mercoledì 13 gennaio 2010

Lege bona, bastante chi sa murta siat murta e non mirto

de Antonimaria Pala

Est nova de oe, chi su Consìgiu regionale at aproadu sa lege de tutela de sos produtos agrìcolos e agroalimentares e cumpresos cussos traballados foras dae Sardigna ma cun matèrias primas sardas. Sos marcos Dop e Igp.
Unu provedimentu bonu e a cantu narant sos giornales, cun s’ènfasi ispantosa de sa pàgina bàtoro, de portada istòrica o “scelta epocale” comente l’ant definidu su reladore e s’assessore de s’Agricoltura, pro su chi pertocat s’amparu de sas produtziones sardas.
Làstima chi non lis siat bènnidu a conca chi si podiat pònnere in sa lege, da chi de denominatzione si tratat, de numenare sos produtos sardos cun su nùmene insoro: in sardu. Su nùmene de categoria so narende, non cussu cummerciale chi medas benes tenent finas como imbentadu o pigadu dae logos de logu o sardòides.
Sa lege in arrèsonu, dait prioridade a sas etichetas chi tzertìficant chi non b’at organismos geneticamente modificados. Ma sighint a modificare geneticamente s’anima de sos benes nostros lassende chi si potzat pònnere unu nùmene diversu dae cussu chi ligat su produtu a sa manera de lu mutire locale faghende lu diventare una cosa sola. Si podiat pessare a carchi imbentu pro aunire sa cosa chi faghimus inoghe, a sa manera chi in su giassu de orìgine tenent de la mutire. Pro faghere a manera chi cosas comente a “Mirto”, “Pecorino Sardo” o isvaliones comente a “Porcetto” non torrent a bessire a campu in su benidore.
A mie mi paret chi nemos, ne ingresos, nen tedescos, ne italianos aiant àpidu peruna dificurtade a nàrrere “Porcheddu”, “Casu Sardu”o “murta”. In prus nois, chi a su casu non li naramus formaggio e chi a sa murta non li naramus mirto e chi a su porcheddu non li naramus porcetto, nois sardos, intendo, aiamus àpidu manera de impitare sa limba nostra in su registru de su mandigare e de su bufare artu: cussu de sas grande distributzione, de sa visibilidade e de sa publitzidade in sos mèdia mannos.
Creo chi cando si narat “limba comente motore de isvilupu”, semus faeddende finas de cosas gosi, o no?
Ma si sos amministradores non sunt “creativos”, agiudamu los nois, gente de su movimentu linguìsticu, tzitadinos, produtores, trasformadores, e operadores turìsticos. Ca fortzis si podet acontzare si lu pedimus cun fortza, custa cosa. E si non si podet fàghere de su totu, fortzis si podet proare: sa polìtica no est s’arte de fàghere sas cosas?

domenica 10 gennaio 2010

Dubbio atroce: non è che Sant'Antioco sia stata anche nuragica?

