martedì 15 luglio 2008

Si non proghet in sa mea, nessi non progat in sa de compare

Francu istimadu,
Torro imposta in sardu (a perdonare sos letores istranzos de su blog), a s'artìculu tuo, agabende chi so de lèghere su romàngiu tuo “Arrega pon pon”, iscritu in una variedade campidanesa, e s’istèrrida chi nd’at fatu Antoni Arca in una variedade logurosesa. Galana s’istèrrida, pomposu su romàngiu. Deo non so ne “campidanesu” ne “logudoresu” si non “baroniesu” e mancari gasi apo cumpresu totu, e a tie e a Arca.
Ma tue paras origras surdas e deo ti torro paràulas macas. Ses, Francu istimadu, su paradigma de cudda maladia sarda chi de cando in cando si bi brullat pro la esortzigiare. Cando iscrives: “Tanto vale che gli si risponda in italiano, a queste condizioni”, bastante – est a nàrrere – chi, iscrivende, non s’impreet sa Limba sarda comuna mi pones a pessare a su massàiu de sa paristòria. “Deus meu faghe pròghere in su cungiadu meu. E si pròpiu non podes, chi nessi non progat in su cungiadu de compare”.
Ma custa est una parisòria, una brulla pesada pro critigare una gasta de individualismu foras de tinu. Tue non brullas, timo. La diamus agabare inoghe narende chi sa Lsc no est un’impèriu si no una proposta e chi, duncas, bastat de no l’impreare e totu amigos che a tando, cando sa Lsc non bi fiat. Ma de s’idea mea, chi una limba comuna est pretzisa, est belle su 58 pro chentu de sos sardos (e duncas meda “campidanesos” puru) e de s’idea contraria est su 31,4 pro chentu; nùmeros de sa cherta universitària de ocannu coladu, non meos.
Tue naras chi s’issèberu de sa Lsc no est democràtica. Beru: l’at fatu, s’issèberu, unu grustu de linguìstas, “campidanesos”, “logudoresos”, “nugoresos” e de àteras alas puru, chi torraiant contu a unu seddoresu. Ma tue pessas a beru chi unu protocollu medigu, pro nàrrere, podat èssere “democraticu”, chi su pòpulu, sugetu de soverania, devat essere mutidu a lu botare, custu protocollu? E sa democratzia cal’est? A pigare su 1,56% de allegas aristanesas, su 0,41% de santusparadesu, su 0,46% de otieresu... e a fraigare gasi sa limba sarda comuna?
A beru, amigu istimadu, nemos obrigat a nemos de impreare ne pro iscrìvere ne pro allegare una variedade o un’istandard. S’òbrigu est pro sa Regione chi – a tie ti pesat su risu, a mie no – devet finas gherrare a manera chi su sardu siat limba europea. E custa est una chistione economica manna: su milione e ses de sardos non podent oe tènnere fìgios intèrpetres e tradutores in sardu; sos bator chentos maltesos eja, in sa limba issoro. Est petzi un’assempru. Ma nois, a su nàrrere tuo, pessamus chi siat mègius s’italianu bastante chi non siat una variedade de su sardu, comente est sa Lsc. Si non proghet in su cungiadu meu, a su nessi non progat in su de compare.
Cun istima. E, pro praghere, sighi a iscrìvere in cudda limba tua galana. Deo e meda àteros meilogheses, baronieros, nugoreros, ogiastrinos, monteferrinos... t’amus a lèghere cun praghere mannu

Sa Limba sarda comuna, peggio dell'italiano

di Franco Pilloni

Caro Giovanni,
Caro Gianfranco,
la lettura di quanto avete scritto, mi ha fatto fare un salto indietro nel tempo di venticinque anni, quando tutti eravamo sardisti e fieri di esserlo, ipotizzando un’età dell’oro nuova per la nostra isola. Ma noi facevamo parte della milizia in quel partito, mentre i generali pensavano più terra terra ai loro stipendi e alle loro pensioni d’oro, mandando al macero le nostre speranze.
Questo dibattito fra sardisti doc (nell’accezione più alta, dato che non si può essere ex sardisti così come non si può essere ex carabinieri) da una parte mi ricompone con i miei ideali. Per questo sono al cento per cento d’accordo con Giovanni e sottoscrivo in pieno ogni passaggio del suo discorso. D’altra parte, non è da oggi che Giovanni la pensa a questo modo e io stesso, forse non lucidamente quanto lui, ho espresso la mia opinione in proposito, quando mi si è data l’occasione.

