lunedì 7 gennaio 2008

Alieni ad Orgosolo

Il modo usato da alcuni giornalisti – non tutti per fortuna – per riferire quanto è capitato ad Orgosolo (l’assassinio di Peppino Marotto e dei fratelli Mattana) solleva inquietanti interrogativi. Il più grave dei quali è: “Si può, in nome della libertà di stampa, correre il rischio di trasformarsi in istigatori all’omicidio?”. E l’altro, non meno angosciante: “La spettacolarizzazione di una tragedia collettiva, alla ricerca di un colpo giornalistico, può spingersi fino a calpestare sentimenti e pietas?”

Non amo le tinte forti, ma qui tento di tradurre in domande la certezza con cui tanti orgolesi ieri hanno con me contestato le prevenute certezze di alcuni giornalisti che, in questi giorni, sono piombati su un paese in piena tragedia. Cerco di sistemare la questione.

Il giorno dopo l’assassinio di Peppino Marotto, alcuni giornalisti hanno trasformato in fatto quell’impasto di dubbi, di voci, di sussurri che sempre nelle piccole comunità segue a delitti, di sangue o anche di ordinaria criminalità. Cercando di capire che cosa sia successo, all’uscita dalla chiesa, nei tzilleri, nelle case, gli abitanti cercano di tirare le fila di qual che sanno, hanno sentito, hanno immaginato. È l’inizio della formazione di una opinione collettiva che, a volte e al termine di un lungo processo, dà un nome e un volto a chi ha commesso un crimine. Non ostante quel che pensano gli alieni i quali, nel giro di una rapida visita prima di tornare in redazione, credono di aver tutto capito, in questo processo sono immersi carabinieri, poliziotti e tutti quelli che hanno il mandato di indagare. Ed essi sanno perfettamente che cosa “la gente” pensa ad alta voce.

Dare per scontato che la comunità indichi con certezza, poche ore dopo il fatto, nomi, cognomi, fisionomie è una sciocchezza. Scriverlo, come è stato fatto, persino spronando sa zustìssia ad agire, ha il risultato non solo di indicare il o i colpevoli: prepara il clima adatto e precostituisce l’ambiente ideale perché altro sangue sia sparso. Poco conta che, in realtà, non sia stato fatto sui giornali il nome di chi “la voce popolare” indicava come l’assassino di Peppino Marotto. Lo conoscevano tutti e particolarmente chi ha saputo utilizzare la messa alla pubblica gogna, soprattutto mediatica, di un individuo, per regolare suoi conti con “l’assassino di Peppino Marotto”. E due vite umane sono state così stroncate. Cosa sia successo non lo sa nessuno, per ora. L’unica cosa certa è che il clima creato mediaticamente è stato utilizzato con diabolica abilità e che, senza questa esposizione pubblica di sussurri ancora silenziosi, forse un’altra famiglia orgolese non sarebbe costretta a piangere i fratelli Mattana.

E a piangerli quasi con vergogna, posto che, mediaticamente parlando, una delle tante ipotesi di indagine (quella che indica in uno dei fratelli Mattana l’assassino di Marotto) è verità quasi acclarata. Con la dignità e il contegno che distingue una famiglia orgolese, quella dei Mattana si è chiusa queste ore in casa, evitando persino di ricevere le condoglianze dei compaesani, la cui intima voglia di capire è finita sui giornali come atto di accusa contro due congiunti, poi assassinati.

