di Davide Casu
Sardegna, terra in cui, come tessuti pregiati, si imbastiscono, in unicum di splendida particolarità, tradizioni e storie sotto l’egida della matrice isolana. Una terra, questa, che con l’avanzare dei tempi, al peso di una omologazione culturale che inesorabile avanza, riscopre “a bellu a bellu” la sua storia millenaria e a poco a poco, forse, tenta di conferirle un valore vero in linea con quell’idea, quel fatto, che ci definisce, noi sardi, come nazione, un popolo.
Allo stesso modo viviamo un dibattito culturale che, tristemente, vede due tesi affrontarsi: una per la salvaguardia della cultura sarda ed un’altra che lotta a fauci spalancate per una poco democratica omologazione“culturale”. Molti saranno coloro che desumeranno, nel sostrato di questa guerra alle micro realtà culturali e linguistiche, una corrente politica che cerca, 150 anni dopo la frase di D’Azeglio, di fare una volta per tutte gli italiani.
Da sempre ciò che identifica un essere umano in un contesto sociale sono le matrici stesse di quest’ultimo, quelle che definiamo come radici qualificandole come: etniche storiche, culturali. Ora, se queste vengono meno, ne consegue, a“dolu mannu”, una “denaturalizzazione” di questa realtà, o, non so qual è peggio, l’imposizione di una nuova istanza unificante.
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mercoledì 11 novembre 2009
lunedì 9 novembre 2009
Palazzi sardi multifunzionali
di Pierluigi Montalbano
Da decenni tutti i più accreditati studiosi, e con loro una vasta schiera di appassionati alla materia nuragica, cercano di proporre teorie verosimili per giustificare la presenza di migliaia di torri distribuite uniformemente nel territorio sardo. Perfino un nuraghe a due torri è visibile sull’isola di Mal di Ventre. Fortezze, propongono alcuni, luoghi di culto, affermano altri, abitazioni, ipotizzano altri ancora. Ma la soluzione è complessa.
Dopo aver letto tutto e il contrario di tutto ho pensato di cercare di capire che ruolo potessero avere, e vorrei proporre una possibilità di multifunzionalità. Certamente l’impiego di ingenti risorse comunitarie e di tecniche in uso su tutta l’isola ci suggerisce una volontà diffusa di edificare strutture che durassero nel tempo e mostrassero a popolazioni vicine e lontane l’antropizzazione del territorio. Occorre aggiungere che solo due motivazioni possono spingere verso l’idea di strutture grandiose come alcuni edifici a tre torri sovrapposte: la religiosità e un forte potere gerarchizzato.
La prima è facilmente dimostrabile analizzando la struttura muraria, adatta al culto e non alla guerra. Troppo facile per un esercito organizzato (se mai ci fu) smontare le fragili difese offerte da garitte, torri non comunicanti e isolamento interno degli eventuali assediati. D’altro canto si dovrebbe accettare l’idea che oltre 8000 torri sparse sono troppe per essere tutte luoghi religiosi. Spunta quindi un’ipotesi che potrebbe unire varie funzioni: il palazzo.
Similmente a ciò che accadde in altri luoghi, simili per caratteristiche alla nostra amata Sardegna, si sentì l’esigenza di riunire le funzioni religiose, cerimoniali, civili ed economiche in un unico e ben distinguibile “luogo comune”. Un edificio composto da più vani che racchiude tante potenzialità. La tecnica costruttiva è simile per quasi tutti gli edifici: si spianava e preparava un piano di calpestio, si orientava secondo la luce e il vento, si predisponevano gli impianti (cisterne e canalette), si decidevano le dimensioni e si iniziava a sistemare il primo filare di pietre, quello più importante, il reggispinta principale.
Quando si presentava l’occasione si sfruttava il materiale già presente (speroni di roccia o grandi massi già costituenti una base su cui poggiare la struttura) per risparmiare tempo e fatica. Il prestigio di una comunità si evinceva dalla maestosità con la quale realizzava il palazzo. Si viveva in pace e le piccole scaramucce fra clan si risolvevano con piccoli aggiustamenti. Solo una popolazione pacifica può decidere di mettere in gioco simili risorse. Dobbiamo pensare ad artigiani, cuochi, mercanti e tutte le altre professionalità dell’epoca tutti intenti a realizzare un edificio sacro per la propria comunità.