Una piccola notizia su un quotidiano sardo da conto dello sfogo di Marco Massa, responsabile dell’archivio storico comunale di Sant'Antioco: “Sarebbe opportuno ... valutare se sia possibile una campagna di studi per l’immenso patrimonio archeologico del periodo nuragico e antecedente, che si trova sull’isola e nei dintorni”. C'è, nelle avance di Massa qualcosa di eversivo. Verrebbe da pensare che l'università, l'archeologia, la soprintendenza abbiano sottovalutato la presenza di autoctoni prima che sull'isola sbarcassero fenici e punici. Quando mai?
Per la verità, qualche sentore di sottovalutazione lo si ha anche leggendo il sito del comune sulcitano: “Le fasi successive della cultura nuragica hanno una presentazione minima, soprattutto a causa delle indagini attualmente non assidue in questo campo” è scritto nella pagina dedicata al Museo archeologico. “Non assidue”? Da non crederci, se appena si pensa che il Museo è diretto da Paolo Bartoloni, professore ordinario di Archeologia fenicio-punica, è dedicato a un grande studioso del periodo fenicio-punico Ferruccio Barreca ed è in una via intitolata ad un altro grande dell'archeologia fenicio-punica, Sabatino Moscati.
Del resto, se ancora uno si trattiene nel sito del Comune, si accorge perché è difficile star dietro alle mattane eversive di Massa. Clicchi sulla voce “La storia” e ti appaiono tre capitoletti: “Sulky fenicia e punica”, “Sulci romana”, “I greci e Sant'Antioco”. Prima, zero, non pervenuto. Sarà perché la storia comincia con la scrittura, si dirà. Spiegazione accettata, se non fosse che l'autore del primo capitolo, Paolo Bartoloni, scrive: “Si consideri ad esempio che le scarse iscrizioni con più parole di senso compiuto rinvenute fino ad oggi a Sulky riguardano la dedica di un tempio da parte di un privato cittadino ad una divinità femminile o la dedica di una coppa da parte di alcuni magistrati ad un’altra divinità maschile. Pertanto, la ricostruzione dell’antica storia dell’isola risulta particolarmente difficoltosa e ancor più lo è quella dell’agglomerato urbano di Sulky.”
Questo non impedisce, ci mancherebbe altro, che i reperti fenici e punici trovati siano raccolti in un museo e che della civiltà precedente, invece, ci siano solo labili tracce per le “non assidue” indagini. C'è è vero lo straordinario bronzetto recentemente restituito dal Museo di Cleveland che lo aveva comprato ad un'asta dopo esser stato trafugato da ignoti nel nuraghe di Grutt'e Acqua. Toh, che davvero ci fossero nuraghi a Sant'Antioco? E se, alla fine dei conti, quella feniciomania di cui a volte si è letto su questo blog fosse qualcosa di più di un sospetto?

Nella foto: L'arciere sulcitano nel sito del Comune di S Antioco

venerdì 8 gennaio 2010

Non sparate sull'Università. Giusto, ma si dia una mossa

Franco Laner richiama tutti noi alla necessità di non sparare sul mucchio dei baroni, a non fare tiro a segno sull'università “sport diffuso nel blog”. Aggiunge anche: “Penso anch'io che se ad esempio il progresso della medicina fosse come quello archeologico -specie isolano- oggi si opererebbe ancora con la sega e alcol per indormia”. Come non dargli ragione? E come non concordare con lui, quando scrive che il ventre molle è nelle discipline umanistiche piuttosto che in quelle scientifiche?
Ci sarà una ragione, anzi c'è, ma non credo sia quella adombrata da Laner: “Lo stato dell'università oggi è disastroso, anche a causa dei nuovi ordinamenti”. Del resto, mica si può essere d'accordo su tutto: concordare con Laner significherebbe pensare che prima della ministro Gelmini le cose erano ben messe. Suvvia, Franco.
Torniamo a Bomba e al ragionamento sulla estrema debolezza delle discipline dello spirito, almeno nelle università sarde in cui le eccellenze esistenti ci sono non in virtù della organizzazione degli studi, ma malgrado essa. E c'entra assai poco l'ordinamento attuale o di ieri, sia che lo abbia prodotto questo governo o quello precedente. Il discorso si fa inevitabilmente politico istituzionale, nel senso che molto dello status attuale dipende non tanto e non solo dalle politiche accentratrici dello Stato (non dei governi), quanto soprattutto da una diffusa condizione di dipendenza politica e culturale.
In questo blog noi vediamo soprattutto i riflessi di questa condizione sull'archeologia, ma magari fosse solo sull'archeologia. Nel mese di agosto, qui si è discusso a lungo sulla dottrina della statualità di Francesco Cesare Casula. Cesare è stato a lungo professore di storia ed esponente di prestigio del Cnr, sulla sua dottrina ha scritto una impressionante serie di testi. Ha avuto modo di parlare della sua tesi con i più importanti storici italiani, ricevendo sempre la solita risposta: “Hai ragione, perfettamente ragione, ma accettare la tua tesi comporterebbe la riscrittura della storia d'Italia”. E dunque? Dunque nulla. Nelle università sarde si continua a studiare la storia d'Italia nella vulgata accettata e certificata dallo Stato, relegando la dottrina della statualità fra le eresie con cui neppure si parla e che è politicamente corretto ammantare di silenzio. Non di disprezzo, solo perché Francesco Cesare Casula sarà anche un eretico, ma è un accademico.
C'è una vulgata ufficiale anche sui regni sardi del X-XIV secolo e sui sovrani che regnarono ad Arborea, Cagliari, Torres e Gallura. Furono stati indipendenti alla loro nascita e continuarono ad esserlo per secoli anche se, ad eccezione del Regno di Arborea, divennero protettorati di Pisa e di Genova. Nella vulgata certificata non si trattò di stati, ma di “governi autonomi detti Giudicati”, i loro sovrani non re ma giudici, le loro regge modesti palazzi. Storicamente non ha alcun senso la diminutio di questo originale lungo momento della storia europea in cui si sperimentò il sistema parlamentare delle coronas de Logu, fu redatto un monumento giuridico come la Carta de Logu, i sovrani finanziarono basiliche come quella di Bisarcio e opere d'arte come il retablo di Ardara. Storicamente no, politicamente sì.
Così come non è scientificamente sostenibile la decisione di restituire allo Stato centinaia di migliaia di euro stanziati per la lingua sarda nelle due università. Ma è quello che è successo. Non c'entrano i nuovi ordinamenti, non c'entra o c'entra molto poco la difesa delle rendite di posizione o la poltronite. C'entra una volontà politica che lega la restituzione dei soldi destinati al sardo con la sottovalutazione dei regni sardi, il silenzio sulla dottrina di Cesare Casula con i processi di nascondimento e silenzio intorno alle rumorosissime scoperte della scrittura nuragica, dell'orientamento dei nuraghi, e così via innovando. E' questa politica che, credo, bisogna denunciare e mettere a nudo.

