mercoledì 21 settembre 2011

Origine del toponimo Bonarcado

di Massimo Pittau

Bonarcado (Bonárcado) (villaggio del Montiferro in provincia di Oristano). L’abitante Bonarcadesu.-

Se non conoscessimo le forme che questo toponimo ha avuto in epoca medioevale, sarebbe impossibile a chiunque prospettarne una etimologia esatta. Ebbene, queste forme sono Bonarcanto, Bonarchanto, Bonarkanto, Bonarckanto del Condaghe di Santa Maria di Bonarcado(ad es. num. 172), le quali riportano con sicurezza al greco bizantino Panáchrantos «Tutta pura, Purissima, Immacolata», attributo della Vergine Maria, la quale è venerata in un piccolo santuario del villaggio, che risale all'epoca bizantina (LCSB 34).
Per il vero questo vocabolo greco-bizantino, non più compreso dai Sardi, è stato da loro sottoposto a una paretimologia ed interpretato come Monarcatu«Monarcato» (perfino il citato condaghe è intitolato in questo modo) e Bon'accattu «buon accatto o ritrovamento» (DICS I 117), quest'ultima denominazione riferita alla leggenda del rinvenimento del simulacro della Vergine fra i cespugli che circondano il santuario.-
Ovviamente il villaggio è citato numerosissime volte nel condaghe che prende nome dal santuario, anche come Bonarcatu, Vonarcatu, Bonarcadu, ecc. E numerose volte è pure ricordato nel Codex Dilomaticus Sardiniae (CDS)e nel Codice Diplomatico delle relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna (CDSS). Ancora parecchie volte è citato fra le parrocchie della diocesi di Arborea che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS). Ed ovviamente è citato nella Chorographia Sardiniae (194.13) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Bonarcadi.**

**Estratto dall'opera di M. Pittau, "I Toponimi della Sardegna (2)" - I Macrotoponimi, Sassari 2011, Edit. EDES (pagg. 785-786).

martedì 20 settembre 2011

Pugilatori con lo scudo in testa!

di Franco Laner


Massimo Pittau ed io pensiamo che i Giganti di Monte Prama siano telamoni.
Il professore ha sviluppato l sua tesi in una pubblicazione “Il Sardus Pater e i guerrieri di Monte Prama”, Edes ed., Sassari, 2008. La mia è un capitolo di “Sa ‘ena”, ed. Condaghes, Cagliari, 2011, che presenterò a Cagliari fra due settimane, il 30 settembre.
Lui arriva alla sua idea con ragionamento storico e ricerca sulle fonti, ma anche con intuizione. La mia, che prende spunto dalla sua, è sostenuta da semplici ragioni di gravità, o se vogliamo da considerazioni che appartengono alla mia disciplina.
Figura 1: Perseo con testa di Medusa di 
Antonio Canova. Mi scuso col mio conterraneo 
di indurre a guardare l’arte con l’occhio 
dell’ingegnere.
Una statua di pietra deve fare i conti con la resistenza del materiale. La pietra resiste ottimamente a compressione, ma a trazione è poco affidabile e vulnerabile e perciò la composizione della figura ha dei vincoli fisici che debbono essere rispettati, proprio perché la gravità non fa sconti! Ed alcune delle sue parti si possono rompere. Una statua è una “struttura” ed il suo artefice deve possedere forti nozioni di statica!
Ovvio, se il materiale è bronzo, problemi non ce ne sono, vedi i Bronzi di Riace. E la Statua della Libertà di New York? Sta su, specie il braccio con la fiaccola, perché Eiffel, sì proprio Gustave Eiffel, quello della Torre parigina o delle Chiuse di Panama o dei leggiadri ponti sul Garabit, ha progettato e calcolato l’ossatura di ferro della statua.
Bene, i Guerrieri hanno lo scudo e i frammenti ritrovati indicano che il gomito ha contatto con lo scudo. Bisogna allora escludere che un braccio possa sostenere lo scudo. Lo scudo è spesso più di 5cm, quindi pesante, impossibile da reggere!
Quale l’espediente dello scultore?
Mi sia permessa ora una breve digressione che ho elaborato bloccato come per magia osservando la statua di Perseo con la testa della Medusa scolpito dal Canova (1). Il braccio che solleva la testa piena di serpenti è teso, la testa deve essere esibita!

lunedì 19 settembre 2011

Mastino chiede tempo

di Roberto Bolognesi

Attilio Mastino, Rettore Magnifico dell’Università di Sassari, finalmente, ammette che la sua università non è in grado di tenere tutti i corsi di formazione degli insegnanti, usando il sardo come lingua veicolare: http://www.francopiga.it/francopiga/index.php/uri-ss-arvada-2011/533-uri-2011-attilio-mastino-2.html

“Manca la competenza del sardo” dei docenti, ammette onestamente Mastino e chiede comprensione e tempo per preparare docenti e materiale.

