martedì 2 marzo 2010

La "stele di Pozzomaggiore"


Eccola, l'iscrizione, di cui ha parlato Leonardo Melis nel suo articolo di ieri sulla seconda Ziggurat sarda, ritrovata dalle parti di Pozzomaggiore. La foto è tratta dal libro "Shardana - Jenesi degli Urim" di prossima pubblicazione. L'iscrizione è composta di 22 lettere (24, dirà domani nel suo articolo Gigi Sanna) e sono evidenti, in alto, SRDN.

Blasco Ferrer: il sardo non è indoeuropeo, anzi un po' sì

di Alberto Areddu

E' da poco uscito per i tipi della CUEC un agile, ma denso volumetto, Storia della lingua sarda. Dal paleosardo alla musica rap, 13 €, ad opera di Eduardo Blasco Ferrer (noto studioso ed accademico catalano, trapiantato in Sardegna) e di Giorgia Ingrassia. Il libro, come dicono gli autori, è un remake dell'omonimo saggio giovanile del 1984, apparso due anni prima di quello che io considero il migliore dei saggi di Blasco, La lingua sarda contemporanea. Orbene in questo che nelle intenzioni e nel formato dovrebbe esser un saggio divulgativo, come talora accade, pur non dovendo, gli autori propongono come fatti acquisiti, cose che in realtà non sono affatto passate in giudicato e in alcuni casi riflettono una discussione tuttora in fieri, come si può percepire anche dalla lettura di alcuni interventi su questo blog.
Così gli autori affermano: "nonostante lo sforzo di pochi fanatici, non praevalebunt portae inferi: l'inferno è, ovviamente, la LSC", che giunge in cauda, dopo una lunga reprimenda di una quindicina di pagine (inopinata in un saggio che dovrebbe essere cool e divulgativo) contro la "malfamata" Lingua Sarda Comune, che è quell'elaborazione, in parte artificiale, a cui (ricordiamolo) lo stesso Blasco Ferrer ai primordi pose mano, vedendosi poi scalzato dalla triade: Corraine, Corongiu, Bolognesi. Le osservazioni linguistiche mosse, appaiono giuste: la compresenza di elementi morfologici incompatibili (presente logudorese di conserva coll'imperfetto campidanese), creazione di forme inusitate (es. gente), filo-logudoresimo marcato, la scelta di elementi onomasiologi assurdi nel calderone degli items dialettometrici ecc.

Leggi tutto

Caro Areddu, grazie, intanto di aver citato il mio romanzo il LSC. Già io sono uno di quei " pochi fanatici" che, nella concezione guerresca che il Blasco Ferrer ha della lingua sarda, non prevarranno. Non entro, va da sé, nelle discussioni linguistiche che pure mi appassionano, visto che con il sardo ci lavoro. Ho, però, della linguistica alla Blasco l'idea che di un perito settore avrebbe chi pensa di avere davanti a sé molti anni ancora da vivere. Il problema è di natura politica, come mi pare anche lei abbia individuato: si vogliono predisporre o no strumenti perché la lingua viva, si sviluppi, diventi coufficiale e normale o la si deve mettere sul tavolo di marmo del perito settore? La Limba sarda comuna (comuna o non cumone così come magasinu e non gamasinu, per intenderci) è uno strumento che ci avvicina a una scrittura normale, la lingua sezionata da Blasco Ferrer fa la gioia di chi, chi sa poi perché?, non vede l'ora di consegnarla al becchino. [zfp]

lunedì 1 marzo 2010

Una Ziggurat nel Mediterraneo. Anzi due, e con una sorpresa


di Leonardo Melis

L’impressionante numero di collegamenti tra la Sardinia e la Mesopotamia e il Medio Oriente intero ci porta a conferme continue sulla nostra teoria riguardo le “Genti che uscirono da Ur”, gli Urim. In Sardegna abbiamo persino una ziggurat. Una ziggurat che stranamente è sita a Nord dell’Isola. Ciò non è logico, perché l’approdo di genti venute da Oriente avviene naturalmente a Sud-Est. Logico sarebbe se le ziggurat fossero più d’una e sparse per l’Isola. Almeno una a Sud, una al Centro e l’altra (Akkodi) a Nord. Trovarne almeno due sarebbe per noi l’Atto finale.

