lunedì 6 ottobre 2008

Quei mirabolanti gesuiti del xv secolo (a.C.)

di Alberto Areddu

Già dalla premessa che fa, il Nostro nel suo ultimo pezzo la butta subito sul duro: "avvertendo però subito i lettori che, fondandosi alcune di queste mie considerazioni sul rapporto scrittura-religione nuragica e scrittura-religione di Pito (Delfi), coloro che tutto ciò respingono potranno comodamente non proseguire, lasciar perdere e rifugiarsi, se lo gradiscono, su Blog diversi da questo, più chiesastici e rassicuranti per gli antikühniani isolani".
Sì il Nostro usa la parola "chiesastico" a indicare probabilmente qualcosa che segua per fede e non per ragione un suo filo personale, qualcosa dunque parafraseremmo di "poco scientifico", e siccome invece noi amiamo lo spirito scientifico abbiamo proseguito nella lettura; ma andando poi a vedere cosa il Nostro Gigi Sanna ci ammannisce qui e altrove, ritorna come un tormentone del suo operare, l'idea che a muovere supposti primigeni Cananei dalle coste siro-palestinesi ... (CONTINUA)

sabato 4 ottobre 2008

A volte le certezze incrollabili portano al disastro

di Andrea Lai

Deo puru mi so ispantau, ca appo bidu su de battor assiomas de Cristiano Becciu (Bècciu, si a issu li piachet de prusu): de sa limba sarda 'nde poden faveddare e iscrivere sos sardofonos ebbia, sos chi su sardu lu ischin faveddare e iscrivere. Custa cosa, lu deppo narrere, a mimme non mi piachet: deo su sardu lu faveddo e lu iscrivo cando 'nde appo gana deo, non ca mi lu narat calecunu. Nemmos bi podet intrare in sa libertade mea. Si Becciu podet faveddare de italianu in sardu, deo potto faveddare de sardu in italianu!
Sa cosa prus de importu, peroe, est chi su sardu ei sa politica linguistica supra su sardu sun de tottu sos sardos: si calecunu at pessau chi sos italofonos deppen abbarrare a sa muda in custa faina, chi non bi deppen intrare, abbisumeu at pessau male, ca semus faveddande de politica linguistica chi semus fachende e amus a fachere chin su dinare de tottu sos sardos.
In italiano, adesso. Vedo che il senso del mio intervento forse è sfuggito un po', ma anche questo è tipico delle contrapposizioni che nascono ovunque ci sia il problema della promozione delle lingue minoritarie: io credo sinceramente nel dialogo e penso, perciò, che lentamente ne uscirà qualcosa. Nel mio precedente intervento, volevo rendere il quadro più chiaroscurato, condividere la mia idea di come le certezze incrollabili che derivano dall'applicazione di modelli sperimentati altrove possono essere il preludio della catastrofe (se avrò tempo e ospitalità, prossimamente porterò l'esempio di situazioni in cui l'applicazione di un modello di standardizzazione del tipo oggi sperimentato in Sardegna ha allontanato i parlanti dalla lingua minoritaria). Provo ad aiutarmi con parole di altri, allora.

"Documento sociolinguistico

Gli studiosi intervenuti al Convegno La legislazione nazionale sulle minoranze linguistiche. Problemi, applicazioni, prospettive. In ricordo di Giuseppe Francescato tenutosi a Udine nei giorni 30 novembre - 1 dicembre 2001, hanno preso in esame le problematiche inerenti l'attuazione della legge 482/1999, della legge 38/2001 concernente la minoranza slovena e in generale il quadro legislativo e normativo che investe la tutela delle parlate di minoranza.
Dal dibattito congressuale e dalla riflessione che ne è seguita sono emerse alcune osservazioni e preoccupazioni che la comunità scientifica, nell'intento di contribuire a una applicazione efficace e attenta alle effettive esigenze e ai reali equilibri delle comunità linguistiche oggetto dei provvedimenti di salvaguardia, offre all'attenzione di tutti coloro che sono coinvolti nella fase di attuazione delle misure previste dalle suddette leggi.
Di tali considerazioni forniamo qui di seguito un sintetico quadro riepilogativo, confermando la disponibilità delle Società scientifiche rappresentative degli studiosi di Scienze del Linguaggio (ad es. "Società Italiana di Glottologia", "Società di Linguistica Italiana", "Associazione Italiana di Linguistica Applicata") e delle strutture universitarie a cui essi fanno riferimento a offrire sistematica collaborazione alle istituzioni chiamate in causa.

