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giovedì 17 luglio 2008

Hampsicora era sardo, non cartaginese

di Massimo Pittau
È del tutto certo che su noi linguisti incombe in maniera permanente il grave pericolo di farci condizionare, nelle nostre scelte ermeneutiche ed etimologiche, dalle lingue che effettivamente conosciamo e soprattutto da quelle della nostra esatta specializzazione. Per la nostra Sardegna è un esempio paradigmatico quello del canonico Giovanni Spano, che all’apice della sua lunga carriera di benemerito studioso, pubblicò il suo Vocabolario Sardo geografico, patronimico ed etimologico (Cagliari 1875), nel quale si dette da fare per spiegare con la lingua fenicia - che egli del resto conosceva in maniera superficiale - moltissimi toponimi sardi, la massima parte dei quali sono invece di sicura ed anche evidente matrice od origine latina. Il grande linguista tedesco Max Leopold Wagner ha adoperato il vocabolo «feniciomania» per bollare alla radice il tentativo fallimentare messo in atto dallo Spano.
Sennonché, proprio per la spiegazione di due antichi antroponimi sardi, è caduto nel medesimo errore della «feniciomania» lo stesso M. L. Wagner. Egli infatti, con una molto fugace notazione, ha attribuito al semitista Paul Schröder la spiegazione “fenicia” del nome dei due famosi protagonisti della rivolta dei Sardi contro i Romani all’epoca della II guerra punica, Hampsicora e Hosto <1>. Invece lo Schröder, nella sua ormai vecchia opera Die phönizische Sprache (Halle 1869, pagg. 172, 87), non ha citato per nulla il sardo Hampsicora, ma ha spiegato il nome di donna, che compare nel Poenulus (1065) di Plauto, Ampsigura come “ancilla hospitis” ed ha spiegato pure il nome del sardo Hostus – citandolo realmente - come “amico di Astarte” (Freund der Astarte).
Sorvolando pure su questo notevole qui pro quo del Wagner, alla spiegazione che lo Schröder ha presentato dell’antroponimo femm. Ampsigura io muovo le seguenti obiezioni:
1) Lo Schröder ha chiamato in causa l’ebraico amt «serva», con la finale /t/, mentre l’antroponimo implica come sua prima parte il gruppo amp-, con la finale /p/.
2) L’antroponimo di Plauto Ampsigura è un hapax legomenon, per cui non è per nulla sicura la sua forma grafica che noi adesso conosciamo; tanto più che nei vari codici del testo plautino compare anche come Amsigura e Ampsagura.
3) È molto probabile che il nome della donna cartaginese Ampsigura sia una delle tante creazioni di nomi dei suoi personaggi effettuate, come è noto, dallo stesso Plauto; e può essere stata una sua creazione fatta sullo stampo ed a ricordo proprio del personaggio storico sardo Hampsicora, del quale il commediografo latino aveva sicuramente conoscenza, dato che, vissuto fra il 254 e il 184 avanti Cristo, era stato spettatore - sia pure alla lontana - della rivolta contro i Romani fatta dai Sardi capitanati da Hampsicora nel 215 a. C. In questa ipotesi, dunque, è molto verosimile che Plauto abbia creato il nome di donna Ampsigura derivandolo proprio da quello del sardo Hampsicora, anche come rivalsa inconscia rispetto ad un nemico di Roma alleato degli odiatissimi Cartaginesi.
D’altra parte è un fatto che Ettore Paratore, traduttore e commentatore anche del Poenulus di Plauto <2>, parlando degli antroponimi, che ricorrono assieme, femm. Ampsigura e masch. Iahon, sia pure senza darne una adeguata spiegazione linguistica, commenta: «In fondo sono due nomi di origine greca: il primo potrebbe esser reso con “focaccia tonda”, il secondo, sia pure dubitativamente, con “abitante della Ionia”».
Ancora molto meno convincente è la spiegazione “fenicio-punica” presentata dallo Schröder del nome di Hostus come «amico di Astarte». A mio avviso questa spiegazione è del tutto campata in aria, anche perché 1) lo Schröder si è basato su una forma Hiostus che non è documentata da nessun codice di Livio e di Silio Italico, 2) nella supposta base fenicia lo Schröder, con l’uso in apparenza innocente di parentesi quadre, ha inserito una lettera iniziale ed una finale…! A mio giudizio invece Hostus può essere corradicale – non derivato – con l’appellativo lat. hostia «ostia, vittima sacrificale» (che probabilmente deriva dall’etrusco), avendo pertanto il significato di «(figlio) offerto (alla divinità)» <3>.
Del nome di Hampsicora si è in seguito interessato lo storico Ettore Pais, nella sua Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano <4>. Egli parlando del condottiero dei Sardi ribelli a Roma ha scritto testualmente: «sebbene nato in Sardegna, era in fondo un Punio; lo fa sospettare lo stesso suo nome». «Il nome di Hampsicora od Hampsagoras (Silio Italico, XII 345) ricorda quello di Ampsaga noto fiume della Numidia».
