464 pagine rifilandocele al modico prezzo di 80 euri!
Difficile, invece, per lei, è dimostrare quel che dice visto che continua a nascondersi dietro l’umorismo e i giornali, che continuano a parlare della polemica tra noi e lei senza mai menzionare i motivi della polemica, e soprattutto, senza mai far notare che lei non dà dimostrazione di ciò che afferma, anche quando le viene richiesto svariate volte! Ai dubbi e alle perplessità (ne ho tutto il diritto visti i suoi scritti precedenti) non si espone mai, e si rifugia nell’angolino buio sotto il tavolo!
Le farò delle domande dirette sperando che questa volta risponda con dati scientifici e documenti validi sia in ambito archeologico, che storico (altrimenti darà prova di aver campato in aria le sue teorie)! Mi aspetto che quando lei parla di caviale si tratti di caviale e non di polistirolo colorato di nero!
Le mie domande sono queste!
In che modo ha decifrato le tavolette di Tzricotu? (Su quali basi scientifiche e su quali dati archeologici fa queste affermazioni?)
Come ha attribuito i segni a rappresentazioni antropomorfe? (Su quali dati scientifici e in base a quali studi?)
Come può parlare di padri e figli nelle rappresentazioni e in base a cosa lo afferma?
Tradurrebbe cortesemente passo passo l’iscrizione che parla di donna-i Masala?
Dov’è scritto Masala?
…ne avrei altre decine di domande, ma penso che questo possa bastare per il momento.
Tutti ci aspettiamo una sua risposta (scientifica naturalmente)! Altrimenti mi chiami che la chitarra mentre parla la suono io!
Continuare a tirarsi le penne non farà di lei una gallina!

sabato 19 luglio 2008

Ecco perché Soru vincerà le regionali

Il titolo è palesemente pretenzioso. Non sono nelle condizioni di colui che – racconta una barzelletta polacca ai tempi di Gomulka – rubò i risultati delle “elezioni dell’anno venturo”. Mi si perdoneranno perciò i dettagli. E le possibili invenzioni della storia che, si sa, è una gran meretrice: oggi ti promette momenti di passione, domani lo fa con un altro.
Renato Soru non è uomo di sinistra (leggetevi il bel libro di Bachisio Bandinu e Salvatore Cubeddu “Il quinto moro”) e in questo interpreta il sentimento della grande maggioranza dei sardi che di sinistra non sono. Se si fa la conta dei governi degli ultimi sessanta anni, si può vedere come la sinistra propriamente detta vi è stata solo perché una volta ce l’ha portata il Partito sardo (pagando la scelta con la riduzione al lumicino), un’altra il nuovismo di Federico Palomba (che ha pagato la carica con crisi a catena) e infine il quinto moro che dei tre soggetti è il più tignoso.
Oggi, Renato Soru è in rotta di collisione con il partito leader del centrosinistra a governo, di gran lunga egemone culturalmente. È questo fatto a rendere sicura l’altra parte, il centro destra, che la propria vittoria l’anno venturo tende alla ineluttabilità. Tutti gli schieramenti, da una parte e dall’altra, sono convinti che la partita (vinta per gli uni, persa per gli altri) si sia giocata sulle questioni economiche e sociali: l’impoverimento, la disoccupazione, lo sfilacciamento dell’industria, etc. Si esibisce ora, con scarso successo, la fotocopia delle preoccupazioni continentali per la sicurezza.
Oltre a Soru, pochissimi pare si siano accorti che le questioni della identità sono destinate a giocare il ruolo dell’asso pigliatutto in una situazione fortemente bipolare, nella quale basta un cinque-sei per cento per vincere o perdere. Quasi due anni fa, in momenti troppo lontani dalle elezioni per suscitare il sospetto della “strumentalità elettorale”, il centro-destra si fece garante di un processo di profonda revisione della Carta fondamentale della Sardegna nel senso di un radicale “autogoverno della Nazione sarda”. Ad un anno dalle elezioni, sicuramente il progetto sarà portato all’attenzione degli elettori, i più maligni dei quali subodoreranno, però, la strumentalità elettorale. Cosa poco commendevole per elettori che di punto in bianco si sentiranno investiti di problemi di cui sfuggono i contorni che sarebbero stati, invece, nitidi a termine di un dibattito che li avesse investito durante un intero anno e più.