Gianfranco, d’altra parte, guarda al futuro e pensa ai vari funzionari (europei, di viale Trento o di qualche capoluogo di provincia mistilingue(!)) che sarebbero messi in difficoltà e, alla fine, deciderebbero essi lo standard del sardo.
Gianfranco afferma che lo farebbero “alla membro di segugio”. Perché, caro Gianfranco, la LSC non è stata decisa nello stesso modo?
O hai visto procedure non dico democratiche, che sarebbe troppo aver preteso ma non ingiustificato, o almeno scientifiche?
Perché non pensi al diritto del cittadino di Pompu che pone in marmillese la sua domanda e, secondo te, dovrebbe sentirsi rispondere in logudorese/nuorese, dato che questo è la LSC nella sua sostanza?
Tanto vale che gli si risponda in italiano, a queste condizioni.
Non ti pare, caro Gianfranco, che le ragioni della LSC non siano altro che fughe in avanti, verso un riconoscimento europeo che dovrebbe avvenire “prima o poi”, come dici tu?
Cosa se ne fa il cittadino di Pompu del riconoscimento dell’UE, quando non comprende la risposta?
Potrebbe persino verificarsi il caso che il funzionario, magari venuto dalla Valle d’Aosta, come gli assessori, o anche dal Senegal, perché ci teniamo a dimostrare di essere aperti verso le altre nazioni, che il funzionario dunque abbia superato l’esame conoscendo solo la LSC.
Cosa facciamo: gli affianchiamo un fuzionario che gli traduca il marmillese o in italiano o in francese o in senegalese perché possa rispondere nello standard di sardo che nessuno parla se non a gettone?
Vedi, Gianfranco, so bene che le cose che dico sono amenità, fesserie, quisquiglie, come diceva Totò. Non più insipide però dei ragionamenti a favore della LSC che tu riporti, ma che altri hanno fatto a posteriori per sostenere una scelta altrimenti insostenibile.
Io sono convinto che la LSC nuocia al sardo, a tutte le parlate sarde, più di quanto abbia fatto l’imposizione dell’italiano.
Se vuoi averne una prova, vedi la famosa o famigerata lista di Berlino dove tutti, dico tutti, scrivono nella parlata che conoscono, mentre i sostenitori della LSC, anche i propugnatori di essa, scrivono di essa preferibilmente in italiano, ma mai in LSC.
Qualcosa vorrà dire anche questo.

Con i migliori saluti
Fraternamente

P.S.: Solo adesso mi sono accorto di aver scritto in italiano anch’io, ma la colpa è vostra. Come ci scusavamo da piccoli, avete incominciato voi!

lunedì 14 luglio 2008

Per dare lezioni, il pulpito deve essere adeguato

di Gigi Sanna

Caro Pittau ,
se tu ti opponi a quello che io sostengo ("E infine ci sono le false scritture") e se mi citi persino il Serra ‘linguellista’ medioevale, io non faccio altro che prenderne atto. Ognuno ha le sue idee e le sue convinzioni ed è legittimo che le sostenga, anche a spada tratta, persino quando sono (o possono sembrare) ridicole. Ma ti esorto a non appoggiarti a chi non ha alcuna, perché lo dimostra, credibilità. Io infatti, neppure con tutta la mia buona volontà, posso concedere credito e trattare da epigrafista uno che non sa riconoscere un sigillo (quello di S.Imbenia di Alghero) e che, in “Phoinikes b Shrdn: i fenici in Sardegna” (p.233), del manufatto dice che “sembra trattarsi di un prodotto nuragico ad imitazioni di quelli orientali, ed, infatti,i segni grafici paiono lettere alfabetiche fraintese”.
No, le lettere sono intese rettamente (anzi sono scritte benissimo), solo che un sigillo - si sa - contiene le lettere in negativo e bisogna riportarlo in positivo per poterlo leggere (v.figg.1 e 2). E infatti c’è scritto S’N YHWH. Le lettere sono protocananee, protosinaitiche e ugaritiche (per contestare questo, cioè un mix di scrittura, bisogna contestare quello che dico in Sardoa Grammata, soprattutto alle pp.85 -179 e 290 -293).
Un mio amico carissimo, noto biblista ed epigrafista, non ha esitato qualche anno fa, durante la presentazione del libro in Cabras, a dire che nell’oggetto risulta scritto il nome di YaHWHé. Ora, l’archeologo in questione se ben ricordi ha cercato di dare a me, pubblicamente, lezioni di epigrafia. Guarda un po’. Osa dare lezioni pubbliche di epigrafia e paleografia uno che non solo non individua e pasticcia con le lettere ma non individua neppure il (banale) valore ed il significato del supporto. Vizietto di alcuni archeologi questo, il pretendere di voler dare lezioni pubbliche di grande sapere aristotelico; com’è successo anche al malcapitato Usai che in Santa Cristina di Paulilatino ha cercato di dire, ad un pubblico generalmente competente, che “spiegava Lui che cos’era l’archeologia” (roba da non credere se proprio non la senti). L’ingenuità, colpevole talora il delirio di potenza, tocca davvero vette incredibili. Ingenuità puerile che ha messo, come sai, palesemente in imbarazzo i suoi colleghi, molto più aperti e prudenti per l’occasione e per il delicatissimo incontro.