E c’è un’altra domanda: la libertà di stampa non dovrebbe riguardare la libertà di raccontare i fatti e auto regolamentarsi, evitando che i fatti siano travolti da circostanze non provate, non verificate e frutto di voci anonime?

mercoledì 2 gennaio 2008

In morte di un amico

Nutrivo un grande e profondo affetto per Peppino Marotto, ucciso una die nòdida come capita nella interminabile storia della vendetta dalle nostre parti. Gli volevo bene per la sua balentia, per il suo essere òmine, per ciò che – può darsi – lo ha portato davanti al suo assassino. I media e il suo schieramento politico lo hanno in questi giorni esaltato come un eroe, distillandone una appartenenza totale che ha finito per allontanare Peppino dal resto della sua gente, quello che non ha e non sente quella appartenenza.
Salvo poi lamentare la scarsa partecipazione degli orgolesi ai suoi funerali pubblici (la compartecipazione privata e intima è stata tutt’altra cosa) e constatare che i necrologi sui giornali sono stati singolarmente appannaggio degli apparati politico e sindacale.

L’uomo che ha speso gran parte della sua vita a promuovere la lingua sarda con bellissime poesie intime e con versi, spesso mediocri, di agitazione politica, non ha avuto in dono neppure un necrologio in sardo da chi, pure, ha esaltato quei versi come strumento di apostolato politico e sindacale.

Quando muore un personaggio come Peppino Marotto, tanto più quando è vittima di un assassino, la retorica è nella ragione delle cose e sarebbe ingiusto rammaricarsene. L’enfasi è dentro l’emozione stessa. Questa volta è successo qualcosa di più inquietante della libera stura data alla retorica. Il fatto che l’assassinio sia capitato ad Orgosolo ha fatto schierare il solito plotone armato di stereotipi, trivialità, luoghi comuni, banalità.

A comandare il plotone, il Corriere della sera ha chiamato lo scrittore bolognese di origini nuoresi Fois, il quale ha immaginato e scritto che la morte di Peppino Marotto è stata programmata ad Orgosolo da una sorta di cupola malavitosa che ha deciso come e quando eseguire la sentenza. Abituato, com’è, a scrivere di Sardegna secondo gli stereotipi che fanno più cassa, non si è forse neppure accorto che il giornale milanese gli aveva chiesto un commento su un omicidio alle falde del Gennargentu e non dell’Etna, su un fatto di banditismo e non di mafia.

Fois è iscritto alla “nouvelle vague letteraria sarda”, popolata di scrittori che si vantano di non essere sardi o di essersi dimessi da sardi e, soprattutto, che disprezzano l’uso del sardo nella scrittura. Anche se, per ragioni di schieramento, sono poi inclini a enfatizzare Peppino Marotto proclamando che egli ha dato il là al “rinascimento sardo”.

giovedì 27 dicembre 2007

Tzicotu e il soprintendente

Il soprintendente ad interim per i beni archeologici, professor Giovanni Azzena, ha rotto il silenzio accademico che circonda le tavolette di Tzicotu, una serie di bronzi su cui – ne è convintissimo il professor Gigi Sanna – in periodo nuragico sarebbero state incise delle scritte. Di quattro di esse si conoscono solo le fotografie, una (riprodotta qui accanto) è in “carne e bronzo”. È questa che il professor Azzena ha deciso di restituire al Comune di Cabras, nel cui territorio la trovò un contadino a poca distanza dalle straordinarie statue di Monte Prama.
Il silenzio ufficiale è rotto e c’è in questo anche la smentita della diceria secondo cui la tavoletta di Tzicotu era un falso. Il primo e la seconda sono però avvolti in un involucro di incredulità e di pregiudizi poco consoni all’autorità scientifica di chi li esprime. Nella lettera di Azzena al Comune di Cabras si parla di “placchetta bronzea” quasi a suggerire l’idea della patacca, si richiede un esame da parte di “un esperto nel campo altomedioevale” insinuando quale sia l’origine della tavoletta, si propone una manifestazione pubblica ben preparata e al riparo da “polemiche e rivendicazioni controproducenti”, si prospetta l’esigenza di un’analisi chimico-fisica del reperto.
Con un po’ di malignità, si potrebbe chiedere alla Soprintendenza che cosa ci stia a fare e come si guadagni la sua pretesa di soprintendere ai beni archeologici sardi. Pare certa dell’origine alto medioevale (476-1066 dC) della tavoletta. Perché non dice esplicitamente, e prova, che l’abbiano fatta i Longobardi, come si sente sussurrare? Ritiene che un esperto chimico-fisico sia in grado di dipanare la matassa. Perché non l’ha fatta esaminare essa stessa?
Io non so se abbia ragione il professor Sanna a sostenere la sua scoperta, come fa in giro per il mondo, ospite di università e istituti evidentemente poco interessati a patrocinare la causa di chi teme la rimessa in discussione delle proprie certezze e carriere accademiche. So che una Soprintendenza, come la sarda, che voglia apparire credibile e che chieda la stima dei cittadini non si comporta così.

