mercoledì 7 marzo 2012

L'inno a scuola. A Pyongyang? Macchè in Italia


Sarei oltremodo curioso di sapere quanti genitori italiani sentiranno un brivido imbarazzante quando sapranno che i loro figli di ordine e grado saranno costretti ogni mattina a cantare: “schiava di Roma Iddio la chiamò” e a giurare che “siam pronti alla morte, l'Italia chiamò, sì!”. In molte scuole quella brutta marcetta era cantata da tempo e si può credere che si sia trattato di una libera scelta dei babbi e delle mamme oltre che una imposizione degli insegnanti che godono, si sa, di libertà di insegnamento, a volte confusa con libertà di indottrinamento.
Se dovesse passare la legge in discussione in commissione parlamentare, la libertà diverrebbe obbligo non solo di canto ma anche di memorizzazione e di esegesi. In questo sforzo, come si ricorderà, si cimentò Roberto Benigni con esiti grotteschi infarciti di rivoltante sciovinismo e di sciocchezze storiche. Sciovinismo e sciocchezzaio che, già avendo avuto alti apprezzamenti e incoraggiamenti, temo saranno le colonne sonore di gran parte dell'indottrinamento. I ragazzi sapranno così che nel 202 aC Scipione combatteva per l'Italia, che nel 1200 Legnano era una città italiana e che italiano era nel 1500 Francesco Ferrrucci. Più che una storia, quella raccontata nell'Inno di Mameli è un viaggio indietro nel tempo su una nave da cui si inietta nel passato lo sconosciuto virus della italianità.
Inno brutto, ma dicono alcuni, non peggiore di altri inni statali e inni nazionali. Giusto ed infatti queste mie considerazioni non cambierebbero se fosse della stessa qualità di una toccata e fuga di Bach. È l'imposizione di un inno “nazionale”, come materia di studio e di esercizio della retorica patriottarda ad essere intollerabile. Tanto più che l'inno di una sola delle nazioni della Repubblica. Credo sia una operazione che gli stessi proponenti la legge (Pd e Pdl) guarderebbero con disgusto applicata nelle scuole di Pyongyang, da dove pure devono aver tratto aspirazione.

martedì 6 marzo 2012

Il protoromanaico e le sue radici: avanti e indietro dal Sinai alla Sardegna


L'ansa "romanaica"
di Stella del Mattino e della Sera

Cari lettori, mi si segni un punto sulla lavagna: emerge un altro documento in protoromanaico, scrittura da me più volte testimoniata e che dimostrerebbe finalmente la non-esistenza delle culture proto-sinaitiche, proto-cananaiche e protozoiche in generale. Soprattutto nuragiche. Si sappia che d’ora in poi tutto lo Scritto è fenicio e quello che non è fenicio è romanaico. Veniamo al documento, segnalato dall’Epigrafista Elucubrans major  (che lo chiamò erroneamente “coccio con androgino e lettere arcaiche proto sinaitiche e protocananaiche”) e ripreso dal Signor Alfonso che pare sia un esperto in materia: un epigrafista con la e minuscola ma non per questo meno competente!  Alfonso sostiene trattarsi di un’ansa palesemente romana: per me ha ragione, essendo essa zeppa di caratteri alfabetici latini. Si vede da lontano un chilometro. Esso si inserisce a pieno titolo nella linea evolutiva proto-romanaica, iniziata come sappiamo nel Sinai nel XVIII sec. a.C.. E vi assicuro che non lo dico per fare un piacere all’Unità di Italia! 
Le immagini parlano da sole. Gettando una sinistra luce romantica, anzi romanaica sulla rotella di Atropa, che ancora non gira nel verso giusto. La seduzione dell’Antico è il passato: oggi non indurmi in tentazione e liberami dal Male nuragico, così sia. 

lunedì 5 marzo 2012

Un paio di scarabei sardi. Ed un paio di idee sulle date

di Atropa Belladonna



Figura 1: Scarabei da Monte Sirai (1) e Monti Prama (2), assieme alle comparazioni fatte da Guirguis (2009)(1) e Stiglitz nel 2007 (3).