Un giorno di gennaio di questo piovoso inverno del 2010.
"Oggi stiamo fremendo nell’attesa di fissare il giorno della partenza per l’esplorazione. Si, perché nel frattempo abbiamo rintracciato Tonino l’amico sindaco che, oltre a essere felice nell’avere ritrovato un antico compagno di studi, si dice contento che qualcuno finalmente si interessi a quello che anche lui giudica essere qualcosa di insolito e di molto importante per il suo ridente paesello. Egli ci ha indirizzato a un amico (Mariano) appassionato di volo e di archeologia. Possiede un “ultraleggero” per le foto aeree. Lui stesso ha eseguito dei raid aerei e ci ha mandato delle foto molto, molto stimolanti. Speriamo bene." Leonardo Melis.

Pozzomajore (SS) Sardegna. Cominciamo a vedere come si presenta lo strano sito. Osserviamo che la costruzione più importante ha una forma a noi ben nota. Una forma che ricorda altri piccoli tempietti presenti in Sardinia a forma di nave e riproducenti le Esedre delle Tombe di Giganti. Nel mezzo del recinto vediamo una sorta di linea separatrice. Proprio a questo livello si trova la costruzione a gradoni che riteniamo sia una Ziggurat...

Leggi tutto

Nella foto: la copertina del libro di Leonardo Melis di imminente uscita

Cagliari, la rocca gialla

di Massimo Pittau

Siccome in questi ultimi giorni sono stati citati alcuni brani di quanto io ho scritto sulla etimologia del toponimo CAGLIARI nel mio «Dizionario della Lingua Sarda» (Cagliari 2003, vol. II pag.571-572), chiedo al Direttore del blog il favore di pubblicare l’intero testo della mia notazione:
Cagliari (Cágliari; ant. Karalis, Caralis, spesso plur. Carales).- La odierna denominazione locale del toponimo è Casteddu = «Castello», denominazione che in origine indicava il rione alto della città, la sua acropoli o roccaforte. Fino all'inizio del Novecento la città veniva chiamata anche Casteddu Mannu «Castello Grande» per distinguerlo da Casteddu Sardu «Castelsardo», che era il «Castello Piccolo».
È da respingersi con decisione la tesi corrente, secondo cui Cagliari sarebbe stata fondata dai Fenici; la testimonianza di Claudio Claudiano (I, 520), che la dice «fondata dai potenti Fenici di Tiro», non ha alcun valore perché è troppo tardiva (IV sec. d.C.). È assurdo infatti ritenere che, molto prima dei Fenici, i Nuragici non avessero messo occhio e provato interesse per questa località, caratterizzata come era da facili approdi, sia ad oriente che ad occidente, munita di un colle dirupato facilmente trasformabile in roccaforte, ricca di importanti saline e posta all'imboccatura di quella laguna di Santa Gilla, che non solo era molto pescosa, ma portava anche fino ad Assemini, nella direzione delle risorse agricole del Campidano e di quelle minerarie dell'Iglesiente.
D'altra parte risulta accertato che nell'area di Cagliari lo stanziamento umano è molto più antico dell'arrivo dei Fenici in Sardegna, dato che risale al periodo eneolitico e forse a quello neolitico, come risulta dai ritrovamenti effettuati nel colle di Sant'Elia, a San Bartolomeo ed a Monte Claro. Inoltre è quasi del tutto certo che il toponimo Karalis/Caralis - come aveva già sostenuto Max Leopold Wagner (La Lingua Sarda, pag. 141) - è sardiano o proto/paleosardo, dato che esso trova riscontro nei toponimi Carále di Austis e Carallái di Sorradile. Inoltre esso è da confrontare coi toponimi antichi Káralis o Kárallis della Panfilia e Karalléia della Pisidia, in Asia Minore (Strabone, XII 568; PW; LS 141; OPSE 102). Il quale accostamento interviene a confermare la tesi della venuta dei Sardi dall'Asia Minore (cfr. Ardali, Arzachena, Bargasola, Libisonis, Scandariu, Sindia, Siniscola, Tiana).
