sabato 13 settembre 2008

Clamoroso: Bankitalia riconosce Maluentu

Quatta quatta, la Banca d'Italia ha rotto gli indugi e ha riconosciuto la Repubblica di Maluentu e, già che c'è, ha anticipato quello dell'intera Repubblica sarda. E' un sottile e allusivo gioco grafico a dare conto della decisione dell'istituto bancario.
Osservando la pubblicità apparsa oggi sui quotidiani italiani (quella qui accanto), pare che l'Isola sia stata dimenticata, ma ad uno sguardo più attento, se ne intravede la silhouette orientale, un po' sfumata come si conviene a qualcosa di evanescente, che ancora c'è ma non si sa ancora per quanto tempo.
Più significativa, e spia di una decisione già presa, è la cancellazione della costa occidentale dov'è appunto l'Isola di Maluentu, proclamata indipendente e, in attesa del riconoscimento degli Stati esteri, dichiarata già fuori del territorio italiano, cui Bankitalia fornisce i suoi servizi.
Sì sa, in Italia ma non solo lì, i provvedimenti della politica seguono spesso quelli dell'economia. Coraggio Doddore Meloni, ancora un po' di pazienza.

venerdì 12 settembre 2008

Mal di ventre per neo-fascisti

A volte, la cronaca ti impone delle scelte che altrimenti non ti saresti mai sognato di fare. Come quella fra l'impresa di Salvatore Meloni nell'isola di Malu ventu e i ridicoli proclami nazionalisti di un tale sbarcato in Sardegna per guidare i suoi prodi alla riconquista di "Maldiventre".
Dell'impresa di Doddore Meloni non penso granché bene: al di là della simpatia che l'idea suscitano lui e i suoi amici, e al di là della passione che ci mettono, il rischio è che una cosa seria come l'indipendenza della Nazione sarda si muti in folclore. Ma ora - scrive l'Unione sarda di oggi -
"In attesa del doveroso intervento delle autorità, il coordinamento regionale della Sardegna, Fiamma Tricolore, si è riunito a Guasila, presente il segretario nazionale Luca Romagnoli». Un summit per decidere all'unanimità di «portare la bandiera della nazione italiana a Maldiventre , certi di interpretare i nobili sentimenti patriotici di tutti gli italiani o in particolare degli italiani di Sardegna». Giovanni Minnei, ex maresciallo («educato nella palestra di vita della scuola dell'aeronautica militare, orientata verso valori morali quali la Nazione, la Patria, lo Stato, la Bandiera e l'autorità») ha annunciato che la marcia con il tricolore partirà dal museo, domenica alle 11."

Di fronte a tanto tronfia alterigia, come non stare con Meloni e i suoi?
PS - Per l'amordiddio, non cercate di contrastare la "marcia su Maldiventre". Il ridicolo basta e avanza per sommergerli.

mercoledì 10 settembre 2008

Insisto: nessuno tzunami su Barumini e S'Urrachi

Un'altra bellissima foto aerea di S'Urrachi di Franceso Cubeddu



di Alfonso Stiglitz

Caro Gianfranco
come noti, da Frau un profluvio di attacchi, illazioni e insinuazioni, senza alcun dato. Ovviamente mi guardo bene da rispondere a questi toni, ma voglio solo puntualizzare alcune cose.
Intanto quando si cita un testo lo si fa compiutamente e magari avendo cognizione di quel che si legge; la citazione completa, infatti è:
Gli edifici turriti rinvenuti sono, a tutt’oggi, 58 per un’estensione territoriale di circa 160 Kmq. L’identificazione e la definizione spesso non è agevole e talvolta impossibile, in particolare per gli edifici siti nella piana alluvionale e nelle aree palustri. Qui infatti l’interramento, le manomissioni, i lavori agricoli e le costruzioni moderne impediscono un’analisi delle strutture: in alcuni casi (p.e. i nuraghi Pala Naxi, Franziscu Perra, Arcibiscu) la distribuzione è completa o quasi, anche se notizie locali o di letteratura ne rendono possibile l’identificazione” ecc.
Ti fornisco anche gli estremi bibliografici così tu e chiunque voglia potete controllare:
G. Tore – A. Stiglitz, L’insediamento preistorico e protostorico nel Sinis settentrionale. Ricerche e acquisizioni, in La Sardegna nel Mediterraneo tra il secondo e il primo millennio a.C., Atti del II Convegno di studi, “Un millennio di relazioni fra la Sardegna e i Paesi del Mediterraneo” (Selargius-Cagliari 1986), Cagliari, Amministrazione provinciale, 1987, pp. 91-105.

