lunedì 9 marzo 2009

L'identità è però una cosa buona

Andrea Lai sta suscitando su un suo articolo un interessante dibattito intorno alle questioni dell’identità che spero non sia sfuggito ai lettori di questo blog. I termini della questione non sono nuovi, risalgono almeno all’affermazione dei giacobini e alla sconfitta dei girondini durante la Rivoluzione francese.
Da un lato l’accentramento, la negazione assoluta della pluralità delle culture e delle identità all’interno dello Stato, la titolarità di diritti in capo ai cittadini e la inesistenza di popoli diversi dal francese. Dall’altra parte apertura a qualcosa di simile al moderno federalismo, con tutto ciò che essa comporta.
Credo che di ciò Lai sia consapevole e dunque passiamo ad altro. Penso che Lai abbia ragione a prendersela con “l’identità” immobile, autoriproducentesi e quindi chiusa. Ma, salvo alcuni nostalgici del bel tempo passato, gli altri hanno in mente una identità dinamica, fatta di meticciati, di reciproche acculturazioni cominciate nel paleolitico e ancora in corso. Anche per questo, personalmente ho in forte sospetto l’etnicismo e sono convinto sostenitore, invece, del nazionalismo sardo, frutto, appunto, non di purezze identitarie e/o etniche. Se si esaminano le cose senza i paraocchi imposti dalla filosofia del dominio, le cose diventano più chiare. Il dominio ha inventato gli stati-nazione, confondendo stato con nazione, per rendere buona la nazione statuale e pessimo il nazionalismo di popoli diversi dal maggioritario.
L’identità nazionale è, così, ben diversa dalla identità etnica: questa, in virtù della pretesa purezza, può produrre guerre. Le cosiddette guerre nazionali sono in realtà guerre fra stati che pretendono di essere nazioni. Non è stata la nazione italiana a invadere l’Abissinia, è stato lo Stato italiano. Le nazioni, dal Kosovo alla Croazia a Timor Leste, non hanno scatenato guerre, le hanno subite. Il loro progetto non è stato espansionista, questo è il marchio dello Stato. È vero anche che sono le etnie represse ad entrare in conflitto, spesso armato, con gli stati di riferimento.
Parliamo quindi di identità nazionali che, ha ragione Andrea Lai, non sono una identità solo ma diverse identità. Ma sono identità sarde. Se a un abitante di Firenze chiedi che cosa è ti dirà “Sono fiorentino”, quasi mai “Sono toscano”. Se la stessa cosa chiedi a uno di noi si sentirà rispondere “Sono sardo”, più raramente “Sono olianese”. Qualcosa vorrà pur dire. Vuol dire, a mio parere, che il senso di appartenenza a una comunità nazionale è più forte del senso di appartenenza ad una comunità etnica o, come diceva Michelangelo Pira, ad una delle trecentosettanta “microetnie” che popolano la Sardegna.
Certo, anch’io, come tutti sono “io”, ho una identità personale, ma mi sento più sicuro sapendo e pensando che insieme ad una identità personale possiedo una identità collettiva, l’unica capace di resistere a chi desidererebbe tanto che i sardi fossero chentu concas e chentu berritas individualiste, invece che individuali.