Caro Massimo ora cerco di spiegarti perché, tracciando una linea verticale, le due parti risultano speculari, dando (l’errata) sensazione che ci si trovi di fronte a delle decorazioni. Ancora una volta l’archeologo suddetto la butta giù a casaccio, non capisce ancora una volta proprio nulla (così come del resto il Serra) del supporto perché non individua i logogrammi, i logo-pittogrammi e i pittogrammi presenti nel documento: uno di questi macro logogrammi è proprio la torre nuragica, che risulta formata dallo schema degli antropomorfi più lo schema della divinità. Se tu noti, infatti, gli antropomorfi sono riportati una volta verticalmente (al centro del documento) e due volte obliquamente, proprio per suggerire l’idea delle linee immaginarie che rendono ‘nascostamente’ il tronco di cono.
Bada bene che gli antropomorfi non sono riportati nel supporto ad occhiometro ma è il disegno ‘iniziale’ del tronco di cono che dà poi l’esatta collocazione degli antropomorfi che, guarda caso, sono collocati nelle tre ‘nicchie’ dei vani del monumento a tre piani. Se poi volessi la controprova che esiste questa figura (il nuraghe), tracciata con linee immaginarie, devi vedere altro, molto altro, anzi moltissimo altro. Ti ho già pregato nella nostra corrispondenza, caro Massimo, che devi avere la pazienza di leggere bene “tutto” quello che cerco di spiegare. Proprio quella pazienza che tu chiedi agli altri per quanto riguarda la lettura puntuale delle tue numerose opere. Altrimenti sei tu a precipitare in quell’errore fatale che imputi a me, ovvero quello di farsi trascinare e fuorviare ingenuamente da colleghi poco competenti.
Una delle prove è data dal fatto che il trattino verticale (simbolo fallico) è riportato nello schema 11 volte (v.figura 3). Il numero (solare) 12 si completa evidentemente con quello più importante ed imponente, la torre fallica o nuraghe che dir si voglia. L’ho scritto e lo ripeto, il nuraghe non è nient’altro che un betilo (“la casa di Dio”: che tutti riconoscono come fallo) fatto tempio, un edificio imponente, naturalisticamente concepito, per un dio “creatore” o dio “fallo” che ha, tra l’altro, come continua significativa metafora, il toro “focoso”. Certo, so bene che in una società bigotta e che tende, ancor oggi, per radicalismo culturale sessuofobico, ad obliterare tutte le forme naturalistiche “pagane”, sostenere che il nuraghe è un fallo o un betilo enorme richiede una buona dose di coraggio. Ma io non mi faccio impressionare o intimidire dalle beghine e dai bacchettoni, ma solo dai documenti.

Sono un loro umile servitore e riporto sempre quello che dicono. Anche quello che in fondo sarebbe più prudente (e profittevole) non dire. E non la sparo grossa per il solo gusto di spararla. Sappi comunque, se non ne fossi a conoscenza, che lo stesso nome di YaH (Yahwhé) è dato nei documenti del Negev (sinaitici) da una lettera maschile e da una lettera femminile che indicano il chiaro sesso dell’uno e dell’altra. Basta documentarsi un pochino e, come vedi, la cosa non è poi così strana come può sembrare.
Lo stesso nuraghe però riporta, come potrai notare facilmente, il “segno” femminile od il numero corrispondente al segno femminile (il “tre”), prova questa che lo stesso monumento riporta la “scrittura”, ovvero che esso è così concepito per “essere letto” e con ben precisi valori fonetici. Questo tipo di scrittura, come sai, la usavano gli egiziani. Così come per l’egiziano geroglifico, tre erano gli aspetti che contavano anche della scrittura nuragica: Bellezza (Decus),Simbolo e Suono. L’ultimo è sempre presente ed è importante come gli altri due. Ci è voluta tutta la forza di un tale francese per dimostrarlo nell’Ottocento, contro l’opinione “universale” dei cocciuti e presuntuosi simbolisti.
Per questo, a Sassari ho sostenuto che il vaso di La Prisgiona di Arzachena non ha solo il DECUS e il SYMBOLUM ma anche l’aspetto fonico. Tori, serpenti e bidenti etc. danno, per “rebus” e per “acrofonia”, i suoni consonantici che completano gli aspetti decorativi e simbolici. Potrei continuare, ma non so quanti avranno voglia di seguirci in un discorso tecnico (epigrafico, alfabetico e linguistico) riguardante la tavoletta A 1 di Tzricotu. Sulle altre tre tavolette poi dovremmo discutere per settimane perché non solo confermano la prima, ma si arricchiscono di ulteriori segni che portano diritti diritti ai documenti francesi di Glozel e alla scrittura pitica greca del XIV-XIII secolo a.C.