Dal testo si capisce bene che la difficoltà di lettura delle strutture non deriva da alluvioni come sembra dalla lettura che ne dà Frau, ma da distruzioni provocate dall’uomo e dall’interramento provocato dai lavori agricoli e dal trasporto eolico. Per il resto, che la pianura sia alluvionale lo dicono i geologi, mica io, ma la formazione alluvionale della pianura, cosa che evidentemente sfugge, deriva dall’attività dei fiumi, e nel nostro caso specifico del Tirso, che trasportano a valle, appunto, il materiale alluvionale; non i maremoti. Basta sfogliare un qualsiasi manuale di geomorfologia. Non è casuale che il territorio di San Vero Milis e dei paesi vicini sia caratterizzato dai c.d. terrazzi alluvionali formati, appunto, dalle attività del paleoTirso; non sono altro che quelle colline nell’area di San Vero, Tramatza, Nuraxinieddu etc. facilmente visibili anche al profano, lungo le quali (o anche attraverso) si snodano le trade e sulle quali si è insediato l’uomo sin dal neolitico. Bada non lo dico io, ma i geologi.
Così come il materiale eolico del villaggio di Tharros non l’ho studiato io, misero archeologo comunale, ma degli specialisti in campo sedimentologico. Così come le analisi di s’Urachi le stanno compiendo geologi dell’Università di Cagliari, mica io.
Su Tuvixeddu, avessimo aspettato Frau per fare le battaglie di salvaguardia staremo freschi (da anni peraltro se ne sono perse le tracce). Mi occupo del colle dal 1978 (quando diressi l’intervento di scavo) e dal 1993 conduco pubbliche battaglie (con Santoni soprintendente e anche ora che non lo è più) e sempre alla luce del sole, con il mio nome e cognome e, soprattutto, come sempre faccio, senza proclami o attacchi personali ma con dovizia di dati scientifici verificati. (E se vuoi leggere le mie pubblicazioni su Tuvixeddu potrai farlo tra qualche giorno sul sito della digital library della Regione).
Infine sui centomila euro di cui alle insinuazioni di Frau, poiché continuo a preferire per costume personale la spiegazione alla querela, illudendomi di vivere in un mondo civile, ti rinvio al sito web del Comune di San Vero Milis (http://web.tiscali.it/museo.sanvero/) nel quale nel 2005 mettemmo online in tempo reale l’andamento dei lavori in attesa dell’edizione di quella campagna di scavo (che è la prima della quale ho avuto la direzione scientifica) e di quelle precedenti, che dovrebbe uscire entro il 2009.
Nel sito troverai anche i lavori che Gianni Tore, dell’Università di Cagliari direttore scientifico degli scavi (oltre che mio maestro e amico) pubblicò prima della prematura scomparsa. L’idea è quella di rendere disponibile tutta la documentazione esistente (sia direttamente che virtualmente) nell’ambito del Museo in via di completamento. Se, poi, ti può interessare né io, né Alessandro Usai, né i geologi dell’Università di Cagliari abbiamo percepito un solo euro di quei soldi, dato facilmente verificabile.
Comunque, Gianfranco, ti aspetto a s’Urachi, con chiunque voglia venire e vedere con i propri occhi.

Ti dovevo anche una risposta sulle ricerche. La frase “si trova quello che si cerca” è corretta nel senso che la ricerca scientifica non si muove alla cieca ma seguendo modelli e ipotesi, e, ovviamente, ponendo in dubbio i dati che si raccolgono.
Ma quando si scava si compie una operazione, come dire, totale; cioè si scava dall’alto verso il basso, individuando ogni strato, nella sequenza inversa di formazione (dal più recente al più antico), nelle sue tre dimensioni e attribuendogli la quarta (il tempo) cioè datando la sua formazione. Di ogni strato, nessuno escluso, si analizza la formazione se, cioè, è naturale o artificiale (prodotto dall’uomo), le modalità di formazione e si individua cosa esso rappresenta; uno strato di frequentazione, di abbandono, una buca riempita ecc. (dovrei continuare a lungo).
In nessuno scavo tra Barumini e il mare è mai stato trovato uno strato attribuibile a un maremoto. Gli strati del nuraghe, ritenuti di fango dovuto a maremoto, contengono in realtà materiali (reperti) ben databili e appartenenti a epoche decisamente più recenti. Nessuna tecnologia può trasformare uno strato moderno, ad esempio, in strato nuragico perché i materiali che fanno parte integrante di quello strato lo inchiodano a quella data. E bada che di scavi ne sono stati fatti tanti, da archeologi diversi, appartenenti a scuole diverse, di opinioni anche estremamente diverse per non dire contrapposte.
Per cui nessuno esclude niente in astratto, ma, concretamente, nessun sito di quelli citati è stato distrutto da un maremoto, non essendo stati trovati in scavi scientifici strati attribuibili a tale fenomeno, né dal punto di vista della natura dello strato né dal punto di vista cronologico (XII sec.a.C.). Barumini (e s’Urachi) dopo tale data continuano a vivere; né si può notare un “crollo” della civiltà nuragica o una emigrazione di massa. Come è noto i problemi per la Civiltà nuragica avverranno più tardi, dopo l’VIII sec. a.C. e non per fenomeni naturali.
L’utilizzo delle nuove tecnologie è sempre benvenuto e fa parte del nostro modo di operare, compatibilmente con gli scarsi o nulli fondi: non esiste un capitolo del bilancio regionale destinato a scavi archeologici e nei due ultimi bandi regionali sul restauro (per i quali avevamo chiesto i soldi per l’eliminazione della strada asfaltata che copre s’Urachi e il restauro delle due torri che stanno li sotto) praticamente nessun monumento archeologico è stato finanziato.
Ma le nuove tecnologie non possono prescindere dallo scavo manuale, dal contatto cioè con il singolo granello di terra e con il singolo reperto nella sua materialità; devono andare di pari passo.