Un luogo dove la circolarità dimostra simbolicamente un desiderio di democrazia e una volontà di collaborazione che insieme possono ottenere risultati prestigiosi. Questi poderosi palazzi sono ancora lì, ad osservarci e ad indicarci la strada per una vita migliore: spingere tutti verso una direzione, come facevano i marinai dell’epoca quando dovevano condurre a buon porto le loro abitazioni sul mare, le navi.
Da decenni tutti i più accreditati studiosi, e con loro una vasta schiera di appassionati alla materia nuragica, cercano di proporre teorie verosimili per giustificare la presenza di migliaia di torri distribuite uniformemente nel territorio sardo. Perfino un nuraghe a due torri è visibile sull’isola di Mal di Ventre. Fortezze, propongono alcuni, luoghi di culto, affermano altri, abitazioni, ipotizzano altri ancora. Ma la soluzione è complessa.
Dopo aver letto tutto e il contrario di tutto ho pensato di cercare di capire che ruolo potessero avere, e vorrei proporre una possibilità di multifunzionalità. Certamente l’impiego di ingenti risorse comunitarie e di tecniche in uso su tutta l’isola ci suggerisce una volontà diffusa di edificare strutture che durassero nel tempo e mostrassero a popolazioni vicine e lontane l’antropizzazione del territorio. Occorre aggiungere che solo due motivazioni possono spingere verso l’idea di strutture grandiose come alcuni edifici a tre torri sovrapposte: la religiosità e un forte potere gerarchizzato.
La prima è facilmente dimostrabile analizzando la struttura muraria, adatta al culto e non alla guerra. Troppo facile per un esercito organizzato (se mai ci fu) smontare le fragili difese offerte da garitte, torri non comunicanti e isolamento interno degli eventuali assediati. D’altro canto si dovrebbe accettare l’idea che oltre 8000 torri sparse sono troppe per essere tutte luoghi religiosi. Spunta quindi un’ipotesi che potrebbe unire varie funzioni: il palazzo.
Similmente a ciò che accadde in altri luoghi, simili per caratteristiche alla nostra amata Sardegna, si sentì l’esigenza di riunire le funzioni religiose, cerimoniali, civili ed economiche in un unico e ben distinguibile “luogo comune”. Un edificio composto da più vani che racchiude tante potenzialità. La tecnica costruttiva è simile per quasi tutti gli edifici: si spianava e preparava un piano di calpestio, si orientava secondo la luce e il vento, si predisponevano gli impianti (cisterne e canalette), si decidevano le dimensioni e si iniziava a sistemare il primo filare di pietre, quello più importante, il reggispinta principale.
Quando si presentava l’occasione si sfruttava il materiale già presente (speroni di roccia o grandi massi già costituenti una base su cui poggiare la struttura) per risparmiare tempo e fatica. Il prestigio di una comunità si evinceva dalla maestosità con la quale realizzava il palazzo. Si viveva in pace e le piccole scaramucce fra clan si risolvevano con piccoli aggiustamenti. Solo una popolazione pacifica può decidere di mettere in gioco simili risorse. Dobbiamo pensare ad artigiani, cuochi, mercanti e tutte le altre professionalità dell’epoca tutti intenti a realizzare un edificio sacro per la propria comunità.
Un luogo dove la circolarità dimostra simbolicamente un desiderio di democrazia e una volontà di collaborazione che insieme possono ottenere risultati prestigiosi. Questi poderosi palazzi sono ancora lì, ad osservarci e ad indicarci la strada per una vita migliore: spingere tutti verso una direzione, come facevano i marinai dell’epoca quando dovevano condurre a buon porto le loro abitazioni sul mare, le navi.
Lo scempio di Sos furrighesos al Senato
Lo scempio commesso da ignoti vandali nel sito di Sos furrighesos di Anela, arriva al Parlamento italiano. In una interrogazione al ministro dei Beni culturali, il senatore Piergiorgio Massidda chiede a Bondi:
"se risulta alla Sovrintendenza della Sardegna la commissione del grave attentato al patrimonio culturale che essa è preposta a salvaguardare;
se essa Sovrintendenza abbia denunciato i fatti al Nucleo dei carabinieri per la tutela dei beni culturali e se sì se stiano svolgendo ricerche utili alla cattura dei responsabili del vandalismo e al recupero dei reperti;
se non ritenga, in uno spirito di leale collaborazione fra Regione sarda e Stato, interessare la prima alla necessità di vigilare sull'enorme patrimonio culturale presente in Sardegna".