Qualche anno dopo Camillo Bellieni ha ricalcato la frase del Pais scrivendo testualmente: «Ampsicora, grosso latifondista dell’isola, d’origine punica, come appare dal nome» <5>.
Sennonche anche al Pais io obietto in primo luogo che la connessione fra l’antroponimo Hampsicora/Hampsagoras col nome del fiume Ampsaga è molto problematica in termini fonetici, in secondo luogo che questo fiume era nella Numidia, presso Cirta, l’odierna Costantina, che dista da Cartagine più di 300 chilometri; ragion per cui è molto più ovvio ritenere che Ampsaga fosse un idronimo numido, cioè berbero, che non fenicio-punico o cartaginese. Per queste due pesanti difficoltà di carattere linguistico, è del tutto illegittimo dedurre – come ha fatto il Pais – che il nome Hampsicora fosse fenicio-punico o cartaginese.
In linea di fatto è avvenuto che da questa sua inconsistente e illegittima connessione linguistica il Pais abbia dedotto conseguenze troppo grandi e vistose di carattere storico generale: dunque secondo lui Hampsicora non era un Sardo, ma era propriamente un Cartaginese, inoltre la rivolta contro i Romani dai lui capeggiata non era propriamente rivolta dei Sardi, ma era rivolta dei Sardo-Punici ed infine la città di Cornus su cui egli comandava non era sarda, bensì era propriamente “sardo-punica”.
Tutto al contrario di recente io ho fatto osservare che nel testo di Livio (XXIII 40), che narra abbastanza a lungo la storia della rivolta di Hampsicora e dei Sardi, non c’è nulla, assolutamente nulla che faccia intendere che Hampsicora fosse un “Punio” e che Cornus fosse una città “sardo-punica” (cfr. anche Eutropio, XIII 1). A proposito della città ho pure messo in risalto che nel piccolo pianoro in cui si trovano ancora i resti di Cornus si trovano anche tre nuraghi e ho sottolineato che i nuraghi li costruivano i Sardi Nuragici e non affatto i Fenici o i Cartaginesi… <6>.
Purtroppo però è avvenuto che questa interpretazione data dal Pais del nome e della figura di Hampsicora e della rivolta da lui capeggiata sia entrata tale e quale in tutta la successiva storiografia sulla Sardegna dell’età romana.
Ho già detto che invece Ettore Paratore ha seguito la direzione geografica orientale ed ha spiegato l’antroponimo femm. Ampsigura di Plauto in base alla lingua greca, cioè come “focaccia tonda”, anche senza darne una spiegazione adeguata. Anche io preferisco seguire questa direzione orientale e a tal fine chiamo in causa gli antroponimi di tre famosi filosofi, Anassagora, Protagora e Pitagora (Anaxagóras di Clazomene, Prōtagóras di Abdera e Pythagóras di Samo), antroponimi la cui struttura linguistica è chiaramente molto simile a quella del nostro Hampsicora/Hampsagoras.
L’etimologia dei tre citati antroponimi è molto controversa e pertanto non entro nel merito per non allungare troppo il presente studio. Per parte mia mi limito ad osservare che la città di Abdera, patria di Protagora, era sulla riva settentrionale del Mar Egeo e Clazomene e l’isola di Samo, patrie di Anassagora e Pitagora, erano nella Ionia nell’Asia Minore, a ridosso della Lidia, terra di origine sia dei Sardi Nuragici che degli Etruschi. Addirittura sappiamo che Pitagora veniva tramandato come “tirreno” e in greco Tyrrhenói significava «costruttori di torri», proprio come lo erano i Sardi Nuragici <7>.
Pertanto sui tre antroponimi a me sembra legittimo affermare come certo almeno questo fatto: che tutti e tre erano propriamente di origine egeo-anatolica.
Inoltre c’è da osservare e sottolineare che la connessione fra l’antroponimo sardo Hampsicora/Hampsagoras con quelli egeo-anatolici Anaxagóras, Prōtagóras e Pythagóras è chiaramente molto più stretta di quanto non lo sia con l’idronimo numidico Hampsaga e con l’ipotetico punico Ampsigura. A ciò si deve aggiungere una notizia che mi ha ricordato l’amico Attilio Mastino: secondo Silio Italico (XII 344) Hampsicora si vantava di essere di origine Iliaca o Troiana, cioè – commento io – pure lui di origine egeo-anatolica.
La mia conclusione ultima è questa: ha un molto elevato grado di probabilità il fatto che l’antroponimo sardo Hampsicora/Hampsagoras avesse una origine egeo-anatolica, in pieno accordo con la tesi dell’origine orientale dei Sardi Nuragici dalla Lidia nell’Asia Minore, dalla cui capitale Sardis è derivato sia il nome stesso dei Sardi sia quello della loro patria Sardó/Sardinia <8>.
Dunque la figura di Hampsicora ed anche la rivolta contro i Romani che egli ha capeggiato vanno reinterpretate in termini storiografici <9>.