P.S. Non mi risulta che Su Nuraxi di Barumini (238 m sul livello del mare) e Genna Maria di Villanovaforru (408 m sul livello del mare) siano nel Campidano, stando entrambi in Marmilla. Mi risulta invece che tra Barumini e il Golfo di Cagliari ci siano monti alti oltre 300 metri e tra Barumini e il golfo di Oristano il Monte Arci (812 m); da dove sia passato il maremoto è un mistero. Il povero nuraghe Tradori (56 m sul livello del mare) e il povero nuraghe Accas (21 m sul livello del mare) di Narbolia, posti tra s’Urachi e il mare sono invece belli svettanti, non coperti. Quando ci si mette la geografia.

martedì 9 settembre 2008

Tzunami e serietà scientifica

Nuraghe S'Urrachi in una splendida foto aerea di Francesco Cubeddu




di Sergio Frau

Caro Gianfranco,
tu lo sai bene: mi ero ripromesso di non rispondere più a chi ha motivi tutt’altro che scientifici per incistarsi nella nostra bella avventura di conoscenza, cercando di infettarla. Sono costretto, però, a fare un’eccezione per Alfonso Stiglitz.
E la farò ogni volta che qualcuno – come ora lui, di nuovo, nel tuo bel sito – cerca di disinformare su cose e persone che riguardano il percorso che, con mille soddisfazioni e mille difficoltà, stiamo tentando di portare avanti.
Sarà perché l’Unesco, i Lincei, 40 mila lettori, l’edizione tedesca del libro e tutte le biblioteche di Sardegna (che, ancor oggi, hanno in prestito le mie “Colonne”) mi hanno fornito gli anticorpi per prendere con un certo smagato distacco e un po’ di compassione le punzecchiature che continuano ad arrivarmi dall’Isola, mi sento in dovere di spiegare a te e a chi ci legge da che pulpito viene quest’ultimo predicozzo pseudoscientifico di Stiglitz. E, anche, la genesi di tanto livore nei miei confronti.
Tu che hai letto il mio libro lo sai bene che allo “Schiaffo del Mare” – responsabile secondo Omero, Platone e gli Egizi della triste fine dell’Isola Mito d’Occidente – dedico un solo capitolo. È un capitolo dolente e assai problematico in cui mi chiedo se quei 30 metri di fango che coprivano Barumini (prima che Giovanni Lilliu lo scavasse), non potessero essere interpretabili come un indizio o una riprova di quelle antiche, autorevolissime, testimonianze.
Finito il libro, proprio per una verifica specialistica di questa ipotesi, l’ho fatto avere al geologo del Cnr, Mario Tozzi che stimavo ma non conoscevo. Lui – serio, al solito – si è messo sotto di buzzo buono e dopo essersi documentato con una perlustrazione nell’Isola ha detto sì: quel nostro Campidano che vediamo quasi scorticato e sigillato dal fango potrebbe – “potrebbe”. Condizionale, dunque… – essere stato in un passato neppure troppo remoto un corridoio per un maremoto di grandi proporzioni. Per appurarlo, però – sempre Mario, sia in televisione che ai Lincei – ha ribadito che sarebbero servite analisi adeguate e un’indagine seria che avesse i tempi e i modi della ricerca scientifica.
Da parte mia non sono stato fermo: il libro – se è come aglio per certi vampiri locali – ha fatto il miracolo di trasformarsi in calamita per moltissime professionalità (fotografi, antichisti, geologi, archeologi &C.) e così, ogni volta che ho potuto, ho messo sotto altri occhi, più esperti dei miei, lo strano caso dei mille nuraghi d’altura intatti dell’isola (Losa, Santu Antine, Arrubiu …), così diversi dalle centinaia sepolti dal fango (eolico? marino? Non lo decideremo né io, né Stiglitz: ma degli specialisti…) che punteggiano le piane del Campidano (uno per tutti, insieme a Barumini: Genna Maria, con reperti che riempiono tre piani del museo di lì) e nel Sinis.
Attenzione qui, però: con il Sinis stiamo ormai entrati in zona proibita…