giovedì 7 gennaio 2010

Ma che spettacolo penoso quello scambio di ingiurie

di Austinu Sanna

Salve a tutti
seguo quasi quotidianamente questo blog e trovo interessanti e appassionanti le notizie e i progressi degli studi sul passato della nostra cultura. Sono felice che finalmente nuove teorie vengano proposte, divulgate, discusse e dimostrate. Mi rattristava il silenzio istituzionale accademico imposto a tutte le teorie innovative, mi preoccupava la scomparsa di reperti in bui scantinati di soprintendenze, mi indignava la arroganza dei baroni e la violenza con la quale denigravano fino all'insulto tutte le nuove teorie avanzate da giovani appassionati. Quando furono pubblicati i primi libri con teorie nuove mi entusiasmai, essendo io stesso un appassionato.
Quello che avviene nel blog di ZuanneFrantziscu è molto importante perchè dà modo agli appassionati come me di avere notizie di prima mano dagli esperti/studiosi/appassionati che più hanno contribuito a rivoluzionare le conoscenze archeologiche negli ultimi anni in Sardegna. Ritengo che ognuno degli studiosi che scrive qui lo faccia in buona fede, esponendo all'esame di tutti teorie, prove, ipotesi etc per avere confronti, riscontri necessari all'approccio scientifico. Trovo che sia molto stimolante (per me lo è) che degli studiosi si confrontino condividendo i loro sforzi di una vita per arrivare alla conoscenza. Trovo fondamentale che questi sforzi siano messi in comune anche con chi non ha competenze specifiche (come me) e divulgati nella rete a disposizione di tutti.
Ciò che invece mi pare triste è vedere come gli stessi modi violenti e arroganti che pensavo appartenessero ai baroni accademici, siano praticati anche da molti degli studiosi che intervengono nel blog. Si dovrebbe poter dissentire su datazioni/interpretazioni anche senza diventare feroci e offensivi. Guardate che lo spettacolo è penoso. Dà, cioè, pena leggere gli insulti, le frecciatine, le accuse e il fiele che continuamente trasuda dai commenti ai post. Vi prego di tornare a toni più calmi, se non altro per rispetto a chi vi legge e vi stima come ricercatori. Ai pochi studiosi che intervengono nel blog con modi civili e argomentazioni da scienziati faccio invece i complimenti e dico loro grazie per gli sforzi che fanno per gettare luce sui misteri del nostro passato.