Il testo integrale dell'interrogazione è consultabile nel sito del senatore Massidda.
"se risulta alla Sovrintendenza della Sardegna la commissione del grave attentato al patrimonio culturale che essa è preposta a salvaguardare;
se essa Sovrintendenza abbia denunciato i fatti al Nucleo dei carabinieri per la tutela dei beni culturali e se sì se stiano svolgendo ricerche utili alla cattura dei responsabili del vandalismo e al recupero dei reperti;
se non ritenga, in uno spirito di leale collaborazione fra Regione sarda e Stato, interessare la prima alla necessità di vigilare sull'enorme patrimonio culturale presente in Sardegna".
Il testo integrale dell'interrogazione è consultabile nel sito del senatore Massidda.
domenica 8 novembre 2009
Anonimi sì o no. Chiedo aiuto
di Massimo Pittau
Caro Gianfranco,
io seguo il tuo blog con vivo interesse - tanto che lo apro tre o quattro volte al giorno – perché è condotto bene. Però una cosa non apprezzo e neppure riesco a comprendere, come ti ho scritto un’altra volta: che tu dia spazio anche agli “anonimi” che “sparlano” degli altri. A tali “anonimi” non si deve mai concedere spazio, dato che non sono altro che “vigliacchi” chi ghettant sa preda e cubant sa manu! Mi stupisco molto che tu Sardo e per di più Barbaricino conceda la parola a simili personaggi.
Allo “sparlatore/vigliacco” che è intervenuto sul tema della autenticità o meno della iscrizione etrusca di Allai e che io ho riconosciuto nella misura del 99/%, potrei anche rispondere per rintuzzare le numerose sciocchezze dette, ma non lo faccio perché a me non piace parlare con simili individui.
Caro Massimo,
a mo' di scherzo potrei riponderti: "Si vede che non sono barbaricini". In realtà, quel che tu poni è un problema più serio di quanto appaia entrando in questo blog. Diventa sovrabbondante la quantità di persone che si dilettano a scrivere delle autentiche sciocchezze, a volte in maniera anonima, altre firmandole con nomi di fantasia: si va da Giacomo Devoto a William Shakespeare. Sono i parti letterari dei cosiddetti Troll che normalmente casso senza pietà e senza che altri se ne accorga.
Conto diverso sono gli anonimi che, pur senza quel minimo di coraggio che si trova a buon mercato sul bancone di qualsiasi bottega, scrivono spesso cose sensate o, almeno, con una loro logica interna. Non capisco bene l'anonimato, visto che la libertà di espressione è ben garantita da leggi e da strumenti di tutela. Ma così è. Capisco il tuo rifiuto di rispondere a persone che danno più l'idea di essere dei franchi tiratori che individui in carne, ossa e pensiero. D'altronde la firma, se uno non ha coraggio, non garantisce che dietro abbia una persona fisica o, piuttosto, uno pseudonimo. In questo spazio, siamo stati intrattenuti a lungo da individui mascherati.
Che fare? Mi piacerebbe tanto che a decidere sia chi legge, o articolando il suo parere o, più semplicemente, scegliendo nel questionario in alto a sinistra, la voce che meglio esprime il suo parere.
E' un modo questo, per sapere se il problema che tu poni e che io sento insieme ad altri collaboratori è sentito o no. Per capirlo basterà vedere di qui a qualche tempo quanti si sono interessati alla questione.
Caro Gianfranco,
io seguo il tuo blog con vivo interesse - tanto che lo apro tre o quattro volte al giorno – perché è condotto bene. Però una cosa non apprezzo e neppure riesco a comprendere, come ti ho scritto un’altra volta: che tu dia spazio anche agli “anonimi” che “sparlano” degli altri. A tali “anonimi” non si deve mai concedere spazio, dato che non sono altro che “vigliacchi” chi ghettant sa preda e cubant sa manu! Mi stupisco molto che tu Sardo e per di più Barbaricino conceda la parola a simili personaggi.
Allo “sparlatore/vigliacco” che è intervenuto sul tema della autenticità o meno della iscrizione etrusca di Allai e che io ho riconosciuto nella misura del 99/%, potrei anche rispondere per rintuzzare le numerose sciocchezze dette, ma non lo faccio perché a me non piace parlare con simili individui.