È Zona Riservata, quella: c’è Alessandro Usai (ai tempi “vice” di fiducia, per l’Oristanese, di quel Vincenzo Santoni dell’Anfiteatro foderato a morte, del Massacro di Tuvixeddu, del letargo quasi trentennale dei Giganti di Monti Prama, dei permessi eolici facili facili: il Soprintendente degli Scempi, insomma) e c’è anche Alfonso Stiglitz (impiegato comunale a San Vero Milis) a far da padroni di casa.
Un appalto per scavare S’Uraki – un nuraghe coperto di fango solo dal lato mare, tirarlo a lucido per farlo “uguale” ai mille altri intatti della Sardegna – li vincola uno all’altro.
Così quando, nel 2004, un altissimo rappresentante dell’Unesco, in perlustrazione con noi in quella Zona Proibita – in Zona Stiglitz - ha dichiarato ai giornali quel che anche Giovanni Lilliu continua inutilmente a ribadirci e che cioè, ormai, si deve stare molto attenti a cosa scavare (perché pur sempre di un’analisi distruttiva si tratta) e che in un’Isola zeppa di torri, S’Uraki così com’è, semisepolto, ha una sua specificità che lo rende unico (un po’ come quello strato di pomice fa unica Ercolano e anche Pompei, e che nessuno ha mai pensato di togliere), ecco che Alfonso Stiglitz comincia a imperversare.
Si mette al pc e spergiura alla Nuova Sardegna: «Niente tracce di alluvione nell’Oristanese». Se ora uso il termine forte “spergiura” è perché lo stesso Stiglitz, negli atti di un convegno a Selargius del 1986, mise nero su bianco tutt’altro. Proprio parlando del Sinis, a pagina 96, scrisse: «Gli edifici turriti rinvenuti sono, a tutt’oggi, 58 per un’estensione territoriale di circa 160 Kmq. L’identificazione e la definizione spesso non è agevole e talvolta impossibile, in particolare per gli edifici siti nella piana alluvionale e nelle aree palustri».
“Alluvionale” prima di Frau?
Come peraltro su qualsiasi carta geologica della Sardegna?
“Non alluvionale”, però, dopo Frau?
Grottesco, lo ammetterai Gianfranco! Grottesco o inquietante…
E lì, con quelle sue righe in mano, che ho iniziato a dubitare della sua buona fede e del suo rigore scientifico. Con le splendide foto aeree dei nuraghe sepolti nel Sinis di Francesco Cubeddu in mano prima, in mostra poi – e le reazioni che hanno suscitato un po’ ovunque – quei miei dubbi iniziali divennero certezza.
Subito dopo, quando Alessandro Usai venne spedito a Firenze da Vincenzo Santoni in missione davvero speciale all’Istituto di Preistoria e Protostoria (presso una tizietta supponente che nel suo libro sulla Protostoria italiana la Sardegna neppure la cita), a raccoglier firme nel tentativo di far saltare il convegno e la mostra che l’Unesco – per bocca di Attilio Mastino – aveva preannunciato di voler dedicare alle mie ricerche, Stiglitz rimase in zona a coprirgli le spalle. E a prender le firme di tutti coloro che, dovendo pur lavorare con la Soprintendenza, non potevano esimersi dal mettere a disposizione il proprio nome per una delle operazioni più squallide ed autolesioniste che una categoria professionale intellettuale potesse metter in cantiere. Fecero un Appello al Mediterraneo con 280 firme. Il Mediterraneo però non rispose. Arrivarono, infatti, soltanto una ventina di altre firme di studentelli cagliaritani terrorizzati per le rappresaglie minacciate…
(Tieni presente che l’IsIAO, l’Istituto per l’Africa e l’Oriente, ha da poco dovuto chiedere solidarietà allo stesso mondo di antichisti: 10.000 sono state le firme raccolte da loro in dieci giorni! E che di quel loro boomerang contro di me si parla come di una barzelletta, ormai).
Questo l’inizio della faida.