Ho dato al tuo commento di questo mezzogiorno un titolo che spero colga il senso del tuo disagio che, ti assicuro, è mio e di molti altri. Andare a rintracciare chi abbia cominciato ad ingiuriare chi è più che impossibile assolutamente futile. Una cosa è però certa: per quanto mi sarà possibile, farò in modo che non approdino più in questo blog ingiurie e offese personali. [zfp]

mercoledì 6 gennaio 2010

Dalla preistoria, al sapere certo e alla storia

di Gigi Sanna


Io credo che quando tra qualche mese si arriverà a trattare anche in questo Blog (oltre che nel libro di Leonardo Melis) del bel documento nuragico annunziato, scritto in protocananaico (e sardo), i testi a nostra disposizione avranno superato la sessantina.
In attesa del momento possiamo già anticipare che i nuovi documenti tendono innanzitutto a corroborare e confermare (ce ne fosse bisogno), i dati già acquisiti da qualche anno, ma servono anche ad ampliare di non poco il panorama della conoscenza del/dei ‘sistema/i’ di scrittura in uso tra le popolazioni sarde della seconda metà del Secondo Millennio a.C. e di quelle della prima metà del Millennio successivo. Cioè ad allargare il panorama di particolari ‘sistemi’ impiegati, in mille anni circa di storia di ‘scrittura’, non nell’Oriente mediterraneo ma in una zona dell’Occidente ritenuta sino a ieri, si può dire, ‘periferica’, marginale ed ‘estranea’ ai grandi processi culturali del tempo, soprattutto perché incapace e/o indifferente nel dotarsi di strumenti molto sofisticati, come quelli adatti per riportare per simboli grafici la parola ed il pensiero.
Ora, è proprio questo alto numero di reperti sinora rinvenuti, a dir poco sbalorditivo, il dato che maggiormente colpisce chi ha seguito le nostre ricerche, dal momento che nel giro di pochissimi anni (quindici circa) si è superato quello raggiunto in territorio siro - palestinese nell’arco di cento anni, a partire cioè dai primi decenni del secolo scorso con gli studi di W.M. Flinders Petrie e A.Gardiner sui ritrovamenti del Sinai.

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Nel disegno: l'iscrizione sulla navicella di Teti

martedì 5 gennaio 2010

Che c'entra l'arpa celtica col "brassard" di Locci Santus? C'entra eccome

L'archeologia sarda è una disciplina relativamente giovane. E nella sua giovinezza è già invecchiata, ha molti dei malanni dei vecchi, quali la rigidità e il sospetto per il nuovo. Non ama molto il sangue giovane, cosciente com'è che si può convivere con i malanni conosciuti meglio che con virus sconosciuti.
Oggi, però, una parte dell'archeologia vive una nuova giovinezza. Sono tempi straordinari quelli che viviamo, tempi che stanno mettendo in crisi certezze che si pensavano consolidate e che per molto tempo hanno scambiato il lento cammino della conoscenza per verità che miracolosamente si fanno rivelate.
È in questo solco di rivoluzione della conoscenza che si situano studi come quelli di Peppino Mauro Zedda, di Pierluigi Montalbano, Mikkelj Tzoroddu, Leonardo Melis, Franco Laner, Mauro Aresu, Gigi Sanna, indipendentemente dal fatto che, purtroppo, qualcuno di essi stenti a legittimare qualcuno degli altri. Questo scenario di novità, come è noto, è contrastato o dal silenzio o dalla incredulità interessata.

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sabato 2 gennaio 2010

Orgòsolo, cantande sos isposos novos

S'urtimu de s'annu est una die nòdida in Orgòsolo. A manzanu pitzinnas e pitzinnos andant de domo in domo pedinde sa candelaria e pedinde frùtura, durches, ispianadas (su candulàrium antigu) e carchi dinareddu. A de note sa festa est de sos isposos novos. Tropas de fèminas e de òmines zirant sas domos de sos coiuados in s'annu e los cantant, bene augurande.
Apo intzisu custu vìdeo pro su blog.

L'ultimo dell'anno è un giorno molto speciale per Orgosolo. La mattina, i ragazzi vanno di casa in casa per chiedere "sa candelaria" e ricevono fritta, dolci, spianate (forse l'antico candularium) e qualche spicciolo. Di notte, la festa è delle coppie sposatesi entro l'anno. Gruppi di donne e di uomini girano per le case di quanti si sono sposati nell'anno in corso e cantano auguri di felicità e prosperità. Ho registrato questo video per il nostro blog.

Orgòsolo, Nadale 2009