giovedì 20 dicembre 2007

La paura delle sovrintendenze

Di che cosa hanno paura le sovrintendenze sarde ai beni archeologici? Da un tempo fin troppo lungo, sono protagoniste di gravi episodi di sottovalutazione o di negazione degli elementi costitutivi della protostoria sarda e di tutto ciò che segna la sua originalità e unicità. Un atteggiamento, questo, che contrasta con lo spirito e con la pratica scientifici che dovrebbero ispirare il loro agire.
L’ideale quaderno di doglianze è zeppo di episodi, alcuni dei quali francamente inspiegabili o, meglio, spiegabili solo con l’ostinata difesa delle rendite di posizione di alcuni baroni, refrattari ad ogni messa in discussione delle loro certezze. Basterà citare l’incomprensibile silenzio, che dura da trentatre anni, intorno alle statue nuragiche trovate a Monte Prama nel Sinis (nella foto la testa di uno dei guerrieri), silenzio che fa da pendant alle espressioni di fenicio-mania dei troppi sovrintendenti i quali, forse per favorire autoritariamente la propria specializzazione, fanno dei fenici e dei punici l’ombelico del mondo.
Hanno il potere, perché comandano, di esaltare l’oggetto dei loro studi, come è giusto data la sua importanza, in alternativa però alla civiltà nuragica. E questo non solo è ingiusto, ma profondamente dannoso alla conoscenza della globalità delle vicende storiche in Sardegna. Fatto sta che, per esempio, nell’isola di Sant’Antioco tutto o quasi si sa sulla presenza dei punici e niente sull’ottantina di monumenti nuragici che vi sono.
Qualche giorno fa, i giornali hanno dato conto di una scoperta che potrebbe ridisegnare la storia dei rapporti tra i sardi e gli etruschi: decine di manufatti che portano scritte etrusche sono state ritrovate ad Allai, un villaggio dell’Oristanese dove, una ventina di anni fa, fu ritrovata una stele etrusca riutilizzata in periodo romano. Il primo atteggiamento della sovrintendenza è stato arrogante e supponente: sono sicuramente dei falsi, ha detto un burocrate. E lo ha fatto senza neppure far finta di vedere i reperti, di sottoporli agli esami che, soli, possono dire di che cosa si tratti.