Da allora sono passati anni e anni: Stiglitz & Usai hanno avuto di nuovo altri centomila euro e passa, per andar avanti con la loro “normalizzazione” del S’Uraki. Hanno stravinto, impedendo – anche con pesantissime pressioni – fino a oggi quelle analisi che invece, secondo noi, potrebbero cambiare le prime pagine della nostra storia.
Eppure, nel nostro Stiglitz, è rimasta una sorta di riflesso condizionato: appena qualcuno – la Grande Cronaca, con la tragedia nell’Oceano Indiano; Archeologia Viva che, qualche mese fa, ha dato conto di un crollo e conseguente maremoto preistorico in Sicilia; il Corriere della Sera di venerdì scorso con la sua “Italia a rischio tsunami” – appena qualcuno nomina la Parola Incubo (tsunami…), eccolo scattare all’attacco, mettersi sotto a scrivere, con finta umiltà, che Frau e chi lo frequenta son gente per male.
E che lui lo fa per amor della scienza. E cucina, in salsa tutta sua, ostriche del Cnr. E butta veleno. E ridicolizza le sane curiosità che noi abbiamo e che a lui non vengono. Deve essergli preso un accidente, poveraccio, venerdì, con la doppia pagina del Corriere sui rischi che corrono le coste dell’Italia continentale e della nostra Sardegna. Sabato si è ripreso. Domenica tutto il giorno a scriverti che: «Lo sappiamo tutti che di maremoti nel Mediterraneo e anche in Sardegna ce ne sono stati…».
L’importante è, quindi, che i maremoti non siano in Zona Sua – che “quegli tsunami” sospettati da Frau, Tozzi, Cubeddu & C., non ci siano mai stati – ché, altrimenti, la figura che farebbe è di quelle assai barbine: muru muru, per sempre…
Ti sembrerà paradossale, ma ormai comincio a sentirmi un po’ in colpa per aver avvelenato la serena vecchiaia di questo appassionato di archeologia che, da più di un quarto di secolo scavava tranquillo il “suo” S’Uraki (senza averlo mai pubblicato come si deve) e per aver sottratto così tante energie al lavoro per cui viene pagato.
Sono diventato un’ossessione, per lui, che gli mangia via il cervello.
Sennò lui (e, anche, Usai, però…), se davvero amassero l’archeologia, come dicono, in tutti questi anni avrebbero dovuto occuparsi di tutt’altro…
Qualche esempio?
Il primo? Raccogliere firme – non contro di me – ma perché le statue di Monti Prama uscissero dai magazzini dove Santoni le aveva ri-sepolte. O, anche, chiedere un’indagine sulla Soprintendenza Nicosia, a Sassari, senza aspettare che lui venisse denunciato con la moglie per associazione a delinquere e truffa. O, almeno, battersi contro i piloni elettrici del Losa. O, anche, chiedere di salvare Tuvixeddu dalle ruspe autorizzate da Santoni. Ma farlo subito, con coraggio, coerenza e dignità: al momento dell’emergenza, quando l’ho denunciata io quell’autorizzazione! Nel 2000!
Non star zitti per sette anni!
Aspettando che il Soprindendente responsabile fosse ormai in pensione, per sfoderare d’improvviso un cuor da leoni e mettersi sotto a “dar battaglia” giusto il mese dopo che Soru e la Forestale avevano ormai messo i sigilli alla necropoli e fermato le ruspe, salvando quel portento archeologico.
Allora sì, avrebbero avuto la mia stima e, forse, la mia fiducia.
Così – sia detto senza offesa – non riesco a dar credito a una sola parola che esca dalla loro bocca.
Per fortuna – te lo assicuro – non sono il solo.
Un abbraccio
Ps. Ovviamente se decidi di fare un’inchiesta, le ostriche Cnr, inquinate da Stiglitz ti faranno solo da antipasto: il piatto forte saranno le lettere diffamatorie nei miei confronti che Usai ha mandato in giro un po’ ovunque e i cento interventi del suo socio al s’Uraki, nell’inutile speranza di sporcare un’avventura di conoscenza che fin dall’inizio è sotto gli occhi di tutti e che prima o poi darà risultati certi.
Meglio un dubbio in più, Gianfranco, o un dubbio in meno?