Fra i tanti errori e le insopportabili prepotenze nella legislazione soriana su economia, occupazione, lotta alla povertà, ambiente e del paesaggio, uno non l’ha fatto: quello di mostrarsi incerto nella difesa dell’identità e dei suoi elementi costitutivi: l’immagine esterna e interna della Sardegna, la lingua e la cultura sarda. Sulla lingua è partito assumendosi la responsabilità di varare, dopo aver consultato esperti, uno standard scritto, ed entrando in rotta di collisione con l’Università, scandalosamente ostile ad una sintesi politica di studi fatti e decisa a continuarli all’infinito, fino alla morte della lingua.
Ha scontato l’opposizione di quella intellighèntzia di sinistra che pure lo aveva sostenuto nella campagna elettorale e nei suoi primi atti di governo. Sta continuando nella pianificazione degli investimenti sulla lingua, affinché essa sia visibile in tutta la società, distinguendo il collocamento di denari per la cultura da quelli per la lingua, una bestemmia per la intellettualità di sinistra, per la quale la lingua è un epifenomeno della cultura. Ha infine annunciato una legge di politica linguistica che potrebbe essere la più grande riforma istituzionale di questa legislatura.
Tutte cose, come si può comprendere, che urtano la parte giacobina della sinistra, non tutta la sinistra, ma quella che conta sì: quella universitaria, quella che scrive sui giornali, che pubblica libri, che fa opinione dando a intendere che “solo i linguisti possono parlare di lingua”, “solo gli archeologi possono parlare di archeologia”, “solo gli...”. È la stessa parte che si è indignata perché Soru ha varato la Limba sarda comuna, malgrado non tutta la commissione da esso insediata fosse d’accordo e arriva a scrivere che, di certo, Soru è stato subornato. La Lsc non è una priorità – dicono – così come in tutti gli anni Settanta e Ottanta mai la lingua è stata una priorità, ma qualcosa che si sarebbe potuta affrontare una volta risolti tutti i problemi economici.
Io non so se e quanto questa linea “identitaria” abbia messo parte del Pd contro Soru e, francamente, ho troppo rispetto dei travagli altrui per volerlo davvero sapere. Immagino, però, uno scenario in cui il Pd continui a tirare la corda, che so?, proponendo un antagonista suo a Soru, lasciando la briglia sul collo della sua intellettualità sardofoba e comunque timorosa delle conseguenze di una politica “troppo” identitaria (che cosa succederebbe, se domani la Regione desse soldi all’Università in cambio di servizi in lingua sarda?). Se la corda si spezza, non mi pare di aver capito che Soru, buono buono, se ne tornerebbe all’ovile. Magari si metterebbe a capo di una lista che parlerebbe, come gli altri, di occupazione, di lavoro, di lotta alla povertà, di risanamento economico, di rilancio della produzione... Avete mai sentito un dirigente politico dire che del lavoro e dell’occupazione se ne strabatte?
Se ne occuperà come gli altri, appunto. Intanto, però, si è fatto uno know out identitario che, non essendo né di sinistra né di centro né di destra né di su né giù, Soru potrà mettere sul mercato politico, facendo appello ai sardi e alla loro capacità di contare sulle proprie gambe. Gli altri lo inseguirebbero, certo, accorgendosi, però, troppo tardi che una politica identitaria, per essere credibile e creduta, ha bisogno di un retroterra che non si sono preparati.
Ecco che vi ho detto perché Soru vincerà le prossime elezioni. Naturalmente, se dall’altra parte ci si rendesse conto che non tutti gli elettori sono costretti a ragionare con la pancia, che l’autonomia non si proclama ma la si esercita sempre e comunque, anche nei confronti di un governo e di partiti amici, che, come ha mostrato la Lega, le questioni identitarie pagano anche elettoralmente, beh, allora...

venerdì 18 luglio 2008

Santu Istene di Oschiri e il linguellista

di Gigi Sanna
Caro Zua’,
di Oschiri non sai niente? No? Si sunt brigaos torra sos santos? Teniat arresone Donna Maria. E torra Giuanne Battista? Cun cuss’anzoneddu… No, no. Non c’entra Giovanni Battista. C’entra S.Stefano. Sant’Istevene? E comente podet esse mai, s’iscureddu? Issu in cresia est semper solu solu e mudu mudu, in foras de sa ‘idda...