<1> M. L. Wagner, Über die vorrömischen Bestandteile des Sardischen, in «Archivum Romanicum», XV, 1931, pag. 5; Idem, La Lingua Sarda – storia spirito e forma, Bern 1951, pag. 15; Idem, Die Punier und ihre Sprache in Sardinien, “Die Sprache”, III, 1, 1954, pag. 36.
V. Bertoldi, Sardo-Punica, in «La Parola del passato», II, 1947, pag. 8, si è limitato a citare e ripetere quanto aveva scritto il Wagner.
<2> E. Paratore, T. M. Plauto, tutte le commedie, Roma 1976, New Compton, 5 voll., IV.
<3> Vedi etr. Hustnei «Hostia», gentilizio femm. da confrontare con quello lat. Hostius (RNG), nonché col lat. hostia, fostia «ostia, vittima sacrificale», finora di etimologia incerta (DELL, DELI) (vedi M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca, Sassari 2005, pag. 206).
<4> Roma 1923, ristampa a cura di A. Mastino, Nùoro 1999, pag. 220.
<5> C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico, Cagliari 1928, 2 voll., I, pag. 101.
<6> M. Pittau, Cornus nome punico? E se invece fosse latino?, nella rivista Làcanas, Selargius (CA), V, num. 24, I/2007, pagg. 59-62.
<7> Cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Selargius (CA) 2007, Domus de Janas edit., §§ 7, 20, 40, 43, 45, 47.
<8> Cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, cit., Capp. II e IV. A cui oggi apporto questa importante aggiunzione: nei passi di Pausania (X 17, 2) e di Solino (I 50) dove si accenna alla origine dei Sardi si debba emendare Libyē «Libia» (cioè «Africa») in Lydiē «Lidia».
<9> Attilio Mastino presenta un magistrale compedio della questione di Hampsicora nelle sue recenti opere: Storia della Sardegna antica, Nùoro 2005, pagg. 68-86; I Sardi Pelliti del Montiferru o del Marghine e le origini di Hampsicora, in «Santu Lussurgiu, dalle origini alla “Grande Guerra”», Nùoro 2005, pagg. 141-166. Io lo ringrazio qui pubblicamente anche perché ha accettato di revisionare questo mio studio.