domenica 7 settembre 2008

"Quello" tzunami non c'è stato

di Alfonso Stiglitz

A bellu, caro Gianfranco, mi rendo conto che la fascinazione per le ipotesi creative possa far perdere di vista i dati concreti ma non puoi attribuire a me o agli altri colleghi, posizioni che nessuno di noi ha mai sostenuto e che, cioè, non ci siano mai stati maremoti. Lo sappiamo tutti che di maremoti nel Mediterraneo e anche in Sardegna ci sono stati. Il dato riportato da Boschi [sul Corriere della sera, NdR] sulla evenienza di vari maremoti ogni secolo non è una novità, una scoperta; Boschi, correttamente, riporta, già da tempo per altro, la necessità di un sistema di rilevamento di questi eventi. La stessa Facoltà di Ingegneria dell’Università di Cagliari (docente il prof. Ranieri) sta da anni studiando e documentando questi fenomeni avvenuti da vari e vari secoli in Sardegna.
Quello che ho affermato (e anche gli altri) è che lo Tzunami di Frau, datato da lui al 1175, non è mai avvenuto e lo possiamo dire su prove scientifiche (archeologiche e geologiche) raccolte con metodo scientifico, con dati verificabili e replicabili; quei dati scientifici che Frau rifiuta di prendere in considerazione, riempiendo di insulti chiunque osi portarli all’attenzione dell’opinione pubblica; se giri su Internet puoi trovare tutta la sequela di insulti, non ne troverai uno solo, neanche a cercarlo con il lumicino, rivolto da me (o dagli altri) a Frau.
Le prove che il giornalista porta per lo Tzunami sono l’abbandono del villaggio nuragico di Tharros, gli strati “di fango” di Barumini e lo “strato di fango” che copre s’Urachi di San Vero Milis. Bene, il fatto che Frau scambi le sabbie e i limi eolici (cioè portati dal vento) del villaggio nuragico di Tharros, gli strati di vita dell’età del Ferro e romani che coprono le strutture di Barumini e lo strato moderno di discarica di lavorazione dei mattoni crudi, pieno di materiali punici, romani e moderni di San Vero, che Frau, dicevo, li scambi per fango da maremoto attesta esclusivamente la assoluta non conoscenza dei dati e della materia da parte sua; può (e puoi) ovviamente credere per fede tutto quello che vuole, ma neanche Boschi e la sue equipe possono trasformare uno strato ricco di materiale romano in uno strato di maremoto di 1000 anni più antico.
E se permetti chi dovrebbe aspettarsi le scuse sono io per la quantità di insulti e insinuazioni (qualcuna da querela) che mi sono stati rivolti senza che mai venissero minimamente presi in considerazione i dati scientifici e le argomentazione da me e dai colleghi portate a sostegno del quadro scientifico.
Un suggerimento, perché non fai una bella inchiesta giornalistica su questi fatti? Ti do un punto di partenza; alcuni anni fa un geologo del CNR amico di Frau annunciò la scoperta di tre (3) ostriche presso un nuraghe del Sinis (senza paura di sfidare il ridicolo per la pochezza della scoperta, visto che nel Sinis di ostriche ve ne sono a tonnellate, vicino o lontano dai nuraghi e niente hanno a che fare con i maremoti) e che quella scoperta ci avrebbe sistemato ben bene (uso un eufemismo perché i toni furono più grevi); di questa scoperta venne anche data notizia sulla stampa. Bene, non se ne sa più niente e sai perché? Sospetto che il geologo abbia scoperto la verità su quelle ostriche, che le portava lontane dal maremoto. I giornali si sono guardati bene dal dare la notizia.
Conoscendoti so che se ti metti a fare l’inchiesta giornalistica la porti sino in fondo.

Caro Alfonso, purtroppo non ho alle spalle né un giornale che possa finanziare una tale inchiesta né io ho capacità economiche di farlo autonomamente. Altrimenti lo farei. E cercherei prima di tutto di rispondere a una domanda: gli archeologi e i geologi hanno mai preso in considerazione, anche per poi negarla coi loro dati, la possibilità che uno tzunami distruttore si sia verificato allora, poco prima o poco dopo o in qualsiasi altra epoca? E di farlo a priori, non, voglio dire, a posteriori sui dati ricavati da una ricerca fatta con altri obiettivi?
Hanno applicato la "nuova disciplina" degli studiosi dell'Ingv per indagare? Si può escludere che questa nuova disciplina possa aprire prospettive di indagine fino ad ora chiuse? Tutto qui. Tu mi insegni che si trova quello che si cerca.