Ascolta. Qualche giorno fa sono accaduti fatti da non credere. Più incredibili di quelli del tuo Blog archeologico. Che è tutto dire. È giunto infatti in piazza un cavaliere con un’armatura strana, a cavallo di un ronzino e armato di lancia e spada. Con sé aveva anche una bisaccia. Tutti hanno pensato che fosse una specie di hidalgo di Cervantes fuori Carnevale e divertiti sono corsi ad ammirare quello strano cavaliere che, fermo e impettito, dava tutta l’aria di voler arringare la folla.
Quando la piazza fu piena, il cavaliere si tolse, dopo molta fatica, l’elmo e uno, proprio davanti, gli gridò: “Ma tu non sei ‘Puppone’, il forumista più acclamato di Sardegna?”
“Io direi il ‘casinista’ più acclamato” fece subito, duro, un altro che stava
vicino.
“O il giullare, servitor della Somma corte archeologica” disse un altro, ancora ridacchiando.
“Fatelo parlare! Fatelo parlare”, gridarono in molti. “Se è qui, parato in quel modo, ci sarà pure un motivo!’
“No. È molto più probabile che un motivo proprio non ci sia!” esclamò acido un tale seminascosto, un certo Melis Sherdanu che nessuno sapeva come mai proprio quel giorno fosse a Oschiri.
Quando il silenzio fu totale il cavaliere prese a parlare e disse: “Popolo di Oschiri, io sono Bigboy Mirchovic de Zar! de Zar, mi raccomando, non de Zur! Perché là sta l’altra setta del romanaccio falsario di colonne, il cataclistico e maremotistico. Sono qui da lontano, molto lontano ma la pressa, come dite voi in sardo, lo richiedeva! Importante è, direi deleterio, il compito per il momento dei cavalieri difensori della santa BIDIA (Banca Isolana Dati Iscrizioni Autentiche). Però d’ora in poi saremo ovvissimi a tutti; ci scoprirete sempre più facilmente perché abbiamo fabbricato uno squadrone e come segno di distintivo portano le minilinguelle ai fianchi, uguali ai puntali della spade e al cinturoni delle braghi. Tutta attrezzistica della fusione longobarda di Serramenta e & di Tzricotu. Avvicinatevi, avvicinatevi. Vedete questi segni? Sono a punti e virgole, anche se poi punti e virgole proprio non sono. Non li notate? Non importa: l’importante è sempre sapere, mica vedere. Chi vede e non sa, non mette bene i punti e virgola e immagina tante porcherie:linette verticali e persino bischeri, grandi quanto un nuraghe. E questo puntale di spada ? Bello, no? Non lo avevano neanche i Cavalieri del re Artù. Puro Longobardo o Bizantino!”
“Macché punti! Qui si vede un toro. Guarda guarda, il muso e le corna!” esclamarono alcuni bambini in coro, che erano riusciti a mettere gli occhi in quei quasi francobolli.
“Un toro? Le corna? Andate via, andate via, piccoli demoni con le zanne del grande sciamano zannuto del dio Kaph! Noi ci siamo proprio per questo: per combattere zanne e corna. Il cavallo è il nostro nobile animale, che non ci tradisce mai!
“Questo però ne sa davvero. È sgrammaticato peggio di mio figlio, che fa gli anni di scuola a due a due. Ma quanto è bravo per l’età che ha” fa una donnetta.
“Aspetta, aspetta a dirlo” gli risponde ancora il Shardanu.
E il cavaliere Mirchovic senza battere ciglio proseguì: “Popolo di Oschiri ho qui una bisaccia piena di scritture immonde: abbasantesi, paulesi, allaesi, sanveresi, oranesi, cabraresi e di diecimila paesi ancora. Ecco, guardate.. Questi fogli per disprezzo sovrano, anche a nome dei noti della proedria, li frantumo davanti a voi, in mille cocci. Sono segni della stra-fottente setta dei falsari; lo ipotizzo con assoluta certezza. Io poi non dormo la notte per colpa loro e vigilo correndo qui e là in tutta l’Isola come uno scemo...”
“Un pazzo” vorrai dire, esclamarono in molti.
“No no, come uno scemo”
“Se lo dici tu…”
“Per ora non ho mai trovato nessuno, ma uno forse ipotizzo di beccarlo di sicuro. Datemi retta. Non ascoltate i falsi epigrafisti, ma solo un giovane paleologo come me, uno che stupisce sempre perché è anche medioevolologo e i segni latini sa metterli bene. in riga, come a Pitzinnu, e di forte prepotenza! e nei posti giusti. Anche i fenici li digerisco bene, benissimo! anche quelli falsi del nuraghe Aiga che in latino vuol dire ‘aliga’, ossia spazzatura”.