Caro Massimo, capisco il tuo commovente istinto “paterno” di protezione, ma non devi ritenere che mi faccia “raggirare da falsari” o “fuorviare” da chicchessia nel portare avanti la mia tesi sull’esistenza della scrittura nuragica nella seconda metà del Secondo Millennio a.C. Ti prego inoltre di tener conto che non faccio mai una sola mossa senza che mi consulti con altri epigrafisti ed altri linguisti, non solo dell’Isola ma anche fuori di essa. Tutto quello che vedi scritto e studiato, anche se porta la mia firma, non è solo mio ma di altri, tantissimi altri. Come del resto deve essere, se un lavoro vuol essere serio.
Quanto poi all’autenticità o meno dei documenti che studio e presento, permettimi di avere un fiuto – per così dire - perlomeno pari al tuo perché ciascuno di noi ci tiene molto a non essere ritenuto un ingenuo o, addirittura, un fesso. Chiudo dicendoti ancora una volta che i documenti di Tzricotu, a dispetto di molti, sono tra i capolavori dell’arte della scrittura di ogni tempo. Il fatto che non li si riconosca affatto in certi ambienti archeologici dipende da tanti motivi: presenza di apriorismi ingiustificati, resistenze di “scuola”, ignoranza quasi totale dei codici alfabetici arcaici, pressappochismo nella lettura, presunzione di voler risolvere immediatamente quesiti difficilissimi, ecc. ecc. .
Ma bada che non esiste solo Tzricotu: esistono (se si vuole solo parlare di epigrafia con scrittura lineare) altri trentasei documenti (e crescono sempre più) che dimostrano che gli scribi nuragici shardan avevano un concetto altissimo, perché religioso, della scrittura. Se le forze mi assisteranno conto di pubblicare il “Corpus” delle iscrizioni nuragiche entro la fine dell’anno. Forse dall’insieme dei documenti e da una visione sinottica di essi potrà crescere quella sensibilità, del resto già presente, che porterà, ne sono convinto, ad un approccio più aperto (non a chiusure o isterismi) allorché si scoprono gli ostici segni della scrittura antica.
Tra questi documenti c’è anche la stele di Nora che è scritta “proprio” in semitico, caro Massimo, ovvero in nuragico perché, pur essendo qui presente, in netta maggioranza, una popolazione di lingua indoeuropea, i documenti si scrivevano in lingua semitica, semplicemente perché la parte che dominava era quella semitica. Un po’ come accadeva durante il periodo punico, romano, bizantino, spagnolo e anche italiano. Ho scritto pochi giorni fa che nella stele forense non c’è scritto Bi SHaRDaN (in Sardegna) ma He ‘aBa ShaRDaN (Lui Signore Giudice). Ma tu proprio non mi vuoi ascoltare. A Pula qualche settimana fa mi hanno ascoltato e capito in molti senza obbiezioni. Ma sono sicuro che anche tu mi ascolteresti maggiormente se avessi davanti a te in diacronia, dai più antichi ai più recenti (sino alla stele di Nora), tutti i documenti sinora rinvenuti in vari luoghi della Sardegna.

domenica 13 luglio 2008

Scrittura= Stato. E se fosse una premessa errata?

Per merito di Carlo Figari, la discussione sull’archeologia in corso su questo blog è approdata venerdì e sabato su L’Unione sarda, il quotidiano per cui Figari fa l’inviato. Corro il rischio di essere considerato svergognatamente presuntuoso, usando una parola impiegata da ben altre persone, ma non ne trovo altra per dire che la funzione di questo blog vorrebbe essere maieutica. Nel suo piccolo, ha cominciato ad assolverla. Anche nei confronti del più importante quotidiano sardo.
Cosa dicono gli studiosi intervistati nell’inchiesta di Figari? Gigi Sanna ribadisce la sua convinzione che i sardi al tempo dei nuraghi avevano imparato a scrivere e della scrittura facevano largo uso (lo ribadirà, del resto, domani su questo blog in un intervento di risposta al professor Massimo Pittau). Altri studiosi, gli archeologi Momo Zucca, Alfonso Stiglitz, Alessandro Usai, Angela Antona (e Giovanni Ugas, il cui articolo su questo blog è citato dal giornalista) sostengono di no. Con, però, qualche interessante apertura: “per ora”.
A fondamento della loro negazione “per l’oggi”, c’è una riflessione che ha tutta l’apparenza dell'evidenza e che troverebbe d’accordo quanto scrive Eliseo Spiga nel suo bellissimo saggio-romanzo “La sardità come utopia” che consiglio a tutti. Ridotta all’osso la considerazione è questa: “La scrittura è affare di città e di stati e non lo è di una società come la nuragica, rurale, pastorale e contadina, che città e stato non hanno avuto.” Eliseo Spiga arriva a dire, fra il il serio e il faceto e comunque con fascino inarrivabile, che i sardi assaltarono imperi e stati per evitare che la metastasi statalista e imperialista contagiasse loro e questa parte del mondo.
È un’obiezione seria, quella dei negatori, ma a me sembra fondata su una lettura del passato con le prevenzioni nazional-stataliste ottocentesche: lo Stato, cioè, è l’unico sbocco di una società organizzata. Ho letto di peggio, su questa falsa riga. Come il fatto che i responsabili della Fusione perfetta del 1847 dell’Isola con gli altri stati sardi avevano preconizzato l’Italia unita. Dico il peccato non il peccatore, ma l’uno e l’altro ignorano (spero in malafede) che ancora undici anni dopo, a Plombières, Cavour e Napoleone III decisero di costituire nella penisola tre regni confederati e che di Italia unita neanche a parlarne. Figurarsi se poteva essere nei pensieri degli sciagurati fusionisti che, infatti, volevano essere ancora più dentro “su Rennu sardu”. La lettura a posteriori, e con schemi, in quest’ultimo sa tanto di inquietante Destino della Storia. Nel caso che ci riguarda, è un altro paradigma ideologico a dettare la lettura del passato: solo lo stato e il “potere centralizzato” (Stiglitz) hanno bisogno della scrittura.
Il professor Usai è convinto “che gli antichi sardi parlassero una lingua comune, da nord a sud”. Segno evidente, credo, di una organizzazione non casuale, unita dalla lingua, marchio incontrovertibile di società unitaria. Ma non urbana, non statuale, si dice.
Non urbana certo, ma perché non concepire la possibilità che anche una società policentrica e federale (Lilliu) ma unitaria (come mostrano gli studi di Ugas sugli shardana) sentisse il bisogno di comunicare per scritto, "come se" fosse Stato? Gli Stati uniti sono forse struttura meno unitaria per il fatto che un loro stato applica la pena di morte e un altro la condanna, in uno i gay possono sposarsi e in un altro sono discriminati? Perché essere tanto presuntuosi da pensare che solo la modernità possa concepire forme complesse di società in cui unità e radicale autogoverno comunitario marcino insieme?
A me sembra che il sillogismo messo in atto: le società non urbane non avevano bisogno di scrittura; la sarda era una società non urbana; ergo i sardi non scrivevano, assomigli pericolosamente a un altro famoso sillogismo che mise a dura prova la credibilità del povero calabrone. Si trovò in imbarazzo, il poveretto: si ostinava a volare scontentando quei filosofi che avevano decretato: “Un insetto così non può volare”.
Fuori dello scherzo, amici archeologi: e se fosse la premessa del sillogismo ad essere sbagliata?