mercoledì 18 giugno 2008

Astarte? Macché, solo Donna Masala

di Gigi Sanna

Caro Zua',
sono stato ieri ad Oschiri, invitato dall’Associazione Su Furrighesu per la “decifrazione” e per un breve commento sulla lapide in trachite che si trova, a mo” di architrave, al di sopra di uno dei due ingressi della nota chiesetta campestre di S. Stefano.
Dal momento che l’iscrizione è stata pubblicizzata nel tuo Blog, per un po’ ho temuto il peggio e che il responsabile nazionale isolano della BIDIA (Banca Isolana Dati Iscrizioni Autentiche), noto “enfant prodige” de Arbaree, venisse, magari travestito e con barba e baffi, per suscitarmi una caciara, una delle sue, sulla non autenticità ('ipotizzata” come… certa'!) della pietra. Qualche circostanza fortuita però deve avermi salvato e ho potuto svolgere così, senza urla da 'abbassisti', il mio compito di modestissimo epigrafista.
Di ragionamento in ragionamento si è appurato che la pietra di S.Stefano non è più un mistero. In essa c’è un’iscrizione (certo assai singolare nei segni e per questo molto ostica) in caratteri tardo medioevali o umanistici che dice che nell’anno del Signore 1492, essendo un certo tale “Maiore” (della villa di Oschiri), una certa pia nobildonna fondò la chiesetta in onore di Santo Stefano. Una cosa semplice, come si vede, anzi semplicissima.
Solo che nessuno (testimoni tutti gli Oschiresi, compresi quelli presenti alla Conferenza) era riuscito a “dipanare” (così nella locandina dell’invito diffuso) il mistero. Perché Gigi Sanna sì? (diciamo ormai “sì” anche perché la mia ipotesi di “decifrazione” è stata, come è mio costume, fatta vedere prima a notissimi epigrafisti sardi che l’hanno approvata). Forse perché sono un guru della decifrazione? Un supergenio indagatore de 'sos sinnos', così come il Direttore della BIDIA? Oppure l’incarnazione dello spirito scrittorio degli antenati? No.
Semplicemente perché molti, moltissimi ben più preparati ed esperti del sottoscritto, si sono infastiditi troppo presto della lapide birichina e hanno lasciato perdere. Il sottoscritto no, ha tenuto duro. “Rispettando” il più possibile il testo ed il contesto è partito da una semplice osservazione: che al di sopra della pietra insisteva scolpito, sempre in trachite, il viso di una donna. Perché? Gli epigrafisti sanno, soprattutto gli Etruscologi, come ad es. M. Pittau che ne parla diffusamente, che spesso la 'decifrazione' e la traduzione di un documento anche se non la si ha, la si può ottenere “in qualche modo” da ciò che subito esso comunica dal punto di vista iconografico e dall’esame stesso di 'dove' si trova.
E' noto ad esempio che molti dei documenti 'funerari' etruschi sono stati 'decifrati' e capiti in questo modo. Ora,se qualcuno si prende la briga di visionare i Siti Internet o di compulsare il poco della letteratura ermeneutica in proposito, troverà, tra le altre amenità, che l’ipotesi più accreditata era che il viso della donna fosse quello della dea Astarte (la Grande madre fenicia, NdR). Davvero incredibile.
Guardate un po’ a che cosa conduce la feniciomania. Che bel rispetto per il documento. E nella lapide il fenicio dove sta? Mah, avranno pensato, forse è un tipo di fenicio sconosciuto. La lettura epigrafica e paleografica (e se si vuole anche “paleologica”, tanto per accontentare il neologista Direttore della Banca Dati) ha dato ben altro responso. Tanto che la figura femminile, approfittando dell'occasione e non resistendo all'ultima ingiuria pare che, con volto ancora più cupo, abbia esclamato: Assumancu fessit istada Diana, ca azumai fut santa. Ohi, ohi. jeo Astarte? Duos corros de parte in parte... Nono, solu Donna Masala. Umile devota de Sant'Istevene'. Anzi per la precisione 'DONNAI' MASALA, con una perla linguistica del sardo che giro velocissimamente agli esperti e agli specialisti di linguistica (con quel “micidiale” e inaspettato deittico che oggi si conosce, da quanto so, solo nei noti Baba –i e Mama –i).
La discussione si è fatta via via interessante anche perché la lapide ha molte delle lettere che risultano chiaramente agglutinate (o legate o accorpate); cosa questa - come si sa - normalissima in tutta la storia della scrittura (egiziana, protosinaitica, protocananea, greca della “lineare” A e B, Greca arcaica pitica, greca arcaica, etrusca, ecc. ecc.): anche nuragica, come dimostrano i documenti di Paulilatino (Perdu Pes), di Abbasanta (Nuraghe Pitzinnu), di Cabras (tavolette di Tzricotu), di Arzachena (nuraghe La Prisgiona) e anche quello del nuraghe abbasantese ormai ribattezzato 'indovina indovinello'.
Naturalmente la 'chiacchierata' è diventata ancora più interessante quando si è parlato di quello che più sta a cuore agli Oschiresi: sapere dell'altro grandissimo 'mistero', quello che si trova a due passi, ma proprio due, dalla chiesetta di S.Stefano ovvero del cosiddetto “altare rupestre” e di tutto ciò che questo, con una miriade di 'segni', circonda. Io per l'occasione ho detto ed altri hanno detto. Si è parlato di aritmetica, di geometria, di chiesetta sfregio o monumento 'tuppone'(tappo) e anche di Gregorio Magno che non amava, com'è noto, le 'pietre' dei Sardi. Ma non aggiungo altro. Anche per fare un dispetto a chi della nota Nomenclatura, solo per mero dispetto o per altro, ha finto di preferire il mare gelido ed inaffidabile di questo Giugno, anch'esso dispettoso.
Ma sappiano che anche gli Oschiresi, quelli che amano la dialettica ed il sano confronto delle idee (e che se ne fregano delle medaglie), si sono molto indispettiti. Anzi erano visibilmente incazzati per un certo comportamento. Loro che sono così ospitali.