“Guarda che semmai il toponimo è greco”, sbotta Roberto, e vuol dire capra”.
“Caprone sarai tu, che non sai le lingue e non sei linguologo, anche se le capre in fondo lo sono. Io poi sono il cavaliere Bigboy, perdipiù decorato con minilinguelle turco-mongoliche, mica uno come te che va a piedi con i tuoi stracci sardisti . Dunque. È solo caduta una semispirante o Elle, o una dentale, non so; ma in consonantistica non fa niente, com’è noto; e Aiga è proprio aliga. Farò fare uno scavo in grande stile al dott. Glitz per vedere se mi conferma l’antica spazzatura longobarda o bizantina degli abbasantesi o al massimo dei norbellesi. A proposito di immondezza, vedete le penso tutte, big come sono, il nuraghe Aiga o Aliga è il posto dove noi cavalieri abbiamo chiesto alla Sovrintendenza di affittarci la sala del falso solstizio; servirà per la biblioteca di studi dei saggi spazzatura. Lì potremo leggerli nel buio più assoluto e poi ci pronunciamo alla luce. Dal buio alla… luce, non so se avete capito l’allusione malevola o maliziosa, comunque la vogliamo chiamare! Così con l’occupazione militare chiudiamo definitivamente anche la partita con i sostenitori del buco del sole che non c’era”.
A questo punto, Giorgio, non reggendo più, appoggia Roberto, e gli grida “Ignorante, buffone”.
Anche altri lo coprono di insulti. Qualcuno grida anche parole irripetibili.
“No, non sono Bu-glione, come voi gridate. Quello era Goffredo, perché io tutto so. E non potete giocare con un rebusologo di fama come me. Non mi turbo, come una Ferrari, che mi insultiate perché io respiro bene tra il gas degli insulti. Ascoltatemi ancora un po’, perché arrivo, anzi in fondo sono arrivato, a parlarvi del mistero di S.Stefano, un mistero naturalmente che solo io BigBoy posso svelarvi. Donna Masala è un falso falsissimo, non esiste proprio… Anche a Oschiri so che sono arrivati prima, per imbrogliarvi con le false traduzioni dei misteri. Ma vi hanno detto fesserie. Dove sono le lettere? La lapide è autentica,ma forse; comunque sappiamo per fortuna tutto sulla storia dei Giudei e dell’Inquisizione ( avrete letto il mio saggio, naturalmente non spazzatura, che finalmente mi son fatto correggere per benino)… dunque, allora il 1492, molto importante e Isabella di Castiglia in quel tempo; e pertanto quella Masala ebrea… mai potrebbe…Del resto il trigramma YESUS HOMINUI (?) Salvator (?)…”
A questo punto il presidente de Su Furrighesu indignato per quell’ incipit finale, fece per andarsene e prese il telefono per chiedere urgenti aiuti di cavalieri di Venezia e di Mestre al socio Laner.
Ma non ci fu bisogno perché dalle ultime file arrivarono le prime pietre sarde che però BigBoy, in quella torrida giornata, accolse raggiante come le prime spruzzate d’ autunno. Ma non il cavallo, che naturalmente fedele com’era, per asserzione del cavaliere, lo disarcionò al primo bernoccolo e scappò via anche senza sproni battuti. Alle prime pietre se ne aggiunsero altre,sempre di più e sempre più grandi, respinte però sempre, non solo dalle microlinguelle, ma anche da quella testa che sembrava di gomma ‘pirelli copertoni’. Alcune pietre, addirittura, il cavaliere Mirchovic de Zar le addentò al volo e le trangugiò, manco fossero panadas.
“Eh, eh! Vedete che testone?” fece, sfidando ironicamente la folla e battendosi energicamente più volte il capo con la pesante spada dal puntale longobardo. ‘ Nessuno mi fermerà e io vi dico che Donna Masala è una fregatura per il paese, una delle solite fregnacce di Gi..