martedì 11 dicembre 2007

I Kosovo europei

È scaduto il 10 dicembre il tempo che l’Onu aveva assegnato a Serbia e Kosovo per mettersi d’accordo sullo status della nazione kosovara. E non resta al governo di Pristina che proclamare unilateralmente l’indipendenza. A suo favore milita il Patto internazionale sui diritti civili e politici adottato dall’Onu il 16 dicembre 1966, ed entrato in vigore nel diritto internazionale il 23 marzo 1976. Secondo questo trattato “tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”.
A sfavore del Kosovo milita l’Atto unico di Helsinki, adottato nel 1975 dalla Conferenza sulla sicurezza e la collaborazione in Europa (l’attuale Ocse), nel quale si riconosce il diritto dei popoli alla autodeterminazione ma, contemporaneamente, il diritto degli Stati firmatari alla loro integrità territoriale. Su questa contraddizione si fonda il no all’indipendenza del Kosovo opposto dalla Russia, dalla Spagna e, singolarmente, dalla Slovacchia che, per conquistare la sua indipendenza, aveva violato il principio dell’integrità dello Stato cecoslovacco.
D’altra parte, questo principio a niente è valso quando hanno dichiarato la loro indipendenza Lituania, Estonia, Lettonia, Georgia, Ukraina, Moldova, Slovenia, Croazia, Bosnia, Macedonia, Montenegro, tanto per citare alcuni esempi. In tutti questi casi è prevalso, com’è giusto, il diritto dei popoli ad autodeterminarsi.
Con saggezza, i kosovari hanno deciso di lasciar passare del tempo, due o tre mesi, prima di esercitare il loro diritto. La cosiddetta “comunità internazionale”, ossia i governi europei, ha il tempo per trovare la soluzione di un certo numero di problemi: la sistemazione del problema della minoranza serba all’interno del Kosovo, l’irritazione della Serbia, la contrarietà della Russia, i timori di alcuni stati europei multinazionali (Spagna, Francia, Italia) che l’indipendenza del Kosovo dia la stura ad analoghe rivendicazioni delle nazioni europee senza stato: il Paese Basco, la Catalogna, la Galizia, la Corsica, la Sardegna fra le altre.
Non c’è alcun dubbio che, come il kosovaro, anche questi popoli (ed altri) godano del diritto, internazionalmente garantito, all’autodeterminazione. La prepotenza degli stati (in prima fila quello francese e quello spagnolo, ma anche l’italiano ha analoghe tentazioni) può opporre resistenza all’esercizio di questo diritto. Ma sta solo ai popoli decidere se esercitarlo e quando: tutto il resto è, appunto, arroganza e prevaricazione. Con i se non si fa storia, si dice, ma che cosa avrebbero fatto i kosovari se nel 1989 la Serbia di Milosevic non avesse cancellato la forte autonomia del Kosovo, chiudendo anche l’università kosovara e spingendo i giovani kosovari alla ribellione armata?

lunedì 10 dicembre 2007

Come cancellare la civiltà nuragica













La splendida domo de jana nella vallata di Locoe, che unisce Orgosolo a Nuoro, è praticamente irraggiungibile per il recinto che ingloba il monumento e una serie di fabbricati, come si vede nella foto. Non so, e del resto ha poca importanza, se il padrone del tancato e del fabbricato ha avuto dal Comune il permesso di recingere il bel monumento preistorico e di costruirgli intorno.
Sarebbe, invece, interessante sapere se ha avuto il permesso della Sovrintendenza archeologica di farlo. E di sapere come si sarebbe comportata la stessa Sovrintendenza se invece di un antico reperto della civiltà sarda si fosse trattato di un reperto fenicio, di una tomba punica o di un qualche resto romano. Non sarebbe la prima volta che l'organo dello Stato che pretende di fare il bello e il cattivo tempo in Sardegna con i lasciti dei nostri antichi si comporta come una ruspa nel tentativo di cancellarli e, comunque, di svillaneggiarli.
Basti pensare alla sorte riservata ai giganti di Monti Prama, le statue nuragiche trovate trentatre anni fa nella penisola del Sinis e da quel tempo nascoste ai sardi. Basti pensare all'ultimo protervo esempio di insensibilità: un burocrate della Sovrintendenza ha negato qualsiasi importanza ad alcuni reperti, forse etruschi, trovati dalle parti di Allai, nell'Oristanese.
Il burocrate ha risposto a chi gli segnalava il ritrovamento che non si poteva trattare di roba etrusca senza neppure degnarla di uno sguardo. Non voleva, immagino, prendersi la responsabilità di aprire nuovi studi sui rapporti fra sardi e etruschi, con il rischio di essere additato come colui che introduce elementi di disturbo nella calma piatta della baronia archeologica. Una baronia che ormai tutto ha scoperto e tutto ha sistematizzato.

martedì 4 dicembre 2007

Perché tanto interesse per l'archeologia?