PS. – Un malcostume invaso nel mondo dei quotidiani sardi (e non solo) impone ai giornalisti di non citare per nome, cognome e testata il giornalista e il giornale cui si fa riferimento. “Secondo quanto afferma un quotidiano”, “un’emittente televisiva sostiene” sono le citazioni usate. Il fatto che Figari faccia riferimento a questo blog e non “a un blog” è una buona cosa che mostra che su sàmbene no est aba. Lo ringrazio non tanto per la citazione, quanto per il segnale dato che la civiltà è ancora possibile.

venerdì 11 luglio 2008

Pittau: "I vinti non lasciano archivi"

di Massimo Pittau

Insisto sulla mia conclusione ultima ed essenziale, anche per ribadirla: a mio fermo giudizio, non è mai esistita una “scrittura propriamente ed esclusivamente nuragica”, come del resto non è esistita una “scrittura propriamente ed esclusivamente fenicia o greca od etrusca o romana”. Per trascrivere i loro messaggi in lingua nuragica i Sardi hanno adoperato di volta in volta, col passare dei secoli, l’alfabeto fenicio, quello greco e quello latino.
A questo punto prevedo una logica domanda e obiezione da parte dei miei lettori: come mai dell’uso della scrittura da parte dei Sardi Nuragici esistono così pochi resti e così poco significativi? A questa logica e sensata domanda e obiezione si debbono dare due differenti risposte:
I) Se gli archeologi non hanno trovato nei monumenti e nei reperti nuragici iscrizioni in alfabeto fenicio o greco o latino, ciò è dipeso o dal fatto che non le hanno cercate con la dovuta cura (e tutti sappiamo che nei vari campi del sapere si trova soprattutto ciò che si cerca), oppure dal fatto che, avendole trovate, le hanno trascurate perché le hanno giudicate "iscrizioni pasticciate" (nota 1).
II) L’amico e compianto poeta e scrittore Francesco Masala ha sintetizzato e pubblicizzato in maniera icastica e magistrale quest’aspetto della storia dei nostri antenati Nuragici: «I vinti non lasciano archivi!». E ciò avviene – commento io - o perché i vincitori quasi sempre distruggono tanta parte dei documenti scritti dei popoli vinti oppure non hanno alcun interesse né cura a conservarli. E noi Sardi siamo stati vinti, ampiamente vinti dai Romani, i quali o hanno distrutto i documenti scritti dei nostri antenati oppure non si sono curati affatto di conservarli e tramandarli fino a noi.
D’altronde una storia perfettamente analoga è successa pure a danno di un altro popolo, parente stretto di quello nuragico, gli Etruschi: anche dei documenti scritti della civiltà etrusca sono arrivati fino a noi solamente scarsi e poco significativi frustoli. E ciò è avvenuto perché, vinti ampiamente gli Etruschi dai Romani, questi o hanno distrutto i documenti scritti dei vinti oppure non si sono curati di conservarli e tramandarli fino a noi. E doveva trattarsi anche di documenti di elevato livello letterario, come lascia intendere una acuta osservazione fatta dal collega ed amico Riccardo Ambrosini: nel periodo della migliore fioritura della letteratura in lingua latina (ultima Repubblica e primo Impero) non c’è un solo nome di scrittore in lingua latina che fosse nato in Toscana. E se ne deduce che dunque in quel periodo non soltanto il popolo etrusco, ma anche la sua intellighentzi continuava a scrivere e a leggere in lingua etrusca.

(nota 1) Cfr. M. Pittau, I Nuragici e la scrittura, nel quotidiano di Cagliari «L’Unione Sarda» del 4 agosto 1982, pag. 3, in polemica con l’archeologo che ha messo in giro la favola della “civiltà illetterata dei Nuragici”.