A questo punto le sue parole non si udirono più e si sentirono, provenienti da un viottolo campestre, solo le urla di alcune devote, capeggiate da una antica pia donna che fendeva inferocita, con un’enorme lastra sotto il braccio, la folla della piazza. Quando fu davanti a BigBoy sollevò con forza insolita la pietra dicendo:
“Abbaida chie seo. E tando? Tue, tialu corriatzu, mi nche cheres interrare po ateros chimbe seculos…
“Ma, sei davvero Donna Masala…” gridò, vistosi perduto il cavaliere. “Eppure io sono un noto paleologo e castigliologo che mai sbaglia..’
“Calla, calla. Comente, jeo fea, jeo Masala ebrea? E pois, Donna jeo? Donna-I, Donna-I mì, cun sa ‘i’ de sa nobiltade. E ite? Amos crocau paris fortzis, faularzu cavalleri? Como, con custa apitzus, as a morrere…
E il cavalier Bigboy Mirchovic de Zar e non di Zur sarebbe morto davvero se improvvisamente non avessero cominciato a volteggiare sulla piazza, come uccelli, tutti i Santi di Oschiri, capeggiati da Santo Stefano che spargeva, imitando il diabolico eroe di Suskind, profumo celestiale di pace, d’amore e di perdono. Donna-i Masala restò allora come paralizzata con la pietra sollevata e tutti i presenti sbalorditi per il miracolo si inginocchiarono commossi per l’innocenza del cavaliere.
Quindi Santo Stefano scese dall’alto, si posò di fronte a Bigboy, come per proteggerlo e disse: ‘Donna-i Masala e Oschiresi. Perdonate, perdonatelo. Non fatene un protomartire della fede linguellista! Il proto protomartire lapidato, il santo delle pietre, quello di diritto ad Oschiri, sono solo io, modestamente parlando. Lasciate che viva e permettete pure che diffonda la fede delle decorazioni a punto e a virgole. State tranquilli. Presto le linguelle longobarde, le fibbie dei cinturoni e i puntali, soprattutto quelli per le scarpe alla moda o per dare più energicamente anche salutari calci nel di dietro, si troveranno dappertutto. Tra non molto ci sarà un vero e proprio ‘made in Sardinia -Italy – Turkey - Mongolia style’, che avrà anche l’eco imitativo dei Cinesi e di Taiwan. Ma i punti e virgola avranno, col tempo, anche punti interrogativi ed esclamativi ed allora, per iniziale inimmaginabile opera egregia dei cavalieri linguellisti, la scrittura nuragica sarà in un baleno riconosciuta e studiata in tutto il mondo. Anzi l’alfabeto e la lingua nuragica diverranno, per volontà dell’ONU e del Parlamento Europeo, l’Esperanto del mondo. Forse contro voteranno solo i parlamentari Sardi, se ci saranno”.
Così Bigboy si salvò e non fu protomartire linguellista e puntalista, come moltissimi avrebbero fortemente auspicato, perché talora anche i cavalieri santi rompono le balle. Gli Oschiresi premurosi gli diedero un asino, a cavallo del quale dal Limbara procedette lemme lemme verso il Campidano. Una bestia ainuologa, nota in tutta la città, con la quale, data l’altra specializzazione molentologa, pare che ci sia stata presto perfetta sintonia di vedute durante il lungo e sempre sofisticato conversare; tanto che si può ipotizzare che Mirchovic de Zar (e non di Zur) abbia ipotizzato, con assoluta certezza, che si dovesse sostituire con essa il cavallo, animale troppo intelligente e quindi del tutto inaffidabile, durante i successivi prevedibili frequenti tentativi di lapidazione.

Basta! Terminadda sia,
abà, cun patzi e amori;
Si lu pobaru autori
At fattu calchi mancantzia,
cumpattiddili l’errantzia,
ch’è tontu già lu sabeddi:
chi diaulu vuleddi?
Lu chi sa più non fatzi:
S’a calcunu non li piatzi
Li dia calchi arrangiadda.
A tzent’anni! E’ terminadda,
riverilla, bona jenti

giovedì 17 luglio 2008

Avvicinandosi questo blog ai diecimila lettori, mi pare doveroso render conto delle analisi che dal 24 di maggio (data di attivazione) fa Google Analytics, il sito specializzato in questi affari, il quale avverte che va data attenzione più alle tendenze che ai numeri assoluti.
Dal 24 maggio a ieri (16 luglio) sono state viste 5209 pagine da un 69,58% di visitatori abituali e da un 30,42% di nuovi visitatori. Abituali e nuovi provengono in gran parte da Sardegna e Italia, ma anche da Spagna, Catalogna, Svizzera, Francia, Lussemburgo, Portogallo, Belgio, Stati Uniti, Germania, Svezia, Canada, Regno unito, Vaticano, Australia, Venezuela, Colombia, Austria, Olanda, Norvegia, Giappone. L'elenco è fatto in ordine decrescente.