Cos’hanno in comune lo scarabeo di Monte Sirai (1) e quello di Monti Prama (2) (vedi figura 1)? Una è facile: sono stati entrambi rinvenuti in Sardegna. L’altra pure: facevano parte del corredo funerario di un inumato. La terza anche: secondo gli studi pubblicati essi sono tutti riconducibili a non meglio definite attività fenicio-puniche (1-4), avvenute nel periodo solito. La quarta è un po’ meno immediata ed è l’oggetto di questo post: potrebbero essere entrambi stati fabbricati in epoca ramesside o poco dopo, cioè essere collocati temporalmente tra la le dinastie egizie 19 e 21 (ca. 1292-945 a.C.). Ovviamente non ci dirà molto sulla datazione delle tombe (del resto quella di Sirai sembra ben ancorata al VI sec. a.C.), ma ci offrirà un qualche indizio di ciò che significava per un abitante della Sardegna possedere e portarsi nella tomba  un oggetto di quel tipo e di quell’epoca.

domenica 4 marzo 2012

Avvoltoi col cuore in mano


Quando ieri mattina si è sparsa la voce della liberazione di Rossella Urru, il primo impulso è stato di scrivere su questo blog la mia contentezza, certo di impersonare un sentimento comune a tutti noi. Pochi secondi di riflessione e hanno prevalso prudenza e cautela. Quelle stesse che avrebbero dovuto consigliare le centinaia di gestori di blog, giornalisti tv e radiofonici e persino il presidente della Regione sarda, tutti ad esultare per una notizia che ancora ora mentre scrivo, le nove del mattino, è tutt’altro che certa.
Sapendo che il Ministero degli esteri non aveva dato la notizia dell’avvenuta liberazione, sapendo che Al Jazeera non è proprio nota per l’accuratezza dei suoi controlli sulle fonti, ho pensato giusto non unirmi all’enfasi mediatica. Per una ragione fondamentale: la Farnesina, che aveva nella regione suoi inviati, aveva tutto l’interesse a confermare la liberazione della umanitaria sarda, se non altro per potersene dare il merito, totale o parziale. Se questa conferma non c’era – e non c’è ancora – qualche motivo doveva pur esserci. Non compromettere, per esempio, trattative complesse; non fornire ai rapitori, attraverso esultanze non fondate, occasione per una surenchère, un rilancio della posta; non dare l’impressione ai sequestratori – pare di Al Qaeda – che di loro si pensa che sono delle pappe molli sensibili alla mobilitazione degli occidentali. E altri motivi del genere.
Gli avvoltoi mediatici e politici non forzatamente agiscono per sete di sangue e incontenibile voglia di colpi di scena in cui primeggiare. A volte paiono agire a fin di bene, come in questo caso. Ma il saldo non cambia e si allontana sempre di più la possibilità di una pacificazione fra media, politica e opinione pubblica. 