Ma assai più importante è osservare che il toponimo Karalis/Caralis è probabilmente da collegare con l’appellativo sardiano cacarallái, crialléi, crièlle, chirièlle, ghirièlle «crisantemo selvatico» (margherita di colore giallo) (Chrysanthemum coronarium, segetum L.) e «macerone» (Smyrnium olusatrum L.) e con l’altro garuléu, galuréu, galiléu «pòlline dei fiori, pòlline depositato nel miele» (che è di colore "giallo oro"), tutti da confrontare - non derivare – col fitonimo etrusco garouleou «crisantemo (selvatico)» (LELN 100; OPSE 102, 116, 143, 211-212; LISPR, DETR 93) e inoltre probabilmente col greco chlorós «giallo» (indeur.; GEW, DELG).
Con quest'ultimo accostamento è molto probabile che trovi la sua esatta spiegazione il fatto che nell'Ottocento e nel Novecento viaggiatori forestieri definivano Cagliari "gialla", colore che veniva attribuito alla città perché la roccia della sua roccaforte "il Castello" - che in quei tempi era di certo assai più visibile di adesso - era per l'appunto "gialla". Si veda Alberto La Marmora, Itinerario dell'isola di Sardegna, (Cagliari 1868) pag. 14: «color bianco giallastro della roccia calcarea»; pag. 25: «La pietra calcarea di quest'edifizio [la Torre dell'Elefante] è tirata dall'antica pietraja di Bonaria, pietra forte giallastra. Vedi Parte Terza, descrizione Geologica: cap. VII, pag. 257». Grazia Deledda nel 1899, nella rivista Natura ed Arte, num. 12, scriveva testualmente: «Cagliari è fatta di case giallastre» (G. Deledda, Versi e prose giovaninili, a cura di A. Scano, Milano 1938, pag. 218). Ma anche in epoca più recente, cioè nel 1932, Elio Vittorini definiva Cagliari «È fredda e gialla. Fredda di pietra e d'un giallore calcareo africano». E infine lo studioso Francesco Alziator, avendo detto che «Per qualche secolo, Bonaria è stata la cava dalla quale venivano fuori le pietre per le case e la breccia per le strade», specifica dicendo «Bonaria era una collina nudarella di calcare (….) che a primavera ricopriva il suo squallore giallastro con una grande infiorata di gigli» (L’elefante sulla torre, Cagliari 1979, pag. 217).
In conclusione, a mio avviso, è molto probabile che in origine Karalis/Caralis significasse «(La (Roccia o Rocca) Gialla».- La trasformazione dell'antico toponimo in quello attuale è di certo avvenuta attraverso le seguenti fasi, tutte storicamente documentate: Caralis > Calaris > Callari > Cagliari. L'ultima forma del toponimo è effetto della pronunzia spagnola della penultima (la quale si riscontra tuttora a Ollolai).
In epoca classica il toponimo ricorreva spesso nella forma del plur.: Karales, Carales. Come capitava per altre città antiche, il plur. voleva indicare la grande estensione della città; ed è quanto aveva segnalato lo stesso Claudiano, quando aveva scritto: tenditur in longum Caralis «Cagliari si distende in lunghezza».
Risale già all'epoca romana la forma del suo etnico Caralitanus e Carallitanus (RNG 309), con una indecisa intensità della consonante liquida che trova riscontro anche nelle forme del toponimo Calari e Callari e perfino nella pronunzia di quella consonante nell'odierno dialetto campidanese.