Il 30,42% è entrato una sola volta nel blog e il 48,62% lo ha fatto da 10 a 200 volte. A parte la prima pagina, quella cui si accede per leggere l'articolo del giorno, e a parte le rubriche dell'archeologia e della lingua sarda (nel complesso il 69,9%) gli articoli più ricercati autonomamente sono stati: Escalaplano: "archeologi" in calzoni corti, l'articolo del prof Ugas "L'uso del sardo non è solo un diritto: è un dovere, lo scambio di lettere fra l'architetto Laner e Massimo Pittau "Caro Pittau: rispondiamo a Usai? Caro Laner: sì", e "Un'altra scrittura sarda", l'articolo del 19 febbraio che ha dato il là alla discussione in corso su questo blog.

Hampsicora era sardo, non cartaginese

di Massimo Pittau
È del tutto certo che su noi linguisti incombe in maniera permanente il grave pericolo di farci condizionare, nelle nostre scelte ermeneutiche ed etimologiche, dalle lingue che effettivamente conosciamo e soprattutto da quelle della nostra esatta specializzazione. Per la nostra Sardegna è un esempio paradigmatico quello del canonico Giovanni Spano, che all’apice della sua lunga carriera di benemerito studioso, pubblicò il suo Vocabolario Sardo geografico, patronimico ed etimologico (Cagliari 1875), nel quale si dette da fare per spiegare con la lingua fenicia - che egli del resto conosceva in maniera superficiale - moltissimi toponimi sardi, la massima parte dei quali sono invece di sicura ed anche evidente matrice od origine latina. Il grande linguista tedesco Max Leopold Wagner ha adoperato il vocabolo «feniciomania» per bollare alla radice il tentativo fallimentare messo in atto dallo Spano.
Sennonché, proprio per la spiegazione di due antichi antroponimi sardi, è caduto nel medesimo errore della «feniciomania» lo stesso M. L. Wagner. Egli infatti, con una molto fugace notazione, ha attribuito al semitista Paul Schröder la spiegazione “fenicia” del nome dei due famosi protagonisti della rivolta dei Sardi contro i Romani all’epoca della II guerra punica, Hampsicora e Hosto <1>. Invece lo Schröder, nella sua ormai vecchia opera Die phönizische Sprache (Halle 1869, pagg. 172, 87), non ha citato per nulla il sardo Hampsicora, ma ha spiegato il nome di donna, che compare nel Poenulus (1065) di Plauto, Ampsigura come “ancilla hospitis” ed ha spiegato pure il nome del sardo Hostus – citandolo realmente - come “amico di Astarte” (Freund der Astarte).
Sorvolando pure su questo notevole qui pro quo del Wagner, alla spiegazione che lo Schröder ha presentato dell’antroponimo femm. Ampsigura io muovo le seguenti obiezioni:
1) Lo Schröder ha chiamato in causa l’ebraico amt «serva», con la finale /t/, mentre l’antroponimo implica come sua prima parte il gruppo amp-, con la finale /p/.
2) L’antroponimo di Plauto Ampsigura è un hapax legomenon, per cui non è per nulla sicura la sua forma grafica che noi adesso conosciamo; tanto più che nei vari codici del testo plautino compare anche come Amsigura e Ampsagura.
3) È molto probabile che il nome della donna cartaginese Ampsigura sia una delle tante creazioni di nomi dei suoi personaggi effettuate, come è noto, dallo stesso Plauto; e può essere stata una sua creazione fatta sullo stampo ed a ricordo proprio del personaggio storico sardo Hampsicora, del quale il commediografo latino aveva sicuramente conoscenza, dato che, vissuto fra il 254 e il 184 avanti Cristo, era stato spettatore - sia pure alla lontana - della rivolta contro i Romani fatta dai Sardi capitanati da Hampsicora nel 215 a. C. In questa ipotesi, dunque, è molto verosimile che Plauto abbia creato il nome di donna Ampsigura derivandolo proprio da quello del sardo Hampsicora, anche come rivalsa inconscia rispetto ad un nemico di Roma alleato degli odiatissimi Cartaginesi.