lunedì 31 maggio 2010

La ricerca epigrafica: stazionaria come delle rocce

Leggi tutto l'articolo “Le nom de la déesse Astarte, cinq graphies différentes. Une aide de lecture”.






di Herbert Sauren

Dieci anni fa, un amico mi donò un giornale con alcune foto di scrittura ritrovata nel sud del Portogallo. L'articolo, di un archeologo, diceva che questa scrittura non era stata ancora decifrata. Presi un piccolo dizionario tascabile e fu questa la prima volta che decifrai la scrittura enigmatica e l'inizio di una nuova attività per me.
Da allora, ho letto e tradotto migliaia di iscrizioni di questa scrittura cosiddetta enigmatica, trovata un po' ovunque in tutta l'Europa occidentale a anche in Turchia. Nella Penisola iberica, in Francia, in Italia, nella regione Etrusca e in Sardegna si trovano si trovano i luoghi in cui i documenti iscritti sono stati trovati in Europa. Le lettere mostrano forme identiche o modificate di dozzine di alfabeti che si conoscono del Medio Oriente antico, della regione di levante del Mediterraneo e dello Yemen fino alle sorgenti dell'Eufrate. Le lingue semitiche della maggior parte dei documenti mostrano un ventaglio di lingue e di dialetti affini all'arabo e alle lingue semitiche del nord-ovest.
Pubblicando la notizia, ho incontrato molta incredulità. È normale, secondo un detto dei contadini: il bue non vuol passare attraverso la nuova porta della stalla. Accettare dei semiti nell'Europa occidentale è un errore. Ignoranza o xenofobia?
Le idee sulla storia europea prima dei Romani erano ben fisse. Si pensava ai Greci, ai Romani, ai Celti e ai Fenici o ai Cartaginesi: i vicini del Mediterraneo, le genti del Nord e del Sud. Si sono inventati sistemi di false trascrizioni e teorie fondate sul niente e dopo non si è voluto più cambiare. È lo stato della ricerca cosiddetta scientifica. Inettitudine o perdita totale della logica?
Nel mio articolo, mi riferisco principalmente alla situazione in Portogallo e in Spagna. In questo mese, domande rivolte alle Soprintendenze archeologiche della Sardegna provano uno stato identico, stazionario come delle rocce. La lotta contro l'analfabetismo è difficile. Quando si vorrà imparare a leggere?

Leggi tutto l'articolo “Le nom de la déesse Astarte, cinq graphies différentes. Une aide de lecture”.

mercoledì 9 luglio 2008

Oschiri: e se quella faccina fosse di Isabella di Castiglia?

di Mirko Zaru

Ho letto attentamente quanto scritto in questo blog sulla faccina scolpita nella chiesa di Oschiri, rimanendo felice per la traduzione e l’interpretazione data all’unisono dai diversi esperti nel settore. Finalmente tutti d’accordo. Soprattutto, finalmente tutti d’accordo su un’iscrizione mai presa in considerazione prima d’oggi, facilmente tradotta dal sig. Gigi Sanna, al quale và il merito di aver tolto ogni dubbio, portando il sig. Laner ad affermare che “Ora c’è un motivo in più per visitarlo, perché Gigi ha dato voce ad una pietra”.
Il tutto sembra essere avvalorato anche dalla antica località Masala ormai andata nel dimenticatoio collettivo, adiacente alla chiesa di Santo Stefano (che si può facilmente trovare nelle ultime carte IGM a colori). Quindi Donna-i Masala donò nell’Anno del Signore 1492 la sua proprietà per l’edificazione della chiesa, guadagnandosi una iscrizione di ringraziamento con tanto di busto in suo onore.
Il Sanna dice: “Di ragionamento in ragionamento si è appurato che la pietra di S.Stefano non è più un mistero. In essa c’è un’iscrizione (certo assai singolare nei segni e per questo molto ostica) in caratteri tardo medioevali o umanistici che dice che nell’anno del Signore 1492, essendo un certo tale “Maiore” (della villa di Oschiri), una certa pia nobildonna fondò la chiesetta in onore di Santo Stefano. Una cosa semplice, come si vede, anzi semplicissima.”