- E' necessario che, per evitare pregiudizievoli effetti omologativi, nella tutela di ciascuna delle minoranze linguistiche interessate, si tenga conto:
a) della singolarità di ciascuna lingua locale
b) del peculiare profilo sociolinguistico, ossia della composizione del repertorio di ogni singola comunità linguistica

- Si deve tenere presente che caratteristica peculiare, anche se non esclusiva, di ogni lingua locale è l'oralità. Le iniziative di standardizzazione delle forme scritte devono tenere in massimo conto le effettive forme orali anche nelle loro varianti; tali iniziative devono comunque presentarsi come solamente indicative, evitando ogni carattere costrittivo che può essere percepito dai parlanti come una grave forzatura e condurre a risultati opposti a quelli desiderati.

- Deve essere favorita in ogni modo la 'comunicazione effettiva' accanto alla 'comunicazione istituzionale'. Questo significa che, soprattutto a livello di formazione, si deve operare ogni sforzo per l'educazione alla tolleranza normativa.

- Si devono riconoscere altresì tutte le condizioni di eteroglossia non menzionate dalla Legge 482 (ad es. tabarchini e galloitalici del Meridione) il cui status sociolinguistico sia di obiettiva alterità rispetto alla lingua nazionale e/o al tipo idiomatico prevalente nell'area di insediamento.

- Si deve valutare la necessità di garantire forme specifiche di riconoscimento e tutela delle minoranze disseminate o 'diffuse' e delle 'nuove minoranze' dotate di un proprio progetto di radicamento con apposite normative e relative risorse..." (il documento intero in http://web.uniud.it/cip/cip_conv_legislazione_naz.htm.
C'è di che riflettere, mi pare.

p.s.: mi scuso in anticipo se in qualche parte del mio intervento c'è traccia di polemica.

I numeri di questo sito

Questo blog “festeggia” il superamento delle 13.000 pagine viste negli ultimi quattro mesi. Un bel risultato per un sito in cui si parla e si discute prevalentemente di archeologia, lingua sarda, cultura politica. Chi ne avesse curiosità, troverà nel mio sito l’elenco degli articoli più letti, la distribuzione geografica dei lettori, degli argomenti che hanno destato maggiore interesse

venerdì 3 ottobre 2008

Pozzo di Garlo: e se c'entrassero i cadmei?

di Gigi Sanna

Caro Gianfranco,

Con il tuo ultimo intervento sull’ormai famoso Pozzo di Garlo, rinvenuto presso Sardica/Serdica in Bulgaria e studiato dall’archeologa Dimitrina Mitova Djonova più di vent’anni fa (in ‘Atti del Convegno di Selargius’, 1986), mi hai stimolato a qualche riflessione e a precisare, se si vuole, quanto ho già scritto (in 'I Segni del Lossia Cacciatore', S’Alvure ed. Oristano, pp 139 -148) sulla cacciata dei Cadmei ad opera degli Argivi di cui parla Erodoto in una pagina delle sue Storie (I,57,2). Naturalmente quanto dirò cerca solo di chiarire, in qualche modo, quanto si evince dalla storia raccontata; ma anche dal mito, perché il pozzo di Garlo coinvolge, a mio parere, anche la questione relativa al racconto, non si sa quanto favoloso, delle vicende di Cadmo (e di Armonia) e la stessa fondazione della città di Budva.
Ma andiamo per ordine, avvertendo però subito i lettori che, fondandosi alcune di queste mie considerazioni sul rapporto scrittura-religione nuragica e scrittura-religione di Pito (Delfi), coloro che tutto ciò respingono potranno comodamente non proseguire, lasciar perdere e rifugiarsi, se lo gradiscono, su Blog diversi da questo, più chiesastici e rassicuranti (CONTINUA)

Ecco perchè sto con quelli di Maluentu

di Maurizio Meli (su Sindicu de Funtana Meiga)

Deu seu Su Sindicu 'e Funtana Meiga (pari mancu beru ma esti aici e mi d'anti postu cumente paranomini). Detto questo caro collega mi duole doverti riprendere su una cosa (ma non è tutta colpa tua). Sei troppo forte sui motori di ricerca e quando parli di fascismo (in qualunque soluzione) rischi di essere interpretato male perché a volte la gente legge solo i titoli e non la sostanza. A meno che tu davvero non stia coi fascisti ma mi sembra d'aver capito che non è così. Comunque: Per ciò che concerne la questione di Maluentu e del suo significato, che è molto più profondo di quanto in un mese sia stato distortamente spiegato o male interpretato... (CONTINUA)

giovedì 2 ottobre 2008

L'identità non agonizza e però...