D’altra parte è un fatto che Ettore Paratore, traduttore e commentatore anche del Poenulus di Plauto <2>, parlando degli antroponimi, che ricorrono assieme, femm. Ampsigura e masch. Iahon, sia pure senza darne una adeguata spiegazione linguistica, commenta: «In fondo sono due nomi di origine greca: il primo potrebbe esser reso con “focaccia tonda”, il secondo, sia pure dubitativamente, con “abitante della Ionia”».
Ancora molto meno convincente è la spiegazione “fenicio-punica” presentata dallo Schröder del nome di Hostus come «amico di Astarte». A mio avviso questa spiegazione è del tutto campata in aria, anche perché 1) lo Schröder si è basato su una forma Hiostus che non è documentata da nessun codice di Livio e di Silio Italico, 2) nella supposta base fenicia lo Schröder, con l’uso in apparenza innocente di parentesi quadre, ha inserito una lettera iniziale ed una finale…! A mio giudizio invece Hostus può essere corradicale – non derivato – con l’appellativo lat. hostia «ostia, vittima sacrificale» (che probabilmente deriva dall’etrusco), avendo pertanto il significato di «(figlio) offerto (alla divinità)» <3>.
Del nome di Hampsicora si è in seguito interessato lo storico Ettore Pais, nella sua Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano <4>. Egli parlando del condottiero dei Sardi ribelli a Roma ha scritto testualmente: «sebbene nato in Sardegna, era in fondo un Punio; lo fa sospettare lo stesso suo nome». «Il nome di Hampsicora od Hampsagoras (Silio Italico, XII 345) ricorda quello di Ampsaga noto fiume della Numidia».
Qualche anno dopo Camillo Bellieni ha ricalcato la frase del Pais scrivendo testualmente: «Ampsicora, grosso latifondista dell’isola, d’origine punica, come appare dal nome» <5>.
Sennonche anche al Pais io obietto in primo luogo che la connessione fra l’antroponimo Hampsicora/Hampsagoras col nome del fiume Ampsaga è molto problematica in termini fonetici, in secondo luogo che questo fiume era nella Numidia, presso Cirta, l’odierna Costantina, che dista da Cartagine più di 300 chilometri; ragion per cui è molto più ovvio ritenere che Ampsaga fosse un idronimo numido, cioè berbero, che non fenicio-punico o cartaginese. Per queste due pesanti difficoltà di carattere linguistico, è del tutto illegittimo dedurre – come ha fatto il Pais – che il nome Hampsicora fosse fenicio-punico o cartaginese.
In linea di fatto è avvenuto che da questa sua inconsistente e illegittima connessione linguistica il Pais abbia dedotto conseguenze troppo grandi e vistose di carattere storico generale: dunque secondo lui Hampsicora non era un Sardo, ma era propriamente un Cartaginese, inoltre la rivolta contro i Romani dai lui capeggiata non era propriamente rivolta dei Sardi, ma era rivolta dei Sardo-Punici ed infine la città di Cornus su cui egli comandava non era sarda, bensì era propriamente “sardo-punica”.
Tutto al contrario di recente io ho fatto osservare che nel testo di Livio (XXIII 40), che narra abbastanza a lungo la storia della rivolta di Hampsicora e dei Sardi, non c’è nulla, assolutamente nulla che faccia intendere che Hampsicora fosse un “Punio” e che Cornus fosse una città “sardo-punica” (cfr. anche Eutropio, XIII 1). A proposito della città ho pure messo in risalto che nel piccolo pianoro in cui si trovano ancora i resti di Cornus si trovano anche tre nuraghi e ho sottolineato che i nuraghi li costruivano i Sardi Nuragici e non affatto i Fenici o i Cartaginesi… <6>.
Purtroppo però è avvenuto che questa interpretazione data dal Pais del nome e della figura di Hampsicora e della rivolta da lui capeggiata sia entrata tale e quale in tutta la successiva storiografia sulla Sardegna dell’età romana.
Ho già detto che invece Ettore Paratore ha seguito la direzione geografica orientale ed ha spiegato l’antroponimo femm. Ampsigura di Plauto in base alla lingua greca, cioè come “focaccia tonda”, anche senza darne una spiegazione adeguata. Anche io preferisco seguire questa direzione orientale e a tal fine chiamo in causa gli antroponimi di tre famosi filosofi, Anassagora, Protagora e Pitagora (Anaxagóras di Clazomene, Prōtagóras di Abdera e Pythagóras di Samo), antroponimi la cui struttura linguistica è chiaramente molto simile a quella del nostro Hampsicora/Hampsagoras.