sabato 7 marzo 2009

Schiavi (al momento) di giuochi imposti

di Micheli Tzoroddu

Nell’intervento di Francu Pilloni sono proiettate le problematiche che abbiamo vissuto ed ancora stiamo sopportando. Dopo tanti anni di ricerca addivenimmo alla scrittura del nostro primo libro. Appena pronto ci siamo recati alla mostra del libro di Roma e ne abbiamo mostrato lo stampato al primo editore sardo incontrato. Fu immediata la sua disponibilità, ma la remunerazione sarebbe stata dal 5 al 10% del prezzo di copertina. Considerando che con una simile ricompensa mai avremmo potuto continuare i nostri studi, decidemmo di fare gli editori di noi stessi.
Ora, il nostro lavoro, orientato alla riscrittura della preistoria e storia antica della Sardegna, non è appetibile ad un pubblico continentale, per cui ci collochiamo fra gli editori sardi, anzi siamo il più piccolo fra essi e ci sentiamo investiti in pieno delle problematiche messe in chiaro dal Pilloni. Ma ciò che qui si vuole stigmatizzare è che, pur essendo i contenuti del testo corroborati da oltre 200 richiami bibliografici facenti capo alle maggiori riviste scientifiche e ad oltre 70 testi classici e recenti, tuttavia la cultura sarda dominante ha manifestato un banalmente tiepido interesse verso il nostro saggio, che pure mette in chiaro aspetti certo inediti e fondanti nei riguardi di una lettura critica degli antichi sardi accadimenti.
Ma se ciò poteva essere nelle previsioni di chi andava a scardinare cementate acquisizioni, siamo invece rimasti veramente sorpresi dal rifiuto manifestatosi da parte delle organizzazioni culturali isolane (ma anche da notevoli individualità sarde operanti in simili contesti continentali), alle quali abbiamo fatto omaggio del testo per avere un riscontro privato o ufficiale della sua valenza: nessuna ha manifestato di accettare o respingere i risultati della ricerca, documentandoci tale situazione in quegli ambiti, essere ben lontana e tanto disinteressata delle tematiche che attengono alla stessa origine dei soggetti che ne fanno parte. Gli stessi ambienti tuttavia registrano quotidiani, appassionati commenti del genere narrativo, ove spesso sardo è il solo sapore dell’autore.
Pertanto, non crediamo ci si possa lamentare della inarrestabile perdita di identità, poniamo, de su Campidanesu, al quale viene propinata una impersonale appiattita omologazione pseodoculturale che fa molti proseliti in continente. Ivi il vocabolo “cultura” ha da anni assunto un’accezione tristemente monca: canzonette, abbigliamento, romanzi, cinema, talvolta di dubbia qualità. Tutti i dibattiti incentrati sulla sardità, sul recupero della lingua nel quotidiano, anche miranti alla ricerca di una sua universale codifica, sui valori che sono il portato della antichissima tradizione, rischiano di essere puro sfoggio accademico, se non recepiti da quelle entità che si definiscono crogiuolo, elaborazione e diffusione delle istanze intellettuali della comunità.
Esse dovrebbero invece essere fertile terreno dei germogli che da più parti contribuiscono a riportare alla mente le grandiosità create, dal Paleolitico in qua, dal vissuto senza pari degli antichissimi nostri avi. Certo la politica (in questo caso quella commerciale) giuoca il suo ruolo ma, ove si opponga, la testa del singolo può decidere il futuro. Purtroppo ciò costa fatica ed essa paga a lunga scadenza.

venerdì 6 marzo 2009

Il nucleare mette a nanna la ragione

E’ proprio inevitabile che una sconfitta elettorale comporti la completa eclissi della ragione e lo spostamento delle capacità raziocinanti dal cervello alle viscere? Venti giorni fa abbiamo votato per eleggere il parlamento sardo e un governo, cosa assolutamente normale tant’è che succede, di solito, ogni cinque anni. C’è chi vince e c’è chi perde, in una alternanza che in Sardegna è quasi una regola: una volta vince il centro-sinistra (Palomba), la volta dopo vince il centro-destra (Pili), poi il centro-sinistra (Soru) ed ora il centro-destra (Cappellacci).
Segno che la democrazia, anche se acciaccata da brutte leggi elettorali, resiste e che non è alle viste l’apocalisse descritta dai perdenti siano di sinistra siano di destra, in questa messa a nanna della ragione assolutamente intercambiabili. Adesso sono i perdenti di turno a lanciare grida di allarme: Cappellacci (anzi Berlusconi, burattinaio del primo) renderà le coste sarde come Rimini, e immaginano che Soru abbia inventato le politiche paesaggiste, come se prima di lui non ci fossero stati Floris e Cogodi; aumenteranno le servitù militari, come se in Sardegna si fosse atteso Soru per impugnare l’esorbitante carico di basi e servitù; cancellerà la grande ricchezza dei beni culturali sardi, come se Soru abbia mai combattuto la protervia centralista di Stato e soprintendenze; e altre simili nefandezze, possibili perché il popolo bue ha scelto Cappellacci anziché Soru.
L’ultima nefandezza è quella che riguarda la costruzione di quattro centrali nucleari in Sardegna. Se la capacità di raziocino tornasse nella sua sede naturale, dassende chietas sas intrannas, uno si chiederebbe (lascio da parte ogni ragionamento sull’idea che così si dimostra di avere del popolo sardo nemico): ma come si farebbe a trasportare fuori dalla Sardegna l’immensa quantità di energia prodotta?
Ma vediamo come è nata questa ennesima bufala che sta provocando ondate di indignazione fra chi si sente tanto sconfitto da non badare a spese in fatto di furori ideali e civili.