Più semplice di così sicuramente non si può. Ma dove sta scritto che si tratta di DONNA-I MASALA? Soprattutto, si può avere una accurata decifrazione della scritta mostrando i caratteri e la loro traduzione?
Poi Roberto Carta scrive: “Secondo il prof. Sanna il significato dell’iscrizione latina sarebbe che “nell’anno del signore 1492, essendo Allodu maiore (della villa di Oschiri), donna Masala fonda la chiesetta in onore di Santo Stefano”. A parte la prima coincidenza con la scoperta dell’America l’altra ancora più interessante è che uno dei toponomastici della zona circostante la chiesa è proprio Masala, cognome poi persosi durante i secoli e ormai non più presente in senso originario nella comunità oschirese. Sempre di donna Masala è il volto della figura femminile intimamente legato all’architrave come appare nella foto di sotto e non l’Astarte Fenicia come alcuni, secondo Sanna a sproposito, avrebbero asserito”.

Prima si tratta di una certa pia nobildonna poi la donna è sicuramente donna-i Masala. Certamente strano, però, resta il fatto che il trigramma della parte alta dell’iscrizione YHS (vedi disegno) con S rovesciata significa Yesus Hominuai Salvator, solitamente il trigramma in cristiano è scritto IHS con S regolare, con la Y e la S rovesciata veniva usato dai Giudei. Altra cosa particolarmente strana è l’anno 1492 (sicuramente non riferita alla scoperta dell’America) che ha un importantissimo significato per la chiesa del periodo.
Nel 1492 l'Inquisizione spagnola (Castigliano – Aragonese), ritenendo gli ebrei responsabili della sopravvivenza del marrano, propugna una soluzione "radicale" e chiede che tutti gli ebrei che non si vogliono convertire vengano espulsi dal paese. Si parla di "cospirazione marrano-ebraica". In sostanza il fallimento dell'Inquisizione porta i sovrani spagnoli a ordinare agli ebrei di convertirsi entro quattro mesi oppure di lasciare la Spagna, rinunciando ai propri beni.
Quelli emigrati dopo l'editto reale del 1492 furono da 150.000 a 200.000. Quelli rimasti in Spagna, perché disposti a ricevere il battesimo furono circa 50.000. Molti di questi conversos poi si pentirono, tornarono alle pratiche giudaiche e furono duramente perseguitati dall'Inquisizione spagnola (vedi i cosiddetti "statuti di limpieza de sangre"). Lo storico statunitense Edward Peters sostiene che tra il 1550 e il 1800 vennero emesse 3000 sentenze di morte secondo verdetto inquisitoriale. Il 18 giugno del 1492 venne dato ordine di espulsione anche dalla Sicilia e dalla Sardegna (appartenenti alla Spagna).

Sollecitato da Isabella (la stessa fece emanare da Papa Sisto IV in decreto per l’espulsione dei Giudei) e dal marito Ferdinando d’Aragona — che avevano invano promosso una campagna pacifica di persuasione nei confronti dei giudaizzanti — il 1° novembre 1478 Papa Sisto IV (1471-1484) istituisce l’Inquisizione in Castiglia, con giurisdizione soltanto sui cristiani battezzati. Pertanto, nessun ebreo è stato mai condannato perché tale, mentre sono stati condannati quanti si fingevano cattolici per trarne vantaggi. L’Inquisizione, colpendo una percentuale ridotta di conversos e di moriscos, cioè musulmani diventati cristiani solamente per opportunismo, certifica che tutti gli altri erano veri convertiti e che nessuno aveva il diritto di discriminarli o di attaccarli con la violenza. Negli anni che seguono l’istituzione dell’Inquisizione è comunque indispensabile procedere all’allontanamento degli ebrei dalla Castiglia e dall’Aragona. Preoccupati per la crescente infiltrazione dei falsi convertiti nelle alte cariche civili ed ecclesiastiche e dalle gravi tensioni che indeboliscono l’unità del paese, il 31 marzo 1492 Isabella e Ferdinando si vedono costretti a revocare il diritto di soggiorno agli ebrei non convertiti.
I due sovrani, sperando nella conversione della grande maggioranza degli ebrei e nella loro permanenza sul posto, fanno precedere il provvedimento da una grande campagna di evangelizzazione.
La figura sopra l’iscrizione, quindi potrebbe non essere Donna-i Masala, ma Isabella di Castiglia. La stessa infatti fece scolpire iscrizioni in ebraico della legge per allontanare gli ebrei che furono espulsi anche da Cagliari nel 1492 e la sinagoga, che sorgeva nella Giudaria di Castello, venne convertita nella chiesa di Santa Croce.