L’archeologia sarda attira una buona quantità di persone, ogni qualvolta se ne parli in convegni, presentazione di libri, conferenze. A origine del fenomeno c’è, certamente, un bisogno dei sardi di identificarsi, di riconoscersi in quanto sardi, ma anche la volontà di rispondere ad un lungo processo, politico, ideologico e culturale, di negazione di una storia autonoma.
Protagonisti di questa negazione sono i governi italiani e le loro estensioni: scuola, mezzi di informazione, soprintendenze, accademie ed anche parte della intellettualità sarda che, con la sconfessione della storia autonoma dei sardi, difende la sua scelta di mettersi al servizio dello stato che la fa vivere e sopravvivere.
Era sardo lo storico Manno che attribuì ai fenici la costruzione dei nuraghi, sono sardi gli archeologi che fanno dipendere la civiltà nuragica da quella micenea, lo sono quelli che per negare l’evidenza della mobilità degli antichi sostengono che le navicelle nuragiche erano delle semplici lampade votive. Non sono sardi quelli che da quasi trentacinque anni tengono sequestrate le gigantesche statue nuragiche di Monte Prama, ma troppi sardi contribuiscono ad involgarire la loro straordinaria importanza storica. Sono, è chiaro, solo pochi esempi della corruzione culturale in atto da tempo.
Non c’è dunque di che stupirsi se studiosi indipendenti si danno da fare per tirare fuori della nebbia artificiale sparsa dalla baronia archeologica segmenti di storia fino ad ora negata. Non tutti gli studi fatti e pubblicati hanno il rigore necessario, ma quasi tutti sollevano questioni sepolte e spingono la baronia archeologica e le sovrintendenze ad abbandonare la comodità del già detto, del già assodato, del già certificato spesso sulla base di una ripetizione dell’errore.
Erodoto scrisse che gli shardana venivano dalla capitale della Lydia, Sardi. E questo hanno ripetuto generazioni di archeologi, soprattutto sardi e italiani, dando per scontato che Erodoto non poteva sbagliare e senza neppure preoccuparsi di andare a scoprire a quando diavolo risalisse la città di Sardi. Lo hanno fatto due università americane, scoprendo che Sardi fu fondata quando gli shardana scorrazzavano per i mari da almeno duecento anni. Parola di faraoni, che con questi guerrieri ebbero a che fare. Non accomodandosi nella facile ripetizione dell’errore, l’archeologo sardo Giovanni Ugas ha scoperto che gli antichi sardi, gli shardana, non venivano affatto dalla Lydia; non erano orientali, ma occidentali.
Molti conoscono l’ipotesi avanzata da Sergio Frau sulla coincidenza fra Sardegna e l’isola di Atlante. Moltissimi sono d’accordo con lui, molti altri dissentono, altri hanno emesso scomuniche contro il giornalista sardo-romano. A nessuno che abbia mezzi e autorità per farlo è saltato in testa di fare l’unica cosa possibile: andare a verificare sul campo (le valli dei Campidani) se Frau dice davvero bugie.
Molti altri sono venuti a conoscenza degli studi che il professore oristanese Gigi Sanna ha fatto sulle scritte trovate qua e là in Sardegna che, ne è sicuro, certificano come i sardi nuragici conoscessero la scrittura e la usassero. Frau e Sanna hanno udienza in tutta Europa non solo fra persone non esperte ma anche fra seriosi professionisti della ricerca archeologica. Anche in Sardegna hanno ascolto, ma non nel mondo della baronia. Che dileggia. Un po’ come fecero nell’ottocento quelli che, convinti che Troia fosse una invenzione poetica di tal Omero, presero in giro il commerciante tedesco Heinrich Schliemann. Di lui si sa che davvero trovò Troia. Dei suoi saccenti detrattori nessuno ricorda neppure il nome.