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giovedì 5 marzo 2009

Ma è l'identità che serve alla lingua o è vero l'inverso?

di Andrea Lai

Caro Gianfranco,
mi imponevo una riflessione sulla questione della lingua e dell'identità sarde: vorrei sottoporla a te e a chi vuole discuterne, sempre che non sia troppo sgangherata.
In Sardegna, oggi, quali sono i termini della questione? Si parte da un'identità sarda, esistente e definita, e si vuole difendere la lingua come strumento e veicolo di questa identità? Oppure non esiste un'identità sarda, ed allora si difende la lingua perché si vuole creare questa identità?
Guardando i giovani (è una prospettiva limitata, lo so: ma i giovani sono il futuro), mi sto convincendo per la seconda. In primo luogo penso che non esista una ed una sola "identità sarda". I giovani si sentono europei, italiani e sardi senza alcun conflitto: insomma, a me sembra che condividano diverse identità, non una sola. Parlano in italiano (almeno, di solito, specie nelle città), ma usano il sardo per fare battute, per scherzare, per imprecare ecc.
Mi domando a questo punto se la questione della lingua sarda impostata in termini di standardizzazione e di scuola non sia il progetto di un élite culturale ristretta, che poco interessi ai nostri giovani.
Di più: mi domando se questo sardo standardizzato (non importa quale standardizzazione si difenda) e impacchettato in libri scolastici di testo non possa determinare una crisi di rigetto nei giovani, che non si riconoscerebbero più in quella lingua. Con buona pace di tutti quelli che teorizzano che la standardizzazione sia l'unica via per salvare la lingua.
Non è forse successo che qualcuno si è preso un'ubriacatura con la sangria catalana? Voglio dire che si è adottata - in modo secondo me acritico - una prospettiva per la quale la lingua tutelata deve assumere i ruoli che sono della lingua dominante (l'italiano). Questo, si pensa, dovrebbe rivitalizzare anche l'uso parlato. Il punto è che questo non è per niente scontato, anzi...
Potrebbe succedere, infatti, che il tutto si risolva in una burocratizzazione della lingua: si chiede ai parlanti di "sacrificarsi" e di aderire, con uno slancio militante, alle ragioni che stanno alla base del codice standardizzato, ciò che può portare a una castrazione degli usi spontanei, proprio perché la gente in quel codice non si riconosce. E' già successo.
Parlare una lingua minoritaria, così, diventa un modo per dire che si è diversi, non una risposta a reali esigenze di comunicazione. Il rigetto, specie da parte dei giovani, è dietro l'angolo.
Forse, allora, sarebbe opportuno interrogarsi sul perché in una società possano coesistere due codici: cioè, quanto sia opportuno cercare di affiancarli e renderli simili, oppure lasciare a ognuno di essi spazi vitali che poco si sovrappongono, in una sorta di ecosistema.

mercoledì 4 marzo 2009

All'inizio l'alfabeto nuragico era solo pittografico. Poi...

di Gigi Sanna

Io ritengo che la ormai cospicua documentazione di scrittura nuragica (oltre 45 documenti), sorta a partire dalla tavolette di Tzricotu nel 1995, possa consentire un discorso e una trattazione più ampia e sicura dell’alfabeto nuragico; anche più specifica ed articolata di quanto fosse possibile appena cinque anni fa. Infatti, le due pietre scritte della capanna di Perdus Pes di Paulilatino, la pietra scritta del Nuraghe Pitzinnu di Abbasanta, l’iscrizione, sempre su pietra, trovata presso il Nuraghe Aiga, l’iscrizione dell’architrave dell’entrata del vano superiore dello stesso nuraghe (con altre iscrizioni ancora), consentono di capire meglio in diacronia l’evolversi delle lettere alfabetiche che, da pittografiche (ora con valori logografici ora con valori acrofonici), diventano sempre più schematiche sino a non comprendersi più (da parte di noi lettori moderni, naturalmente) il punto di partenza, ovvero la forma grafica d’origine.
Che l’alfabeto nuragico all’inizio fosse interamente pittografico non sembra da porsi in discussione, data la sua sicura ascendenza ‘protosinaitica’, come dimostrano in particolare le lettere ‘aleph, daleth, hē, waw, yod, kaph, lamed, nun, ayin, resh, šin, taw attestate nei vari documenti (v. Alfabeto nuragico 2008).