domenica 28 febbraio 2010

Sardi, nuragici e Shardana

di Pierluigi Montalbano

Alcuni studiosi ritengono che gli Shardana, il temibile popolo guerriero che invase i territori del vicino oriente, che prese parte alle guerre fra egizi ed ittiti, che si alleò con altre fazioni dei popoli del mare che contribuirono al crollo delle più grandi civiltà del passato, che possedeva già nel XIV a.C. terre dalle quali riscuoteva i tributi nelle zone siro-palestinesi, come riportato nei registri dell’epoca, sbarcò in Sardegna nel XIII a.C.
Chi propone questa teoria dovrebbe spiegare come questo terribile popolo guerriero, se già non fosse ben integrato in Sardegna, poté pacificamente (visto che non ci sono tracce di guerre) conquistare le terre dei sardi, instaurando un governo che approfittò degli 8000 nuraghe presenti per manifestare il proprio dominio sul territorio.
Questa teoria, che fa acqua da tutte le parti e non ha riscontri archeologici (visto che gran parte dei nuraghe c'era già da almeno 3 secoli), non tiene conto degli avvenimenti dei precedenti 5000 anni in terra sarda, a partire da quei vasi con anse realizzate simboleggiando la dea madre.
Si vuole cancellare in un sol colpo tutto ciò che sono le facies di Su Carroppu, Grotta Verde, Bonu Ighinu, San Ciriaco, Ozieri, Monte Claro, Campaniforme internazionale, Padru Jossu, Cuccuru Nuraxi, Bonnannaro e, soprattutto, Sant'Iroxi. Non spiega perché le floride, ma ipotizzate arrendevoli, genti sarde dovettero inchinare il capo davanti a questi formidabili guerrieri, non cita le innumerevoli testimonianze archeologiche di armi, cinte murarie, torri di avvistamento strategicamente disposte in tutto il territorio, torri costiere e matrici per la fusione dei metalli, che garantivano ai sardi il controllo delle miniere e la possibilità di arricchirsi ulteriormente rispetto alle già ingenti ricchezze dei secoli precedenti, testimoniate dall'ossidiana sarda trovata fuori dall'isola, dalla spettacolare arte ceramica che già nel 3000 a.C. realizzava ceramiche decorate con figure umane, dall’utilizzo già dal 2000 a.C. di grappe in piombo per riparare i vasi (il piombo in abbondanza segnala la presenza di miniere d’argento ben conosciute), dalle spettacolari tombe dei giganti (indicatrici di culto e venerazione dei morti), dai preziosi conci utilizzati per realizzare e ristrutturare i pozzi, ancora funzionanti e ammirabili in tutta l’isola.
Chi non conosce i reperti archeologici, o non sa leggerli, dovrebbe evitare di costruire ipotesi e portarle avanti con l’arroganza di chi pensa di essere in possesso della verità. Quella si chiama fede, non storia. La fede crea quesiti, non li risolve, non è la sua funzione.
La Sardegna ha attraversato i millenni offrendo ai suoi abitanti le risorse necessarie a sviluppare una serie di civiltà che parteciparono agli eventi che, iniziando nel Neolitico, arrivano fino ai nostri giorni. Molte genti frequentarono l’isola e vi si stabilirono. Quelle genti costituiscono la nostra memoria storica e si chiamano sardi. Le distinzioni in Nuragici, Shardana, Balari, Corsi, Iolei o Illesi e tutti gli altri, sono il nostro modo occidentale di voler a tutti i costi classificare i gruppi. Non devono costituire un vincolo, un ostacolo agli studi.
Le domus de janas sono state realizzate dai sardi del IV e III Millennio a.C., i nuraghe sono stati costruiti dai sardi del II Millennio a.C., le statue in bronzo e pietra dai sardi del I Millennio a.C., lo stadio Sant’Elia dai sardi del secolo scorso e il tunnel sotto la Via Roma a Cagliari sarà realizzato dai sardi del III Millennio d.C.

Le foto sono tratte dal sito: The Aegean minoans of Crete and Thera e come didascalie portano, la prima in alto, "Battle of the Delta, 1178 BC 
Medinet Habu, Mortuary Temple of Ramesses III 
Luxor, Egypt", quella qui su a sinistra: "Bronze Shardana (Sherden) Warrior 
with Horned Helmet 
Sardinia, Italy".[zfp]