venerdì 5 settembre 2008

Uno tzunami sulle certezze contro Frau

E adesso come la mettiamo? Qualcuno sentirà il pudore di scusarsi con Sergio Frau e la sua ipotesi che uno tzunami abbia cancellato la civiltà nuragica? O, sempre quel qualcuno, continuerà a definire "strampalata" quella "pseudo-teoria" come ha scritto Ignazio Camarda in un blog del Manifesto sardo? (Controllare per credere).
Il Focus odierno di Il Corriere della Sera pubblica l'articolo riprodotto nella foto e riporta gli studi di esperti di geofisica e vulcanologia. Secondo loro (l'articolo è riprodotto nel mio sito) non solo nel passato le coste meridionali della penisola oggi Italia furono interessate a tzunami, ma tutto il Mediterraneo è a rischio. Anche se rischia di alimentare il "nazionalismo" sardo, al pari, secondo le accuse i suoi più acerrimi nemici, di Frau, un certo credito forse potrà essere accordato all’Istituto di geofisica e vulcanologia (Ingv), o no?
La tesi di Sergio Frau - la ricordo in estrema sintesi - è che l'Isola di Atlante di cui parla Platone sconvolta dallo schiaffo di Poseidone sia la Sardegna devastata intorno al 1200 da un mega tzunami. L'insurrezione di archeologi, geologi, antropologi, antichisti, funzionari di soprintenzenza (arrivarono a firmare in oltre duecento un manifesto contro Frau) è stata di tale portata che, piano piano, anche chi era aperto a considerare possibile l'identità di Sardegna e Isola d'Atlante è stato indotto a pensare allo tzunami come "punto debole" di quanto sostenuto dal giornalista sardo-romano.
La "prova" definitiva prodotta da alcuni archeologi sta negli scavi stratigrafici che, dicono, non hanno trovato alcuna traccia dello tzunami. E non c'è se non credere loro. Ma la domanda è: l'ipotesi di uno tzunami ha informato, sia pure marginalmente, i loro scavi? Quella di cui si sono serviti gli studiosi è "una nuova disciplina che consente di indagare gli episodi di tsunami di cui non si hanno evidenze storiche dirette".
Perdoneranno gli archeologi contrari alla teoria Frau, alcuni dei quali cari amici, ma sarei a credere loro se fossero fatte seguendo questa nuova disciplina le ricerche per appurare la fondatezza o sull'infondatezza di quando afferma Sergio Frau. Del resto è ciò che da anni chiede anche lui.

mercoledì 3 settembre 2008

Quel nuraghetto di Uras: che ci vuol dire?

di Gigi Sanna

Ho da tempo un gran debito nei confronti di non pochi che mi hanno scritto in proposito e dei lettori tutti del mio libro sui 'segni' nuragici (Sardōa Grammata). Infatti, alla pagina 250 del testo presento, come esempio di scrittura epigrafica nuragica, un minuscolo oggetto in steatite in forma di 'nuraghetto' o tronco di cono, ma solo in disegno, senza offrire a corredo la doverosa fotografia, così come in tutti gli altri casi.
Il motivo era dovuto al fatto che, purtroppo, non ho potuto avere per tempo la/le foto da parte del proprietario (che aveva temporaneamente smarrito l’oggetto) e il libro si trovava ormai in fase di stampa. Una volta ritrovato il documento ho potuto visionarlo di nuovo e con maggiore attenzione (soprattutto per la forma e la precisa collocazione dei segni) e quindi fare le necessarie fotografie, tre delle quali qui ora per la prima volta rendo pubbliche.
Trovato dentro una Tomba di Giganti nei pressi di Su Cungiau de is Mongias di Uras (Oristano) nel lontano 1967 da uno studente universitario (oggi professore in pensione) della stessa città, reca incisi dieci segni (v. foto e trascrizione dei segni), alcuni di chiara tipologia ‘gublitica’ (della cosiddetta scrittura 'pseudogeroglifica' di Biblo). Ma ne presenta anche di altri che non sono o non sembrano essere dello stesso codice.
Quindi un oggetto con un mix di segni alfabetici, 'vezzo' scrittorio questo riscontrabile nei documenti nuragici di Tzricotu di Cabras, di S. Imbenia di Alghero o di Pallosu di San Vero Milis (per fare solo qualche esempio). La scrittura di Biblo - come si sa - non è stata ancora decifrata, ed è ritenuta in genere dagli studiosi di tipo sillabico. Ora, il reperto è stato visionato da diversi archeologi sardi, alcuni noti docenti universitari e la risposta è stata che la scrittura risultava ‘misteriosa’ (pare che anche in Francia alcuni ‘esperti’, da loro interpellati, abbiano detto così) e che forse l’oggetto era da ascriversi alla cultura … bizantina (e ti pareva!). No, il minuscolo oggetto, che verosimilmente il proprietario portava appeso al collo con una cordicella, è nuragico.
Un sigillo nuragico, che si affianca alla ‘mostruosa’ (ma non troppo) tipologia degli altri oggetti nuragici ‘manifesti’ o ‘a rebus’. Per capire che è un sigillo basta solo riportare i segni su di un foglio e munirsi di uno specchietto, così come per i segni del sigillo di S. Imbenia di Alghero.
Approfitto dell'occasione per aggiungere qualche (ulteriore) riflessione che porgo umilmente all'attenzione degli studiosi di questo codice e delle scritture antiche in genere. Parto però da una premessa: tutti i documenti epigrafici nuragici rinvenuti (che ora sono - si badi - più di quaranta) riportano alfabeti che hanno valori segnici solo consonantici e mai sillabici: protosinaitico, ugaritico, protocananeo, fenicio arcaico.
Prima riflessione. E’ difficile pensare che ad Uras lo scriba, in assoluta controtendenza, si sia servito di un alfabeto ‘diverso’ (sillabico) dagli altri, anche perché il gublitico è riportato con altre tipologie di segni (si veda ad es. lo hē di matrice protocananea) che appartengono a codici consonantici. Può essere quindi che l'alfabeto di Byblo si servisse di una notevole quantità di segni (112: v. Dunand 1945) ma con un ricorso notevole all’omofonia (di segni pittografici uniti ad altri del tutto schematici). Di questo ho parlato durante una recente conferenza tenuta nella Facoltà di Lettere in Aix en Provence davanti a degli esperti (assiriologi, linguisti e storici) che hanno caldeggiato e non respinto l’ipotesi.
Seconda riflessione. Essendo tutti i segni dei codici suddetti inventati per riportare i suoni della lingua semitica, è logico ritenere che sia il gublitico attestato in Uras (ovvero in Sardegna) sia quello della Siria – Palestina sottendano una lingua semitica. Nel documento sardo può essere però che al semitico si affianchi qualche parola 'sarda' di matrice linguistica diversa (indoeuropea).
Naturalmente ci sarebbe molto da dire sul contenuto e sul valore fonetico preciso dei singoli segni presenti nel ‘nuraghetto’, data l'attestazione di alcuni di essi in altri documenti nuragici ed un certo linguaggio fisso e formulare degli stessi riguardante il nome e gli appellativi della divinità. La 'formula', se individuata, potrebbe offrire cinque o sei segni del codice, finora del tutto impenetrabile, nonostante i noti 'assalti' del Dhorme,del Mendenhall e di altri ancora. Ma, data la delicatezza,la 'specialità' e la difficoltà dell’argomento, potrò argomentare, con chi lo vorrà, solo per corrispondenza privata.