È un passo avanti, bisogna ammetterlo, in quella che lo stesso Mastino ha definito una “guerra”. Guerra contro chi? Contro il piano triennale per la lingua e la cultura sarda, è chiaro.

Insomma, l’ateneo turritano sembra avviato sulla strada del riconoscimento del fatto che le leggi—perfino quelle regionali—vanno rispettate perfino da loro.

Un bel passo avanti rispetto a quella pretesa di prendersi i quattrini dei contribuenti sardi per farsi gli affari loro, che ancora all’inizio dell’estate costituiva lo sfacciato leitmotiv dei nostri eroi.

Rimane un punto da chiarire.
Il piano triennale che i Sassaresi vogliono venga emendato per venire loro incontro, è quello 2008-2010. Cioè, I Sassaresi hanno avuto ben tre anni di tempo per prepararsi, ma non  l’hanno fatto.

Che fare?

Visto che, oltretutto, Mastino rivendica orgogliosamente la legittimità dei corsi di “Botanica vegetale della Sardegna” e di “Filosofia amorale degli atenei della Sardegna”, direi che sia davvero ora di insegnare a questi signori quello che perfino Berlusconi è costretto a imparare in questi giorni.

Le leggi e le regole vanno rispettati.

Et alors: “Les jeux sont faits. Rien ne va plus!”

domenica 18 settembre 2011

Cantos fimus in Sardinna sende mannos

di Mikkelj Tzoroddu

Sulla popolazione della Sardegna
Pensiamo che ben pochi conoscano il metodo privo di qualsiasi base storica e demografica adottato per ottenere il numero degli abitanti dell’isola, per l’epoca romana. Proprio in questa luce, disapproviamo con asprezza il contenuto di tutti i testi storici moderni che riportano risibili dati come 150.000 e 300.000, perché frutto di una scopiazzatura che solo un pigro scolaro ha il coraggio di riportare.
Infatti, tutto risale a Carlo Giulio Beloch, che 120 anni addietro nella sua Bevolkerung suppone per la Sardegna allo scadere dell’ultimo millennio a.C., 250-300.000 abitanti.
Ma altri autori, prima dello studioso prussiano, stilarono una loro ipotesi sulla consistenza abitativa della nostra isola per lo stesso periodo. Il primo che ricordiamo fu F. Gemelli che calcolò con 50 pagine di varie argomentazioni, tra cui quella relativa alla produzione del grano, in 1,8 milioni, gli abitanti dell’isola.
Tale dato fu accettato anche dal Manno e suffragato in essa da pertinenti argomentazioni. Successivamente P. Castiglioni prendendo, prima del Beloch, come riferimento di calcolo, gli 80.000 di Tiberio Gracco, ma avendo considerato quella cifra doversi riferire solo a due delle cinque popolazioni dell’isola, sfruttando parametri moltiplicatori diversi, ricavava una popolazione di 3 milioni di abitanti.
Anche E. Pais dedicò alcune pagine all’argomento, ma non azzardò calcoli e dedusse il dato di cui stiamo discorrendo, rifacendosi ad indicazioni di Diodoro e Seneca, sulle quali ritiene di approssimare la popolazione della Corsica a 100.000 anime (falsando il risultato aritmetico, perché il dato ch’egli ricava è pari a sessantamila) deducendo che, poiché ai suoi tempi esiste un rapporto di 1/3 fra gli abitanti di Corsica e Sardegna, nell’età romana la seconda dovesse assommare una popolazione di 300.000 persone. Tale metodica approssimativa, del sardo-piemontese, si spiega in questi termini: egli non apprezzò il lavoro del Beloch infatti, nei riguardi della Bevolkerung dichiara: «peccato che in quest’opera le congetture, talora eccessive, predominino sui dati positivi e sicuri», ma nello stesso tempo, ritenne prudente condividere il dato del Prussiano. Pertanto egli condusse una diversa riflessione ma, abbiamo visto, anch’egli per il tramite di “congetture, talora eccessive”. P. Meloni, rilascia due dati, il primo, che prende dal prussiano, indica essere «grosso modo 300.000 abitanti», per il secondo va in ricalco del procedimento del Pais, pur mantenendo la coerenza aritmetica venuta meno al suo modello ed infatti ha un risultato pari a 150.000. A. Mastino, esprime a sua volta un dato che reputa: «al di sotto dei 300.000 abitanti», con chiara indicazione del dato belochiano.