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martedì 3 marzo 2009

Libro, libro mio ma quanto mi costi

di Francu Pilloni

In un post dei giorni scorsi, Alberto Areddu osserva (con disgusto) da un punto di vista culturale i paradossi editoriali delle “fanzine” sarde, fenomeni che assumono l’aspetto di vere e proprie scorrerie se vengono analizzati in campo più propriamente economico. Scorribande che non violano nessuna legge penale o fiscale, tanto per essere chiari, ma che sempre bardane sono.
Siccome i paradossi di cui si parla sono libri, è curioso vedere quanto costa oggi in Sardegna la produzione industriale di un libro medio, di circa 160 pagine, copertina a 4 colori, testo di un colore senza foto, rilegato con cucitura a filo refe in brossura (cioè non con copertina rigida), formato di circa 15x20 cm (o 14x21, oppure 13x22, o pressappoco)...

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domenica 1 marzo 2009

In Monte Prama su Tempru de Sardus Pater

Est essidu pagas chidas como “Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama” de Massimo Pittau (edes, 20 €), unu libritu de 78 pàginas, prenu de fotografias galanas meda, tiradas a sas istàtuas de sos Gigantes dae Domenico Canu, Edmondo Lay e Salvatore Salis. In sa coberta de palas e passim in intro unos disinnos de comente, a su nàrrere de Massimo Pittau, diat dèvere èssere istadu su Tempru chi istangiaiat sas istàtuas etotu.
Paris cun s’istùdiu chi li dat su tìtulu a su libru, duos iscritos chi sos letores de custu blog giai connoschent: “I sardi nuragici e la scrittura: i vinti non lasciano archivi” e “L’eroe Ampsicora era sardo, non cartaginese” e un’àteru cun su tìtulu: “Tertenia/Tyrsenia, terra dei Tyrseni/Tirreni”.
Ite contat, duncas, s’autore de s’istùdiu? Naradu in curtzu, pro lassare a sos letores su praghere de iscòberrere prus a finu sa tesi de Pittau:
- Su Tempru de Monte Prama est su chi sos sardos aiant pesadu a su Deus issoro, cuddu Sardus Pater numenadu finas dae s’antigòriu. De cada sorte est unu de sos tempros chi pro onorare su Deus si podet dare ant a èssere istados fraigados.
- Pittau imàginat su tempru comente chi siat unu Prostylos de traditzione grega, in uve 24 istàtuas fiant postas a in ghìriu de sa de 25, pesada a Sardus Pater. Custa fiat posta in su tzentru a s’ala contrària a s’intrada; sas àteras fiant 8 in fundu, 8 a manca e 8 a dereta, fortzis a poderare sa coberta de su fraigu mannu.
- Sa istatuas sunt de su VI sègulu gasi e totu che a su Tempru, fatu, si podet dare, de pustis chi sos sardos aiant bintu s’esèrtzitu cataginesu de Malco, pagu prus o mancu in su 539-534 in antis de Gesu Gristu.
- Sos chi finas a como sunt istados cussiderados “modellos de nuraghes”, agatados in mesu de sas ruinas, modellos non sunt si non su chi abarrant de sas culunnas de su Tempru.
- Istàtuas e tempru sunt istadas fatas a cantzos (sos prus minudos diant dèvere èssere de s’istàtua de su Sardus Pater) nessi treghentos annos de pustis sa nàschida de Gristu. Devent èssere istados sos cristianos de pustis su decretu famadu de Tessalonica de su 380.
Est capitadu totora chi sos istùdios de Massimo Pittau siant rutos che codina manna a pilisare s’aba sulena de unu paule e paris cun custa sas seguresas chi pariant giai in butzaga. At a capitare cun custu libritu puru, ba de bi pònnere iscummissa.