Caro Massimo,
a mo' di scherzo potrei riponderti: "Si vede che non sono barbaricini". In realtà, quel che tu poni è un problema più serio di quanto appaia entrando in questo blog. Diventa sovrabbondante la quantità di persone che si dilettano a scrivere delle autentiche sciocchezze, a volte in maniera anonima, altre firmandole con nomi di fantasia: si va da Giacomo Devoto a William Shakespeare. Sono i parti letterari dei cosiddetti Troll che normalmente casso senza pietà e senza che altri se ne accorga.
Conto diverso sono gli anonimi che, pur senza quel minimo di coraggio che si trova a buon mercato sul bancone di qualsiasi bottega, scrivono spesso cose sensate o, almeno, con una loro logica interna. Non capisco bene l'anonimato, visto che la libertà di espressione è ben garantita da leggi e da strumenti di tutela. Ma così è. Capisco il tuo rifiuto di rispondere a persone che danno più l'idea di essere dei franchi tiratori che individui in carne, ossa e pensiero. D'altronde la firma, se uno non ha coraggio, non garantisce che dietro abbia una persona fisica o, piuttosto, uno pseudonimo. In questo spazio, siamo stati intrattenuti a lungo da individui mascherati.
Che fare? Mi piacerebbe tanto che a decidere sia chi legge, o articolando il suo parere o, più semplicemente, scegliendo nel questionario in alto a sinistra, la voce che meglio esprime il suo parere.
Cancellare solo i Troll
Cancellare anche gli anonimi
Ricorrere alla moderazione delle discussioni consentendo al moderatore di pubblicare solo i testi firmati
Lasciare le cose come sono
E' un modo questo, per sapere se il problema che tu poni e che io sento insieme ad altri collaboratori è sentito o no. Per capirlo basterà vedere di qui a qualche tempo quanti si sono interessati alla questione.
sabato 7 novembre 2009
Vandali in Sos furrighesos di Anela. Solo degli idioti?

di Piero Zenoni4 ottobre scorso, escursione del G.R.S (Gruppo Ricerche Sardegna) alle Domus de jana di Anela-Ittireddu, dette ‘sos furrighesos’. Esaminando la cosiddetta “tomba del re”, ricca di scritture antichissime, di simboli taurini, di navicelle, di ‘alberelli’, forse d’iscrizioni, abbiamo potuto constatare con nostro disappunto che vi erano delle scalpellature recenti che avevano lo scopo di cancellare alcune delle figure incise; la scena si presentava come se fossero passati dei vandali un attimo prima, persino con tracce di fuliggine causata dal fuoco, forse nell’intento di fare sparire definitivamente i pittogrammi. La cosa venne accuratamente documentata e l’escursione proseguì nella zona.
Però una ragazza del gruppo, Romina, fece in seguito una accurata ricerca nella biblioteca di Sorgono, e in un libro trovò una fotografia dove era ritratta la stessa parete fotografata dal GRS subito dopo lo scempio. Come si può vedere dalle foto allegate, siamo riusciti a ridare un volto a ciò che vi era prima del vandalismo, certamente ‘mirato’ di qualche scellerato: erano spariti, infatti, un bellissimo pittogramma di cervo e un secondo pittogramma raffigurante un toro. In un’altra tomba abbiamo trovato un altro scempio, ovvero una figura scalpellata da vandali: restano solo di essa due corna caprine. Tenteremo di trovare una foto della situazione precedente sperando di essere fortunati.
Questa denuncia ha lo scopo di informare l’opinione pubblica, oltre agli Enti preposti, che in Sardegna c’è qualcuno intento ad operare indisturbato con lo scalpello, al fine evidente di cancellare i segni ‘forti’ del nostro passato e della nostra storia.
Nelle foto: in alto la parete dopo il trattamento dei vandali, a sinistra della firma la foto della stessa parete prima del vandalismo
Che dire di questa denuncia, se non che ci auguriamo una pronta azione della Soprintendenza e del nucleo dei carabinieri preposto alla salvaguardia dei beni culturali? Questo prezioso patrimonio culturale della Sardegna, così come altri beni, è stato forse irrimediabilmente danneggiato sicuramente da teppisti. I sospetti che si intravedono nella segnalazione di Zenoni mi paiono esagerati. Certo saremmo tutti più tranquilli se fosse una indagine dei carabinieri a fugarli con le loro indagini.