P.S. - Caro 'piccolo Are', lasci proprio perdere il suo palese "antisemitismo". Non le fa onore, mi creda. Io poi non ho proprio niente da farmi 'perdonare' come 'europeo'. Non sono ebreo, o siriano, o arabo, neanche alla lontana. La stessa parola sarda 'sanna' (zanna, zahn, dens, etc.) lo mostra perchè è di matrice indoeuropea.
Ciò non toglie che dica che c'è del semitico quando il semitico c'è. Non è una vergogna in un mondo dove, tra l'altro, si auspica l'unione dei 'popoli', al di là delle spesso nefande barriere religiose, e non faccio dell'ideologia da strapazzo con i miei studi. Ci mancherebbe. I documenti sono documenti, le lettere alfabetiche segni alfabetici che sappiamo bene dove, quando sono nati e dove si sono diffusi.
D'altronde - cosa che lei forse non sa, mentre sa tutto sulle buone vendite del mio volume che tanto detesta - si veda qualche altro mio scritto dove tratto ampiamente di documenti 'glozeliani' che semitici proprio non sono, ma greci, ovvero indoeuropei, con il dio Lossia 'cacciatore' del santuario di Pito ed il suo culto vocalico.
Semitico quindi quando c'è semitico, greco quando greco. Con onestà d'intelletto. Il resto non lo commento perché, purtroppo, si commenta da solo. Con una sfraghìs di 'bon ton' davvero da antologia. Comunque, circa la 'sicura' nobile discendenza nuragica dagli Illiri devo raccomandarle di stare un po' prudente.
Erodoto,infatti, ci dice che i Cadmei (semitici) vennero cacciati dagli Argivi (indoeuropei) e finirono proprio tra gli Enchelei nell'Illiria. Ergo: se i nuragici provengono dall'Illiria c'è qualche serio rischio di orrido mescolamento... In ogni caso, auguri vivissimi per la scoperta del secolo. Qui come lì si è tutti a bocca aperta.
Se ne parla anche negli stadi in curva e nei bar dove vanno i greco-albanesi. Nel frattempo, sua eminenza, cali con le superpenne dall'alto e resti vicino, a pochissimi passi, e cerchi di illuminarci sul documento di Uras che abbiamo proposto; forse illirico. Come la Tomba di Giganti in cui è stato trovato.