giovedì 10 luglio 2008

L'uso del sardo non è solo un diritto, è un dovere

di Giovanni Ugas

L’uso della lingua sarda è un atto doveroso verso la gente di una terra che ha sempre avuto una sua distinta identità, indipendentemente dai popoli che l’hanno conquistata e governata. Chi vive in Sardegna dovrebbe avere il senso civico di conoscere la sua storia, le proprie tradizioni e ovviamente la parlata della zona in cui risiede oltre che delle altre che la caratterizzano.
Dopo aver conosciuto almeno in parte il dominio di Cartagine, Roma, Bisanzio, Vandali, Pisani, Genovesi, aragonesi e catalani, piemontesi, dall’Ottocento, la Sardegna fa parte politicamente dell’Italia, ma avrebbe potuto far parte della Francia, come la sorella Corsica, oppure dell’Inghilterra, se l’ammiraglio Nelson fosse stato ascoltato dai suoi connazionali, oppure potrebbe essere indipendente come Malta. Se la Sardegna fosse indipendente, forse la questione oggi dibattuta di quale lingua sarda adottare per i documenti amministrativi sarebbe stata già definita da tempo, o forse no?
I Sardi citano spesso il titolo di un lavoro di Marcello Serra, Sardegna quasi un continente, elogiano i tanti vestiti della tradizione etnografica che sfilano nelle sagre. Invero, la bellezza della natura, così come dell’umanità è la varietà, ma oggi in Sardegna, come in Italia, c’è la tendenza a semplificare, eliminando progressivamente le diversità e i deboli in politica ed in economia, nella società, nella stessa natura. “Centu concas e centu barrittas” è una ricchezza straordinaria se ognuna può dare un apporto e non se ne elimina una parte. È come se in musica si decidesse di usare una sola nota, solo perché talora le note non vanno in sintonia tra loro. La stessa cosa sta avvenendo per la lingua. È così fastidioso per i Sardi conoscere e far conoscere le diversità della propria cultura? È così difficile apprendere e divulgare, anche oltre Sardegna le diverse varietà linguistiche, il Campidanese, il Logudorese/Nuorese, il Gallurese-Sassarese?
Si cerca di dare una soluzione al problema degli atti amministrativi regionali con l’impiego di una lingua “comune”, individuata nella variante linguistica di una zona periferica tra l’area campidanese e quella nuorese-logudorese. Per inciso, mi chiedo se in consiglio i politici regionali parlano il sardo, perché altrimenti non capirei, tutto il loro impegno. Si è pensato che ciò consente di facilitare le relazioni linguistiche con gli altri popoli. Ma per uno straniero tradurre un testo dal logudorese o dal nuorese o dal campidanese o dal gallurese o la cosidetta lingua “comuna”, è teoricamente la stessa cosa. L’importante è che egli conosca una variante.
Infatti, i Sardi sistematicamente sembrano ignorare che in Svizzera sono parlate e scritte quattro lingue. Perché non può avvenire la stessa cosa in Sardegna anche nell’ambito degli atti amministrativi? Il poeta latino Nevio in tempi non sospetti (prima metà del III secolo a.C.) usava il verbo sardare, nel senso di “pensare in modo intelligente come i sardi”, e spero che i Sardi non abbiano smarrito il senso pratico della loro intelligenza e che sappiano procedere nei propri passi senza troppe pastoie burocratiche.
Invero, il vero problema non è quale variante del sardo usare, ma quello di usare una variante qualsiasi del sardo in tutti gli aspetti della vita quotidiana, nella scuola, nei giornali, nella letteratura, perché altrimenti la fine della nostra lingua è dietro l’angolo di una generazione. Se il pensiero e l’opera di ognuno sono validi avranno la possibilità di affermarsi attraverso le opere tradotte, in italiano, in inglese, spagnolo, francese etc. Non esiste per i Sardi il rischio di isolarsi se nel frattempo una buona scuola consente di apprendere anche, diverse le altre lingue straniere. Si può e si deve essere cittadini del mondo senza rinunciare alla propria identità.
Si dice che la lingua madre è il sardo, ma non è chiaro perché non si debba insegnare in sardo (e non solo il sardo!) fin dalla prima infanzia. So che è un problema spinoso perché investe la politica, ma la realtà è che occorre trovare un rimedio per evitare la fine della lingua e delle altre specificità della Sardegna. Per questo occorre un progressivo, notevole e lungo sforzo da parte dei Sardi a produrre dei testi in sardo delle diverse discipline per ogni ordine e grado dalle scuole materne all’Università, grammatiche e vocabolari idonei alla conoscenza e alla diffusione delle diverse varietà linguistiche sarde comparate.

Caro professor Ugas,
rompo con lei una consuetudine di questo blog, nel quale non entro in discussione con quanto altri scrivono, per non essere nella sciocca condizione di avere l’ultima parola. E la rompo non solo perché, come è ovvio, su questioni come quelle che lei solleva l’ultima parola non esiste, ma perché l’1% del suo intervento su cui non sono d’accordo mi permette di sollevare un paio di questioni.
1. Nel momento, che prima o poi verrà, in cui la sarda sarà lingua di comunicazione europea (al pari del catalano, del gallego, del basco che già lo sono) potremo comunicare andata e ritorno in alcune decine di varietà? Chi ha deciso o deciderà che, per semplificare le cose, ad esempio il baroniese è logudorese o l’ogliastrino campidanese? Il funzionario di Bruxelles o di Strasburgo che riceve la comunicazione, conoscendo il sardo non avrà difficoltà a leggere alcuna delle varietà. Ma quando dovrà rispondere quale variante userà, posto che non possiamo pretendere che all’Ue ci sia un funzionario per ognuna delle varietà del sardo. In quale varietà del Campidanese, per esempio? In quello del Sarrabus o in quello barbaricino meridionale o, ancora, in cagliaritano? E ammesso che ne scelga uno, possiamo permettere che sia un funzionario europeo a imporre alla lunga una koinè amministrativa che noi non siamo stati in grado di scegliere?
2. Dopo cinquanta anni di vita repubblicana, lo Stato ha finalmente riconosciuto “il sardo” con una legge molto più avanzata di quella che – con il solito iper-realismo che ci caratterizza – anche la Regione, e anche essa con un ritardo di mezzo secolo, si è data. In virtù di quella legge, io ho diritto di scrivere alla Amministrazione in sardo e di ricevere da essa risposta nella stessa lingua. Io scrivo in baroniese e il funzionario regionale, marmillese, mi risponde in baroniese o in marmillese? Non pensa che, se lo facesse, deciderebbe lui che è la sua variante a doversi imporre? Sa limba sarda comuna, con tutta la sua perfettibilità, mi assicura che qualunque varietà io usi, la risposta sarà sempre in una lingua. Nulla toglie, naturalmente, che nella replica di soddisfazione o di contrarietà io continui ad usare il baroniese.

2 commenti:

matteo carta ha detto...

Quale contributo al dibattito, mi permetto di segnalare l'interessante discussione che si è sviluppata al seguente link:

http://www.sardegnaeliberta.it/?p=1143


Da profano l'ho seguita attentamente apprendendo molto dai numerosi e spesso qualificati interventi. Ho potuto farmi un'opinione in merito. Ritengo siano poche le occasioni di dibattito pubblico, libero, vivace ma corretto, nel corso delle quali i vari aspetti della questione "Limba Sarda Comuna" siano stati affrontati in modo così ampio.

Anonimo ha detto...
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