L’etimologia dei tre citati antroponimi è molto controversa e pertanto non entro nel merito per non allungare troppo il presente studio. Per parte mia mi limito ad osservare che la città di Abdera, patria di Protagora, era sulla riva settentrionale del Mar Egeo e Clazomene e l’isola di Samo, patrie di Anassagora e Pitagora, erano nella Ionia nell’Asia Minore, a ridosso della Lidia, terra di origine sia dei Sardi Nuragici che degli Etruschi. Addirittura sappiamo che Pitagora veniva tramandato come “tirreno” e in greco Tyrrhenói significava «costruttori di torri», proprio come lo erano i Sardi Nuragici <7>.
Pertanto sui tre antroponimi a me sembra legittimo affermare come certo almeno questo fatto: che tutti e tre erano propriamente di origine egeo-anatolica.
Inoltre c’è da osservare e sottolineare che la connessione fra l’antroponimo sardo Hampsicora/Hampsagoras con quelli egeo-anatolici Anaxagóras, Prōtagóras e Pythagóras è chiaramente molto più stretta di quanto non lo sia con l’idronimo numidico Hampsaga e con l’ipotetico punico Ampsigura. A ciò si deve aggiungere una notizia che mi ha ricordato l’amico Attilio Mastino: secondo Silio Italico (XII 344) Hampsicora si vantava di essere di origine Iliaca o Troiana, cioè – commento io – pure lui di origine egeo-anatolica.
La mia conclusione ultima è questa: ha un molto elevato grado di probabilità il fatto che l’antroponimo sardo Hampsicora/Hampsagoras avesse una origine egeo-anatolica, in pieno accordo con la tesi dell’origine orientale dei Sardi Nuragici dalla Lidia nell’Asia Minore, dalla cui capitale Sardis è derivato sia il nome stesso dei Sardi sia quello della loro patria Sardó/Sardinia <8>.
Dunque la figura di Hampsicora ed anche la rivolta contro i Romani che egli ha capeggiato vanno reinterpretate in termini storiografici <9>.

<1> M. L. Wagner, Über die vorrömischen Bestandteile des Sardischen, in «Archivum Romanicum», XV, 1931, pag. 5; Idem, La Lingua Sarda – storia spirito e forma, Bern 1951, pag. 15; Idem, Die Punier und ihre Sprache in Sardinien, “Die Sprache”, III, 1, 1954, pag. 36.
V. Bertoldi, Sardo-Punica, in «La Parola del passato», II, 1947, pag. 8, si è limitato a citare e ripetere quanto aveva scritto il Wagner.
<2> E. Paratore, T. M. Plauto, tutte le commedie, Roma 1976, New Compton, 5 voll., IV.
<3> Vedi etr. Hustnei «Hostia», gentilizio femm. da confrontare con quello lat. Hostius (RNG), nonché col lat. hostia, fostia «ostia, vittima sacrificale», finora di etimologia incerta (DELL, DELI) (vedi M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca, Sassari 2005, pag. 206).
<4> Roma 1923, ristampa a cura di A. Mastino, Nùoro 1999, pag. 220.
<5> C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico, Cagliari 1928, 2 voll., I, pag. 101.
<6> M. Pittau, Cornus nome punico? E se invece fosse latino?, nella rivista Làcanas, Selargius (CA), V, num. 24, I/2007, pagg. 59-62.
<7> Cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Selargius (CA) 2007, Domus de Janas edit., §§ 7, 20, 40, 43, 45, 47.
<8> Cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, cit., Capp. II e IV. A cui oggi apporto questa importante aggiunzione: nei passi di Pausania (X 17, 2) e di Solino (I 50) dove si accenna alla origine dei Sardi si debba emendare Libyē «Libia» (cioè «Africa») in Lydiē «Lidia».
<9> Attilio Mastino presenta un magistrale compedio della questione di Hampsicora nelle sue recenti opere: Storia della Sardegna antica, Nùoro 2005, pagg. 68-86; I Sardi Pelliti del Montiferru o del Marghine e le origini di Hampsicora, in «Santu Lussurgiu, dalle origini alla “Grande Guerra”», Nùoro 2005, pagg. 141-166. Io lo ringrazio qui pubblicamente anche perché ha accettato di revisionare questo mio studio.