giovedì 10 luglio 2008

L'uso del sardo non è solo un diritto, è un dovere

di Giovanni Ugas

L’uso della lingua sarda è un atto doveroso verso la gente di una terra che ha sempre avuto una sua distinta identità, indipendentemente dai popoli che l’hanno conquistata e governata. Chi vive in Sardegna dovrebbe avere il senso civico di conoscere la sua storia, le proprie tradizioni e ovviamente la parlata della zona in cui risiede oltre che delle altre che la caratterizzano.
Dopo aver conosciuto almeno in parte il dominio di Cartagine, Roma, Bisanzio, Vandali, Pisani, Genovesi, aragonesi e catalani, piemontesi, dall’Ottocento, la Sardegna fa parte politicamente dell’Italia, ma avrebbe potuto far parte della Francia, come la sorella Corsica, oppure dell’Inghilterra, se l’ammiraglio Nelson fosse stato ascoltato dai suoi connazionali, oppure potrebbe essere indipendente come Malta. Se la Sardegna fosse indipendente, forse la questione oggi dibattuta di quale lingua sarda adottare per i documenti amministrativi sarebbe stata già definita da tempo, o forse no?
I Sardi citano spesso il titolo di un lavoro di Marcello Serra, Sardegna quasi un continente, elogiano i tanti vestiti della tradizione etnografica che sfilano nelle sagre. Invero, la bellezza della natura, così come dell’umanità è la varietà, ma oggi in Sardegna, come in Italia, c’è la tendenza a semplificare, eliminando progressivamente le diversità e i deboli in politica ed in economia, nella società, nella stessa natura. “Centu concas e centu barrittas” è una ricchezza straordinaria se ognuna può dare un apporto e non se ne elimina una parte. È come se in musica si decidesse di usare una sola nota, solo perché talora le note non vanno in sintonia tra loro. La stessa cosa sta avvenendo per la lingua. È così fastidioso per i Sardi conoscere e far conoscere le diversità della propria cultura? È così difficile apprendere e divulgare, anche oltre Sardegna le diverse varietà linguistiche, il Campidanese, il Logudorese/Nuorese, il Gallurese-Sassarese?
Si cerca di dare una soluzione al problema degli atti amministrativi regionali con l’impiego di una lingua “comune”, individuata nella variante linguistica di una zona periferica tra l’area campidanese e quella nuorese-logudorese. Per inciso, mi chiedo se in consiglio i politici regionali parlano il sardo, perché altrimenti non capirei, tutto il loro impegno. Si è pensato che ciò consente di facilitare le relazioni linguistiche con gli altri popoli. Ma per uno straniero tradurre un testo dal logudorese o dal nuorese o dal campidanese o dal gallurese o la cosidetta lingua “comuna”, è teoricamente la stessa cosa. L’importante è che egli conosca una variante.
Infatti, i Sardi sistematicamente sembrano ignorare che in Svizzera sono parlate e scritte quattro lingue. Perché non può avvenire la stessa cosa in Sardegna anche nell’ambito degli atti amministrativi? Il poeta latino Nevio in tempi non sospetti (prima metà del III secolo a.C.) usava il verbo sardare, nel senso di “pensare in modo intelligente come i sardi”, e spero che i Sardi non abbiano smarrito il senso pratico della loro intelligenza e che sappiano procedere nei propri passi senza troppe pastoie burocratiche.
Invero, il vero problema non è quale variante del sardo usare, ma quello di usare una variante qualsiasi del sardo in tutti gli aspetti della vita quotidiana, nella scuola, nei giornali, nella letteratura, perché altrimenti la fine della nostra lingua è dietro l’angolo di una generazione. Se il pensiero e l’opera di ognuno sono validi avranno la possibilità di affermarsi attraverso le opere tradotte, in italiano, in inglese, spagnolo, francese etc. Non esiste per i Sardi il rischio di isolarsi se nel frattempo una buona scuola consente di apprendere anche, diverse le altre lingue straniere. Si può e si deve essere cittadini del mondo senza rinunciare alla propria identità.
Si dice che la lingua madre è il sardo, ma non è chiaro perché non si debba insegnare in sardo (e non solo il sardo!) fin dalla prima infanzia. So che è un problema spinoso perché investe la politica, ma la realtà è che occorre trovare un rimedio per evitare la fine della lingua e delle altre specificità della Sardegna. Per questo occorre un progressivo, notevole e lungo sforzo da parte dei Sardi a produrre dei testi in sardo delle diverse discipline per ogni ordine e grado dalle scuole materne all’Università, grammatiche e vocabolari idonei alla conoscenza e alla diffusione delle diverse varietà linguistiche sarde comparate.

Caro professor Ugas,
rompo con lei una consuetudine di questo blog, nel quale non entro in discussione con quanto altri scrivono, per non essere nella sciocca condizione di avere l’ultima parola. E la rompo non solo perché, come è ovvio, su questioni come quelle che lei solleva l’ultima parola non esiste, ma perché l’1% del suo intervento su cui non sono d’accordo mi permette di sollevare un paio di questioni.
1. Nel momento, che prima o poi verrà, in cui la sarda sarà lingua di comunicazione europea (al pari del catalano, del gallego, del basco che già lo sono) potremo comunicare andata e ritorno in alcune decine di varietà? Chi ha deciso o deciderà che, per semplificare le cose, ad esempio il baroniese è logudorese o l’ogliastrino campidanese? Il funzionario di Bruxelles o di Strasburgo che riceve la comunicazione, conoscendo il sardo non avrà difficoltà a leggere alcuna delle varietà. Ma quando dovrà rispondere quale variante userà, posto che non possiamo pretendere che all’Ue ci sia un funzionario per ognuna delle varietà del sardo. In quale varietà del Campidanese, per esempio? In quello del Sarrabus o in quello barbaricino meridionale o, ancora, in cagliaritano? E ammesso che ne scelga uno, possiamo permettere che sia un funzionario europeo a imporre alla lunga una koinè amministrativa che noi non siamo stati in grado di scegliere?
2. Dopo cinquanta anni di vita repubblicana, lo Stato ha finalmente riconosciuto “il sardo” con una legge molto più avanzata di quella che – con il solito iper-realismo che ci caratterizza – anche la Regione, e anche essa con un ritardo di mezzo secolo, si è data. In virtù di quella legge, io ho diritto di scrivere alla Amministrazione in sardo e di ricevere da essa risposta nella stessa lingua. Io scrivo in baroniese e il funzionario regionale, marmillese, mi risponde in baroniese o in marmillese? Non pensa che, se lo facesse, deciderebbe lui che è la sua variante a doversi imporre? Sa limba sarda comuna, con tutta la sua perfettibilità, mi assicura che qualunque varietà io usi, la risposta sarà sempre in una lingua. Nulla toglie, naturalmente, che nella replica di soddisfazione o di contrarietà io continui ad usare il baroniese.