E dato che ci siamo, non sarebbe male che si accertasse come andò con la concessione data a costruire intorno alla splendida Domo de jana di Calavrighe, fra Orgosolo e Nuoro. Ne parlò questo blog quando era ai suoi primi vagiti, il 10 dicembre 2007, senza alcun risultato. [zfp]
venerdì 6 novembre 2009
Comitadu pro sa limba sarda in s'Universidade, bene bènnidu
Est naschidu in Casteddu su Comitadu pro sa limba sarda in s'Universidade e giai sunt belle 1300 sos chi si sunt iscritos. Unas dies a como, su Comitadu at fatu connèschere cun unu volantinu su chi cheret fàghere in su bennidore. Tenet una pàzina in Facebook in ue unu podet e siat aderire a su Comitadu e siat leare parte in sas discussiones. Custu est su testu de su volantinu.S'impreu pùblicu de sa limba sarda est parte de sos deretos costitutzionales e de sos decretados dae sa Conventzione cuarnitze europea pro s'ampari de sas minorias natzionales. E però no est petzi custu: gasi comente càpitat in sas regiones europeas in ue sas minorias linguìsticas sunt tuteladas mègius, diat pòdere èssere unu puntòrgiu de s'economia e, duncas, de su traballu.
Paris cun sa limba e totu a in ghìriu suo, sa Catalùnia at fraigadu mìgias de postos de traballu in sos media, in s'imparonzu e in totu sos setores produtivos. In Sardigna gasi no est, finas si sa prus parte manna de sos sardos faeddat su sardu o una de sas àteras bator limbas alloglotas, su gadduresu, su tataresu, su catalanu de S'Alighera, su tabarchino de Caruloforte e Calaseta. In prus, belle su tresunu, mancari non faeddende sas limbas de Sardigna, la cumprendent.
Custu fatu est una cunditzione bona meda pro chi su sardu siat in su bennidore nostru, de giòvanos chi s'iscampiant cara a su mundu de su traballu punnende a abarrare in sa Terra nostra, sena tènnere s'apretu de su disterru pro pònnere a profetu sas cumpetèntzias nostras. A dolu mannu, mancari b'apat sinzales lenos lenos de interessu, sa polìtica paret ghetendesi a surda. Belle surda de su totu est s'Universidade chi cun sa disatividade sua in contu de limba sarda s'est agatada in s'apretu de dèvere torrare a s'Istadu su dinare integradu pro afortiare su sardu.
Su Comitadu pro sa limba sarda in s'Universidade est unu grupu sìncheru, naschidu pro ispartinare sa limba sarda e sa cultura sarda e s'impreu insoro in s'Universidade e naschit in cuncordu cun su Comitadu pro sa limba sarda, punnende a duos obietivos:
- lis dare a sa polìtica e a s'universidade s'impèllida a si interessare a su bennidore nostru de giòvanos detzididos a cunsiderare sas limbas de Sardigna unu motore de s'isvilupu;
- bogare a campu totu sas initziativas chi punnent a afortiare sa limba sarda e sas àteras limbas alloglotas de Sardigna.
Su moimentu, mancari dende cara a sa polìtica linguìstica est in totu a-partìticu e chie bi cheret leare parte o aderire depet pònnere a bandas sa credèntzia sua partitica in su leare parte in sas atividades suas.
Su Comitadu pro sa limba sarda in s'Universidade est cumbintu chi tochet de nche bogare sa limba sarda dae sas paristòrias e dae sos istereòtipos chi l'inghìriant e chi bi cheret un'impèllida noa a s'istùdiu de sa limba sarda e de totu sas gastas linguìsticas de s'Insula.
Su giassu suo in Facebook at a colligire sos testimonzos, sas ideas, sas propostas de totu sos chi nd'ant a cumpartire su progetu.
Isseberare s'universidade che a canale pro sa difusione e sa connoschèntzia de sa limba sarda est un'obietivu chi punnat a li dare unu prus de bàlida a su mundu acadèmicu.
giovedì 5 novembre 2009
I "falsi di Allai" fra perizie così così e solidi pre-giudizi
All'articolo di Massimo Pittau, risponde in forma misteriosamente anonima qualcuno che ne sa: “Il prof. Lidio Gasperini è scomparso qualche giorno fa. Chiunque volesse farsi un'idea di chi fosse scientificamente, può guardare qui:http://antichita.uniroma2.it/gasperin.htm
E' consigliabile pure dare uno sguardo agli atti del Convegno "L'Africa romana": ognuno potrà farsi un'idea da sé, senza filtri. Aggiungo anche - per avere un dato in più - che non esistono in Italia, a quanto mi consta, cattedre di linguistica etrusca o di epigrafia etrusca, ma solo di etruscologia. Lo stesso Pittau è stato un docente di linguistica sarda, non di etruscologia”.