Da FAMIGLIE CATALANE E SPAGNOLE IN SARDEGNA di Giorgio Serra
Il 14 giugno 1323 la flotta catalano-aragonese approdò in Sardegna per prenderne possesso. L’isola era stata concessa dal papa Bonifacio VIII al re Giacomo II d’Aragona. Questi dovette affrontare una guerra contro la repubblica di Pisa, che si era impadronita di gran parte del territorio. Il principe Alfonso d’Aragona, che guidava la spedizione pose l’assedio a Cagliari e, in contrapposizione alla città fortificata, il “Castello di Cagliari”, edificò una città, denominata Barceloneta, dove si accamparono le sue truppe e che raggiunse i 3.000 abitanti. Fu il primo insediamento catalano in Sardegna. Dopo un lungo assedio i Pisani si arresero e dovettero lasciare il Castello di Cagliari dove si trasferirono i Catalani con le loro famiglie. Cagliari divenne una città catalana. Nel nord della Sardegna i Catalani s’impossessarono di Alghero, espulsero i Sardi che l’abitavano e anch’essa divenne una città catalana.
Per stimolare l’immigrazione in Sardegna furono concesse sia franchigie sia salvacondotti a coloro che avevano commesso dei reati. Si promosse anche la costituzione di colonie di Catalani di religione ebraica esentandoli dalle imposizioni doganali per il commercio. Essi erano mercanti, artigiani, medici, alcuni ottennero alti incarichi e divennero molto ricchi. Si stabilirono nelle città di Cagliari, Sassari, Oristano e Alghero dove avevano un quartiere a loro riservato denominato giuderia.
Nella prima metà del secolo XV, quando Cagliari comprendeva circa 10.000 abitanti, la giuderia raggiunse circa 1.000 unità, ad Alghero 800, a Sassari 300, ancora di meno ad Oristano dove abitavano la strada denominata sa ruga de sos Judeos. Contribuirono al finanziamento della spedizione catalana e alle guerre per la conquista della Sardegna, fecero prestiti all’erario, finanziarono la costruzione di opere difensive come la Torre degli Ebrei ad Alghero.
Gli ebrei rimasero in Sardegna fino al 1492, quando furono espulsi da tutti i territori spagnoli. Alcuni, per rimanere, si convertirono al cristianesimo e diversi, in seguito, ottennero la nobiltà come i Comprat, i Bonfill, i Carcasona, i quali ultimi raggiunsero alte cariche ecclesiastiche.

Rimangono ancora alcuni cognomi di origine ebraica, che subirono delle trasformazioni, come Nathan (divenuti Naitana), Manahem (Manai), Farsìs (Farci)… siamo sicuri che Masala non sia un cognome Ebraico? Cacciata nel 1492 potrebbe aver mai meritato una sua rappresentazione su una chiesa, lei sostenitrice del marrano?. Siamo quindi proprio sicuri che si tratti di SardoLatino? E siamo proprio sicuri che si tratti di Donna-i Masala? Se la deduzione di Donna-i Masala viene dal toponimo sulle carte IGM è da tener presente che le prime furono fatte alla fine del 1800!
Aspettiamo tutti ulteriori delucidazioni dal sig. Gigi Sanna e anche dal Sig. Pittau. Sarò il primo a tornare sui miei passi su questa iscrizione e a dare completamente ragione al Sig. Sanna se cortesemente ci spiegherà la decifrazione passo passo!