mercoledì 9 luglio 2008

Oschiri: e se quella faccina fosse di Isabella di Castiglia?

di Mirko Zaru

Ho letto attentamente quanto scritto in questo blog sulla faccina scolpita nella chiesa di Oschiri, rimanendo felice per la traduzione e l’interpretazione data all’unisono dai diversi esperti nel settore. Finalmente tutti d’accordo. Soprattutto, finalmente tutti d’accordo su un’iscrizione mai presa in considerazione prima d’oggi, facilmente tradotta dal sig. Gigi Sanna, al quale và il merito di aver tolto ogni dubbio, portando il sig. Laner ad affermare che “Ora c’è un motivo in più per visitarlo, perché Gigi ha dato voce ad una pietra”.
Il tutto sembra essere avvalorato anche dalla antica località Masala ormai andata nel dimenticatoio collettivo, adiacente alla chiesa di Santo Stefano (che si può facilmente trovare nelle ultime carte IGM a colori). Quindi Donna-i Masala donò nell’Anno del Signore 1492 la sua proprietà per l’edificazione della chiesa, guadagnandosi una iscrizione di ringraziamento con tanto di busto in suo onore.
Il Sanna dice: “Di ragionamento in ragionamento si è appurato che la pietra di S.Stefano non è più un mistero. In essa c’è un’iscrizione (certo assai singolare nei segni e per questo molto ostica) in caratteri tardo medioevali o umanistici che dice che nell’anno del Signore 1492, essendo un certo tale “Maiore” (della villa di Oschiri), una certa pia nobildonna fondò la chiesetta in onore di Santo Stefano. Una cosa semplice, come si vede, anzi semplicissima.

Più semplice di così sicuramente non si può. Ma dove sta scritto che si tratta di DONNA-I MASALA? Soprattutto, si può avere una accurata decifrazione della scritta mostrando i caratteri e la loro traduzione?
Poi Roberto Carta scrive: “Secondo il prof. Sanna il significato dell’iscrizione latina sarebbe che “nell’anno del signore 1492, essendo Allodu maiore (della villa di Oschiri), donna Masala fonda la chiesetta in onore di Santo Stefano”. A parte la prima coincidenza con la scoperta dell’America l’altra ancora più interessante è che uno dei toponomastici della zona circostante la chiesa è proprio Masala, cognome poi persosi durante i secoli e ormai non più presente in senso originario nella comunità oschirese. Sempre di donna Masala è il volto della figura femminile intimamente legato all’architrave come appare nella foto di sotto e non l’Astarte Fenicia come alcuni, secondo Sanna a sproposito, avrebbero asserito”.

Prima si tratta di una certa pia nobildonna poi la donna è sicuramente donna-i Masala. Certamente strano, però, resta il fatto che il trigramma della parte alta dell’iscrizione YHS (vedi disegno) con S rovesciata significa Yesus Hominuai Salvator, solitamente il trigramma in cristiano è scritto IHS con S regolare, con la Y e la S rovesciata veniva usato dai Giudei. Altra cosa particolarmente strana è l’anno 1492 (sicuramente non riferita alla scoperta dell’America) che ha un importantissimo significato per la chiesa del periodo.
Nel 1492 l'Inquisizione spagnola (Castigliano – Aragonese), ritenendo gli ebrei responsabili della sopravvivenza del marrano, propugna una soluzione "radicale" e chiede che tutti gli ebrei che non si vogliono convertire vengano espulsi dal paese. Si parla di "cospirazione marrano-ebraica". In sostanza il fallimento dell'Inquisizione porta i sovrani spagnoli a ordinare agli ebrei di convertirsi entro quattro mesi oppure di lasciare la Spagna, rinunciando ai propri beni.
Quelli emigrati dopo l'editto reale del 1492 furono da 150.000 a 200.000. Quelli rimasti in Spagna, perché disposti a ricevere il battesimo furono circa 50.000. Molti di questi conversos poi si pentirono, tornarono alle pratiche giudaiche e furono duramente perseguitati dall'Inquisizione spagnola (vedi i cosiddetti "statuti di limpieza de sangre"). Lo storico statunitense Edward Peters sostiene che tra il 1550 e il 1800 vennero emesse 3000 sentenze di morte secondo verdetto inquisitoriale. Il 18 giugno del 1492 venne dato ordine di espulsione anche dalla Sicilia e dalla Sardegna (appartenenti alla Spagna).