Noas... eja, torramus a proare


Unu grustu de amigos s'est postu in conca de publicare unu giornaleddu nou de 4 pàginas, Noas... eja, in formadu 35x 50 cm. Est in distributzione gratùita in librerias e bibliotecas. ma, a dolu mannu, iscrient sos editores de su giornale “non resessimus a nche lu giùghere a totue in Sardigna. Isperemus chi, cun su nùmeru 2 de martzu resessamus a lu fàghere, mancari cun s'agiudu de calicunu de bois”.
Custu est s'editoriale de su primu nùmeru:
“Sende chi su sardu est sa de duas limbas de s’istadu italianu, pro cantidade de pessones chi la faeddant, sa presèntzia sua in sos mèdios de informatzione est belle nudda, francu carchi tentativu imprentadu in pabiru. E no est sa prima bia chi finas su grupu de amigos chi est publichende custa sèrie noa de Noas est proende a dare iscritura e informatzione in sardu. Ma, a dolu mannu, non resessimus a dare continuidade a custos propòsitos e, tando, a pustis de unu, chimbe o deghe nùmeros, su tentativu s’indebìlitat e morit, o ca mancant sos mèdios econòmicos o ca si nch’istracant sas pessones chi bi traballant.
“Però ischimus cantu est importante, pro s’ufitzialidade de sa vitalidade de sa limba, a tènnere a disponimentu mèdios de informatzione modernos. Finas pro isperimentare su sardu in su mundu de oe.E tando proamus torra a bogare a lughe custu fògiu totu in sardu, pro tratare argumentos de limba sarda/limbas, minorias, natzione sarda/natziones, cun s’idea de cuntentare chie tenet gana de lèghere e imparare in sardu e cun s’isperu de sighire a lu publicare, cun s’agiudu de amigos o entes chi nos agiuent”.
Chie est interessadu a lu retzire de badas, imbiet unu francubullu de 1,40 èuros in una busta cungiada a: “Papiros c/ Corraine, carrera de de Lombardia 46, 08100 NÙGORO NU”.
“A dolu mannu, est giai meda” iscrient galu sos editores “si resessimus a pònnere su dinare pro l'imprentare. Duncas, non tenimus sa possibilidade de pagare sos gastos postales. EJA est un'ocasione pro publicare noas in limba sarda, de interessu sardu e istràngiu, mescamente de sas natziones sena istadu”.

sabato 27 febbraio 2010

Rivolta popolare friulana del giovedì grasso, 499 anni fa

Oggi si ricorda in Friuli la rivolta popolare del 27 febbraio 1511. Ho chiesto allo studioso Carli Pup, coautore del bellissimo "Venezia Giulia, la regione inventata" (*), un articolo su quell'avvenimento.



di Carli Pup

A cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, la nobiltà friulana è organizzata in due grosse fazioni: gli strumieri e gli zamberlani. I primi raggruppano la maggioranza dei nobili della Patria del Friuli: si tratta di veri e propri clan che spesso hanno possedimenti, parentele, nonché legami ideologici con l’Impero d’Austria, dove trovano quelle possibilità di “fare carriera” che, invece, Venezia preclude loro, riservandole all’oligarchia lagunare. I secondi, che fanno capo alla famiglia Savorgnan, la più potente del Friuli e l’unica iscritta alla nobilità veneziana, godono invece di appoggi e legami con le autorità della Repubblica. Gli strumieri controllano il Parlamento della Patria, mentre gli zamberlani esercitano la propria influenza sull’Arengo di Udine, hanno il comando delle Cernide (le milizie contadine) e sostengono le comunità rurali negli scontri con la nobiltà locale.
Il momento più violento della faida coincide però con l’avvento di Antonio Savorgnan alla guida della fazione zamberlana. È lui, infatti, che da un lato rafforza il sostegno alle comunità rurali impegnate in scontri sempre più violenti per difendersi dagli usurpi nobiliari e, dall’altro, avvia una politica sempre più autonoma da Venezia, forse con l’obiettivo di trasformare tutta la Patria in una signoria sotto il suo controllo.
A rendere ancora più ingarbugliato questo quadro contribuisce, inoltre, il conflitto in atto tra Venezia e l’Impero, con i soldati ed i mercenari dei due stati che si rincorrono per tutto il Friuli uccidendo, bruciando e saccheggiando. Si tratta di una guerra in cui il Friuli è la vittima principale. In questa situazione Venezia è obbligata ad appoggiarsi ancor di più ai Savorgnan per contenere gli strumieri, apertamente filoimperiali, ma anche nel tentativo di non alienarsi le simpatie dei contadini e l’appoggio delle Cernide.
Il 27 febbraio 1511 il Carnevale è al culmine. È giovedì grasso e la città di Udine è affollata di gente giunta anche dai villaggi vicini. Una colonna di contadini delle Cernide, tornata da una perlustrazione fuori città in seguito alla segnalazione di truppe imperiali nelle vicinanze, si ritrova al centro di uno scontro tra i partigiani delle due fazioni nobiliari...

Leggi tutto

(*) Roberta Michieli e Giuliano Zelco (a cura di), "Venezia Giulia, la Regione inventata", Kappa Vu, Udine, 2008