Provo sincero dispiacere per la morte del professor Gasperini, di cui, su suggerimento dell'anonimo, sono andato a vedere l'imponente mole di pubblicazioni. Docente di Epigrafia greca e latina nell'Università Tor Vergata di Roma, ha scritto anche di etruscologia e nell'elenco è anche riportato il dibattito sulla comunicazione del Prof. Massimo Pittau (Intervento, e Nuovo intervento, in Atti del IX Conv. di Studio su «L'Africa romana», Nuoro, 13-15 dic. 1991). Nessuno può negare il valore di Lidio Gasperini, ma nessuno, tanto meno l'anonimo, può far finta che un grande studioso di epigrafia greca e latina lo sia anche di epigrafia etrusca.
Ma, dice l'anonimo, non esistono cattedre di epigrafia etrusca in Italia. Lo stesso Pittau è stato docente di linguistica sarda. (L'amico Massimo ha però fatto cose che altri non hanno fatto, scrivendo libri di linguistica etrusca, ma non è questo il punto). Esistono in Europa studiosi esperti specificamente di epigrafia etrusca? Non vorrei si dimenticasse, infatti, che si sta parlando di gravi accuse, mosse a una persona, di essere un falsario incallito, stando al rapporto del Nucleo dei carabinieri di Sassari specializzato in beni culturali. Accuse che comportano non buffetti sulle guance, ma galera, se fossero ben cercate e ben trovate.
A parte i reperti iscritti, trovati da Armando Saba nei pressi del nuraghe Crocores lasciato scoperto dall'acqua della diga sul Tirso, la supposta recidiva dell'indagato tiene conto anche della pietra tombale di Allai, certificata autentica da Massimo Pittau e falsa dallo scomparso professor Gasperini. Riporto dal documento dei carabinieri di Sassari: “Risulterà falso anche lo stesso blocco ritrovato in loc. Monte Onnariu … e viene sottolineato dalla Soprintendenza nella lettera nr. 5213/1 del 19.04.2000 sempre indirizzata al Saba, che “il manufatto in esame richiama la presunta iscrizione etrusca di Allai, riconosciuta falsa dall'autorevole studioso prof. Lidio Gasperini...”.
Dunque fu la Soprintendenza ad accogliere ad occhi chiusi la tesi di Gasperini e a bocciare quella di Pittau. Giusta la tesi di un importante esperto di epigrafia greca e latina, sbagliata la tesi di un esperto in epigrafia etrusca, autore di testi a riguardo. Non sarà, per caso, che la tesi di Gasperini fu accolta perché congeniale alla vulgata accettata dalla Soprintendenza? Nel rapporto dei carabinieri si dice che la tesi di Pittau “viene aspramente smentita da altri studiosi”. Da chi, oltre che da Gasperini? La Soprintendenza e i carabinieri hanno perizie diverse dal parere di uno studioso espresso in contraddittorio in un convegno. Nel rapporto dei carabinieri alla Procura di Oristano non c'è, in realtà, alcun cenno ad altre analisi per cui sembra che la scelta fatta fra le due tesi sia fondata su quella lettera della Soprintendenza del 2000 che, val la pena di ripetere, optò, senza alcuna perizia, per quanto detto dal professor Gasperini.
Così come, nello stesso rapporto, si da senz'altro come fondata senza alcun dubbio la perizia fatta sui dieci reperti di Crocores (fra cui il bel dischetto più volte pubblicato su questo blog) dal dr. Marco Rendelli, professore di Etruscologia e antichità italiche che non può, in mezzo ai suoi numerosi studi pubblicati, esibirne uno di epigrafia etrusca. “Neanche il tempo di presentarli, che i reperti sono stati bollati in tutta fretta come falsi dalla Sovrintendenza” scriveva il 13 gennaio 2008 Enrico Carta su La Nuova Sardegna. Chi sia il funzionario della Sovrintendenza che così si era pronunciato non si sa. Quel che si sa è che i due giudizi, quello prevenuto del funzionario e quello meditato del dr Rendelli coincidono. Tanto da consentirmi di dare un modesto suggerimento: la Soprintendenza si affidi da qui in su all'occhio clinico del suo funzionario e, soprattutto, alla sua preveggenza. Sai quanti soldi pubblici si risparmierebbero...
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