Temo che nel suo accorato allarme sull’agonia dell’identità sarda, pubblicato su questo blog, Matteo Bulluggiu abbia molte ragioni, anche se non in tutto, credo, la verità delle cose lo soccorra. Un caro amico che oggi non c’è più, lo scrittore francese Edouard Vincent ha passato alcuni decenni della sua vita fra Orgosolo e Belvì e solo qualche mese all’anno nella sua città, Grenoble. Gli chiesi un giorno perché avesse scelto questa terra come buen retiro dove scrivere romanzi e vivere. “Vedi Janfrancò” da buon sciovinista francese rifiutava l’idea che un parola potesse non terminare con l’accento “ovunque sia andato ho trovato gente, qui ho trovato popolo”.
Noi non riflettiamo abbastanza su questa che sembra un’iperbole, usata da parte delle classi dirigenti come captatio benevolentiae (CONTINUA)

mercoledì 1 ottobre 2008

S'istandard o est unu o no est istandard

de Cristiano Becciu

Pro me est un’ispantu a bìdere respostas in italianu in unu blog in ue si faeddat de sardu in sardu. Mi diat agradare chi Andria Lai mi torret imposta in sardu.
Sos assiomas mios, sas beridades chi non si podent controire, a cantu narat Lai, sunt tres.
1) Est pretzisu a tènnere un’istandard. Custu est cumbinadu in belle totu Europa, ca sas minorias linguìsticas prus nòdidas ant semper tentu sa punna de unu istandard, pro fàghere a manera chi sas limbas issoro esserent rapresentadas in sas seas prus adeguadas, e poderent faeddare de totu. Sa limba sarda in sa pùblica amministratzione sighit custa caminera giai imbucada. No l’at cherta Becciu, ma -pro su chi pertocat a sa legislatzione- la proponet sa Lege regionale nùmeru 26 de su 1997 (Titolo V: USO DELLA LINGUA SARDA NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE) e sa Lege istatale nùmeru 482 de su 1999 (“è consentito, negli uffici delle amministrazioni pubbliche, l'uso orale e scritto della lingua ammessa a tutela”). Firmadas dae su Presidente de sa Regione e de sa Repùblica. A tènnere un’istandard no est a istòrchere s’italianu, ma a impreare su sardu fintzas in setores tècnicos, pro chi non siat petzi limba de sos afetos, de sos sentidos, de sa poesia, de su cuile. Prus a prestu, chie respondet in italianu a unu chi chistionat cun isse in sardu e de sardu, mi paret chi l’ istorcat de prus isse, sa limba.
2) S’istandard depet èssere unu ebbia. S’arrejonu non cheret fatu solu pro su chi pertocat s’iscièntzia. Emmo, so cun Andria Lai: sa chistione est polìtica. Ma sas limbas chi sunt malàidas, a tretu de mòrrere, si curant cun sa polìtica linguìstica non cun sa poesia e sos contos de foghile e nemmancu cumpidende, a chie nde contat de prus, sas variedades faeddadas. Si sa limba depet èssere sìmbulu de unione, ètnicu, identitàriu, natzionale, nessi in sa sea amministrativa prus arta depet èssere una ebbia. Ca cale si siat bidda podet rapresentare, cun sa variedade sua, sa limba sarda. Ma un’istandard depet èssere, subralocale, subramunitzipale e identitàriu a su matessi tempus. Semper chi esistant a beru custas duos mollos de iscritura, ma a podent bàlere pro totus? Si in un’ufìtziu amministrativu tzentrale si s’ismalàidat unu funtzionàriu de Taranto, su collega de Bressanone, chi ddu remplasat, iscriet sa determinatzione in Italianu etotu. E puru si andamus a contare sas variedades de s’italianu faeddadu, gesummaria, nos dat puntos! S’istandard est un’aina, un’istrumentu pro s’amministratzione, una norma iscrita de referèntzia e rapresentàntzia. In sas biddas sigant a iscrìere comente cherent: no est un’impèigu s’iscritura de sas àteras variedades, pro chie lu chèrgiat fàghere. Ma duos, deghe, chentu, treghentos setanta istandard partzint, no aunint e est impossìbile, a manera econòmica e de pratichesa, a los fàghere devenire totus istandard. Sa bandera, s’istendardu, est petzi unu in sa Regione. Ma non remplasat sos gonfalones locales, antis, est semper a costadu!
3) Logudoresu e campidanesu. E sighimus: nugoresu, baroniesu, ogiastrinu, barbaritzinu, arboresu, sulcitanu, casteddaju. A ogni linguista currispondet una partzidura diferente de sas variedades de sardu. Narat cun contu Lai: tocat a no amesturare polìtica e iscièntzia, in custu casu. E sigo deo: e tocat de non pigare sa limba pro dialetu, ca est cussa sa faddina prus manna in una minoria linguìstica de amparare e valorizare. E mirade chi non so mancu ponende in contu su de iscrìere (e faeddare) italianu cando si podet e si dèpet iscrìere in sardu. Ca gasi paret chi s’alternativa a su sardu istandard siat s’italianu istandard!

Devimus tènnere de contu chi non totu sos chi connoschent o faveddant su sardu sunt a gradu de l'iscrìvere.(gfp)