Sollecitato da Isabella (la stessa fece emanare da Papa Sisto IV in decreto per l’espulsione dei Giudei) e dal marito Ferdinando d’Aragona — che avevano invano promosso una campagna pacifica di persuasione nei confronti dei giudaizzanti — il 1° novembre 1478 Papa Sisto IV (1471-1484) istituisce l’Inquisizione in Castiglia, con giurisdizione soltanto sui cristiani battezzati. Pertanto, nessun ebreo è stato mai condannato perché tale, mentre sono stati condannati quanti si fingevano cattolici per trarne vantaggi. L’Inquisizione, colpendo una percentuale ridotta di conversos e di moriscos, cioè musulmani diventati cristiani solamente per opportunismo, certifica che tutti gli altri erano veri convertiti e che nessuno aveva il diritto di discriminarli o di attaccarli con la violenza. Negli anni che seguono l’istituzione dell’Inquisizione è comunque indispensabile procedere all’allontanamento degli ebrei dalla Castiglia e dall’Aragona. Preoccupati per la crescente infiltrazione dei falsi convertiti nelle alte cariche civili ed ecclesiastiche e dalle gravi tensioni che indeboliscono l’unità del paese, il 31 marzo 1492 Isabella e Ferdinando si vedono costretti a revocare il diritto di soggiorno agli ebrei non convertiti.
I due sovrani, sperando nella conversione della grande maggioranza degli ebrei e nella loro permanenza sul posto, fanno precedere il provvedimento da una grande campagna di evangelizzazione.
La figura sopra l’iscrizione, quindi potrebbe non essere Donna-i Masala, ma Isabella di Castiglia. La stessa infatti fece scolpire iscrizioni in ebraico della legge per allontanare gli ebrei che furono espulsi anche da Cagliari nel 1492 e la sinagoga, che sorgeva nella Giudaria di Castello, venne convertita nella chiesa di Santa Croce.

Da FAMIGLIE CATALANE E SPAGNOLE IN SARDEGNA di Giorgio Serra
Il 14 giugno 1323 la flotta catalano-aragonese approdò in Sardegna per prenderne possesso. L’isola era stata concessa dal papa Bonifacio VIII al re Giacomo II d’Aragona. Questi dovette affrontare una guerra contro la repubblica di Pisa, che si era impadronita di gran parte del territorio. Il principe Alfonso d’Aragona, che guidava la spedizione pose l’assedio a Cagliari e, in contrapposizione alla città fortificata, il “Castello di Cagliari”, edificò una città, denominata Barceloneta, dove si accamparono le sue truppe e che raggiunse i 3.000 abitanti. Fu il primo insediamento catalano in Sardegna. Dopo un lungo assedio i Pisani si arresero e dovettero lasciare il Castello di Cagliari dove si trasferirono i Catalani con le loro famiglie. Cagliari divenne una città catalana. Nel nord della Sardegna i Catalani s’impossessarono di Alghero, espulsero i Sardi che l’abitavano e anch’essa divenne una città catalana.
Per stimolare l’immigrazione in Sardegna furono concesse sia franchigie sia salvacondotti a coloro che avevano commesso dei reati. Si promosse anche la costituzione di colonie di Catalani di religione ebraica esentandoli dalle imposizioni doganali per il commercio. Essi erano mercanti, artigiani, medici, alcuni ottennero alti incarichi e divennero molto ricchi. Si stabilirono nelle città di Cagliari, Sassari, Oristano e Alghero dove avevano un quartiere a loro riservato denominato giuderia.
Nella prima metà del secolo XV, quando Cagliari comprendeva circa 10.000 abitanti, la giuderia raggiunse circa 1.000 unità, ad Alghero 800, a Sassari 300, ancora di meno ad Oristano dove abitavano la strada denominata sa ruga de sos Judeos. Contribuirono al finanziamento della spedizione catalana e alle guerre per la conquista della Sardegna, fecero prestiti all’erario, finanziarono la costruzione di opere difensive come la Torre degli Ebrei ad Alghero.
Gli ebrei rimasero in Sardegna fino al 1492, quando furono espulsi da tutti i territori spagnoli. Alcuni, per rimanere, si convertirono al cristianesimo e diversi, in seguito, ottennero la nobiltà come i Comprat, i Bonfill, i Carcasona, i quali ultimi raggiunsero alte cariche ecclesiastiche.

Rimangono ancora alcuni cognomi di origine ebraica, che subirono delle trasformazioni, come Nathan (divenuti Naitana), Manahem (Manai), Farsìs (Farci)… siamo sicuri che Masala non sia un cognome Ebraico? Cacciata nel 1492 potrebbe aver mai meritato una sua rappresentazione su una chiesa, lei sostenitrice del marrano?. Siamo quindi proprio sicuri che si tratti di SardoLatino? E siamo proprio sicuri che si tratti di Donna-i Masala? Se la deduzione di Donna-i Masala viene dal toponimo sulle carte IGM è da tener presente che le prime furono fatte alla fine del 1800!
Aspettiamo tutti ulteriori delucidazioni dal sig. Gigi Sanna e anche dal Sig. Pittau. Sarò il primo a tornare sui miei passi su questa iscrizione e a dare completamente ragione al Sig. Sanna se cortesemente ci spiegherà la decifrazione passo passo!