sabato 3 marzo 2012

Ötzi l'italiano


Una ricostruzione del viandante tirolese

La notizia è nota: Ötzi, la mummia trovata nel '91 in Sud Tirolo, aveva tratti genetici comuni con gli attuali corsi e sardi. A me pare una notizia sì curiosa, ma non sconvolgente: solo chi ha della preistoria un concetto, molto ideologico, di società rozze e immobili potrebbe pensare che donne e uomini non si muovessero e non solo in questa parte dell'attuale Europa. Niente di impressionante, insomma. Quali viaggi abbiano fatto gli antenati di Oetzi fra Sardegna, Corsica, Mitteleuropa è cosa al momento misteriosa e dubito che basti a scoprirlo la genetica.
Intorno a questa notizia si scatenano pulsioni uguali e contrarie. Succede spesso, quando vengono alla luce nuovi studi sulla civiltà sarda e si avanzano conseguenti ipotesi di rovesciamento del conosciuto (lo stesso, del resto, è capitato e capita per altre espressioni delle società umane, da quella dell'arte rupestre nelle cosiddete “Cattedrali della preistoria” a quella degli abitanti di Glozel). Domina spesso la pulsione negazionista alla quale reagisce quella acritica, frutto di un vendicativo eccesso di autostima. Penso alla vicenda – qualcuno ha in mente un aggettivo diverso da allucinante? - dei giganti di Monti Prama. Una eccitazione con punte scioviniste ha fatto seguito a tentativi tesi a sminuirne valore e importanza.
È forse più accettabile la tesi secondo cui i sardi scolpirono quelle statue per farsi belli coi dirimpettai fenici rispetto alla esaltazione delle statue come esempi di bellezza insuperata? Nessuna delle due va bene, chiaro, ma sarebbe sciocco dire che i due pronunciamenti hanno lo stesso impatto e la stessa gravità. Uno gode del conforto della cultura ufficiale, accademica e statale, l'altro è il borbottio di chi non si rassegna al disprezzo.
Che io sappia, nessuno ha scritto che, per via della comunanza di tratti genetici, Oetzi fu un sardo-corso e che i sardo-corsi colonizzarono il Similaun e il Tirolo. Sarebbe comunque una sciocchezza sciovinista. Ma c'è chi, anche in questo blog, folgorato da ossessione nazionalista granditaliana, definisce italiana la mummia, confondendo non innocentemente una espressione geografica (la penisola che va dalle Alpi a Scilla) con uno status politico (la Repubblica italiana). Qualcosa persino più ridicolo della pubblicità di una banca senese che parla di una “storia italiana dal 1492”.
A questo porta, del resto, la paranoia nazionalista dell'oggi per ieri di chi pensa a una linearità progettuale della unità statuale, immaginando un destino preordinato, costante e coerente a legare Oezi a Garibaldi. A questo destino tutto si piega. La civiltà nuragica? Grandiosa e straordinaria, come è naturale che sia trattandosi di una civiltà italiana, purché naturalmente non pretenda di avere tratti originali, tutti suoi. Dirlo o anche solo pensarlo è misfatto da rubricare come “sardista”.

venerdì 2 marzo 2012

Quel giorno che trovammo la "rotella"

di Riccardo Pinna

Nel 1986 mi trovavo Palmavera al seguito di una studentessa della facoltà di lettere dell'università di Sassari. Mi fu presentato il Prof. Moravetti che mi diede il permesso di curiosare in giro. Furono ritrovati diversi oggetti tra cui anche questa famigerata rotella o fusaiola. Fu recuperata a ridosso del muro esterno della capanna adiacente verso sud a quella cosiddetta delle riunioni. Sono sicuro al 99,99 per cento, questo oggetto presentava la stessa frattura o scheggiatura della foto postata, tanto che in quel momento immaginai un bambino nuragico che gettava la fusaiola dalla cima del nuraghe e la mamma che la cercava per tutti i viottoletti del villaggio; pensai anche agli sculaccioni che si prese il bambino (sculaccioni nuragici, va da sè); non poteva solo redarguirlo, i nuragici non parlavavo.
Vidi l'oggetto da meno di un metro di distanza, se scritta c'era non poteva essere notata causa terriccio rossastro che copriva la superficie, si notava però il buco al centro e la scheggiatura; sembrava pietra ben levigata, come un ciottolone. L'oggetto non fu pulito accuratamente, fu riposto in un contenitore di legno, e successivamente portato via e credo messo nel bagagliaio di una autovettura.
Il Prof. gli diede uno sguardo soddisfatto ma mezzo deluso come un po' tutti che ci aspettavamo un bel bronzetto di quelli con le corna lunghe nell'atto di scoccare la freccia: invece niente. Chi può aver notato la scritta può essere solo chi ha pulito l'oggetto che ripeto non è stato fatto in loco. Bisogna vedere quante fusaiole come questa sono state trovate a Palmavera (anche negli scavi degli anni successivi, quante sono esposte sempre di questa stessa fattura al museo Sanna. La scritta è falsa? Chi aveva interesse ad organizzare uno scherzo che avrebbe avuto effetto dopo 26 anni o forse mai? Se volessi fare uno scherzo di questo genere la scritta la farei sparire, non apparire. Belfagor si è trasferita al museo Sanna? Perché poi una falsa scritta su una fusaiola e non su un bel vasetto o un incensiere o altro oggetto ben più interessante?
I sardi nuragici tutti architetti e ingegneri e tutti dotati di una memoria infallibile? Mi immagino il capo nuragico spiegare agli operai a grugniti e a gesti il sistema di costruzione di un nuraghe, nessuno che prenda appunti? O che il capo non scrivesse col dito sulla sabbia o meglio con un pezzo dicarbone su un foglio di sughero così che se lo potessero portare in giro più facilmente? Con lo stesso sistema scientifico adottato da chi sostiene che i nuragici non scrivevano potrei dimostrare che in nuragici, oltre a non scrivere, non camminavano.