martedì 24 giugno 2008

Peccato che donna-i Masala non fosse ellenica

di Roberto Carta

La “volgarizzazione” dell’epigrafe/architrave di uno dei due ingressi della chiesetta di Santo Stefano in agro di Oschiri ha testimoniato come non a caso il percorso millenario della traduzione parta dall’elementare significato dell’originario hermeneuein: termine che pone fin dall’inizio il binomio impegnativo di tradurre / interpretare.
Tra gli ermeneuti contemporanei Martin Heidegger è quello che con più forza ha indicato al mondo che «…hermeneuein è quell'esporre che reca un annuncio, in quanto è in grado di ascoltare un messaggio. (...) Da tutto ciò risulta chiaro che hermeneuein non significa primariamente interpretare ma, prima di questo, portare messaggio ed annunzio» (M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano 1988, p. 104).
Interpretazione messaggio annuncio sono stati regalati agli oschiresi e agli appassionati di questioni antiche dal prof. Gigi Sanna in una tiepida serata di metà giugno durante una conferenza organizzata dalla Associazione Su Furrighesu, tenutasi presso i locali della Fondazione Giovanna Sanna e presentata/moderata dalla dott.ssa Giovanna Marielli.
Parlare di semplice decifrazione equivarrebbe a sminuire un approccio ermeneutico misuratosi con un iscrizione ai limiti della leggibilità, un’iconografia storicamente mal tradotta, lettere molto ben agglutinate da un allora esperto scribano, neologismi sardo tardo-medievali fino ad oggi non rinvenuti, il valore ierofanico di un luogo ancora lontano da essere compiutamente rivelato.
Secondo il prof. Sanna il significato dell’iscrizione latina sarebbe che “nell’anno del signore 1492, essendo Allodu maiore (della villa di Oschiri), donna Masala fonda la chiesetta in onore di Santo Stefano”. A parte la prima coincidenza con la scoperta dell’America l’altra ancora più interessante è che uno dei toponomastici della zona circostante la chiesa è proprio Masala, cognome poi persosi durante i secoli e ormai non più presente in senso originario nella comunità oschirese. Sempre di donna Masala è il volto della figura femminile intimamente legato all’architrave come appare nella foto di sotto e non l’Astarte Fenicia come alcuni, secondo Sanna a sproposito, avrebbero asserito.
Altro elemento storico da approfondire è il ruolo di maiore di tale Allodu (o Alodu) che nella sua veste presumibilmente dovrebbe aver acconsentito alla costruzione dell’edificio religioso. Ma il sapore della traduzione si intreccia con il sapore della lingua nella scoperta di un deittico inatteso, quello di DONNA-I, di cui in precedenza a quanto pare non erano mai state trovate tracce in documento alcuno. Un uso linguistico inusuale che si associa ad un altro uso d’oggi altrettanto singolare: Oschiri (con Berchidda e Pattada) è la patria linguistica del passato remoto (eo andei -tue andesi -isse andedi -nois andemus -bois andezis -issos andeni), coniugazione verbale del sardo completamente assente in altri territori e nelle altre varianti, nemmeno nella tanto presunta pura Barbagia e nel tanto osannato barbaricino.
Rimane in piedi il mistero nel mistero. È possibile che le istituzioni competenti fino ad oggi abbiano sonoramente snobbato un sito da «ascoltare» come quello di Santo Stefano. Si, in Sardegna questo è possibile. Per via di un’archeologia ufficiale che richiama ad un ermetismo di comodo. Proprio per il fatto di aver costantemente affermato un desiderio di unità, l'ermetismo fu chiamato a essere una risorsa in quei momenti di transizione della storia delle idee durante i quali l'uomo ricercò un nuovo orientamento verso una speranza di salvezza e di rigenerazione spirituale che non passasse attraverso chiese costituite o sistemi di conoscenze riconosciuti.
È proprio in questa parte finale che il corpus archeologico sardo non si rispecchia, che al contrario parrebbe volere unità e rigenerazione a partire dall’osservanza di dogmi inossidabili. Che forse l’unico modo per risvegliare interesse verso Santo Stefano sarebbe annunciare che anziché donna-i Masala il volto che compare sulla lapide è quello di Ermete Trismegisto (Hermes il tre volte grande) fondatore della scuola ermetica ellenista e protettore simbolico e subliminale dell’accademia archeo-sarda?
Verso tutti questi discorsi siamo stati «traghettati» dal prof. Sanna, lui traghettatore/traduttore che sa bene che nell'«attraversamento» il traduttore paradossalmente non dispone più di alcuna lingua certa, in questa sospensione la traduzione diviene ascolto: capire non tanto e non prima il senso, quanto percepire l'organismo vivente del testo. Il sapore della lingua.

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