giovedì 1 marzo 2012

La Spisa e le proteste spuntate


di Torchitorio

Giorgio La Spisa è uno degli uomini politici più colti e capaci dell'universo politico sardo. Scuola di Comunione e liberazione, potrebbe essere il Formigoni sardo, anche se il nostro ospite rovescerebbe il paragone: è il governatore di lassù ad essere il La Spisa lombardo. Comunque sia, non è di quelli che parlano senza collegare la laringe al cervello.
Qualche giorno fa, si è inquietato contro la Corte costituzionale che ha accolto il ricorso del governo precedente (di centro destra come La Spisa) che chiedeva, accontentato dalla Consulta, la bocciatura di una legge del Parlamento sardo. Era quella che stabilizzava i precari e dava credito di imposta per le imprese operanti nei comuni montani della Sardegna. Come dire, seminare di spine il cammino di uno zoppo. “La Corte costituzionale” ha inveito La Spisa, assessore e vicepresidente della Sardegna “ha mostrato una visione centralistica, anti-regionale e antiautonomistica.”
Ma santo ragazzo, la Consulta è quel che è da sempre. È la vestale più vergine e più arcigna della Costituzione repubblicana qual è. A parte quell'accenno alle autonomie, a parte la buona volontà mostrata nell'affermare che la Repubblica è costituita da Comuni, Province, Regioni e Stato (elementi, sembrerebbe di capire, equiordinati), si tratta di una Carta centralista. Permette, per dire, o permetterà, che lo Stato – uno degli elementi della Repubblica – si impadronisca dei denari dei comuni, della province e delle regioni che queste componenti della Repubblica non hanno speso.
La Regione sarda, anzi la maggioranza di cui La Spisa fa parte, poteva e forse potrebbe ancora contribuire almeno a cambiare questo aspetto accentratore della Costituzione e dello Stato, approvando uno Statuto regionale che limi le unghie centraliste.
La Spisa, per quel che mi consta, si è fatto garante, insieme ad altri parlamentari sardi in Consiglio regionale, in Senato e alla Camera, di un progetto di Statuto che è, al momento, il meglio che la cultura politica sarda abbia partorito. Questa proposta non solo non è stata approvata, non è stata neppure posta in discussione. Che dico? Non è neppure stata presentata ai consiglieri. Se potessi, chiederei ai tanti garanti di quel progetto (La Spisa, Delogu, Vargiu, Cappelli, Ladu, etc etc) se non sentano un brivido di imbarazzo ogni volta che si trovano di fronte a sentenze tanto mortificanti. I più – sia detto a loro discarico – neppure se ne accorgono. Come i loro avversari del resto.