sabato 17 settembre 2011

Il 25 a Oristano la riunione dei leader indipendentisti che per anni si sono divisi senza produrre riforme. Ce la faranno?

di Adriano Bomboi  (www.sanatzione.eu)

Il 25 settembre si riuniranno ad Oristano i movimenti indipendentisti che hanno aderito al progetto di convergenza nazionale proposto il 27 aprile scorso a Thiesi da A Manca pro s’Indipendentzia.

Si tratta di Sardigna Natzione, IRS, PAR.I.S., ProgReS e naturalmente AMPI.

Si tratta di un momento importante che ci auguriamo porti proficui risultati. Ma, nonostante le importanti battaglie portate avanti nel corso degli anni da questi leader, dobbiamo constatare i seguenti limiti:
1) Chi parla di unità sono in diversi casi gli stessi dirigenti indipendentisti responsabili delle divisioni politiche e delle tensioni sorte all’interno dell’autonomismo e dell’indipendentismo Sardo nell’ultimo decennio.
2) Chi parla di pluralismo sono gli stessi dirigenti di movimenti che portano avanti, divisi, programmi politici pressoché identici. 3) Chi parla di unità sono gli stessi dirigenti indipendentisti non votati dal Popolo Sardo e non eletti in alcun consesso sociale, e pertanto politicamente spogliati del diritto di parlare in vece dell’isola nel momento in cui evitano il confronto con terze personalità e forze politiche operanti in Sardegna a tutela degli interessi della collettività. 4) Di conseguenza chi parla di unità sono gli stessi dirigenti politici che hanno volontariamente eluso dal dibattito tutte le principali forze sardiste, tra cui il Partito Sardo d’Azione (promoter della mozione indipendentista in Consiglio regionale che ha riavviato il dibattito sulle riforme), Rossomori e Fortza Paris. 5) Chi parla di unità sono gli stessi dirigenti indipendentisti che eludono dal dibattito un potenziamento delle forze sindacali a tutela della Sardegna, tra cui la Confederazione Sindacale Sarda. 6) Chi parla di unità sono gli stessi dirigenti indipendentisti che non hanno mai proposto una bozza di riforma istituzionale della Sardegna. 7) Chi parla di unità non è stato investito da alcuna benedizione divina nel poter parlare a nome dell’indipendentismo sardo, in quanto questi ormai estesosi ben oltre gli angusti spazi di movimenti che hanno lavorato poco ed insufficientemente per riformare se stessi prima che le istituzioni dell’isola.
Il rischio di autoreferenzialità da parte di tali sigle è manifestatamente elevato, ci si augura che il 25 venga quantomeno siglato un accordo di base affinché prendano forma nuove ipotesi di collaborazione nel quadro delle principali vertenze dell’isola. Un nulla di fatto non farebbe che confermare la necessità di superare classi dirigenti autoproclamatesi detentrici di battaglie che da sole non possono portare avanti.
Grazie.

Nuraghi dimenticati e leggende che offendono la storia

di Giorgio Valdes

Leggo alla pagina 2 della Nuova Sardegna di ieri, 30 Agosto, dell’occasione mancata di inserire i nuraghi tra i patrimoni Unesco dell’Umanità.
Vengono poi rappresentati come offensivi della storia, sia la proposta di legge Nurat avanzata dai Riformatori, sia alcuni spot promozionali (www.gtnstudios.com ), pluripremiati nei concorsi nazionali riservati ai professionisti della pubblicità, ma con il difetto di non piacere a Michela Murgia.
Ho partecipato ai lavori preparatori di quelli che vengono indicati come mega-spot (voglio pensare che il mega si riferisca alla loro qualità, perché il loro costo non ha assolutamente niente di mega) ed ho anche collaborato alla stesura del ddl Nurat, di cui si parla molto, ma difficilmente se ne comprendono i fini e le opportunità che potrebbero derivare da una sua conversione in legge.
In merito al primo articolo, il fatto stesso che si proponga la sostituzione del patrimonio nuragico con quello proveniente dal periodo fenicio punico, è la palese dimostrazione del tiepido interesse che mostra il mondo accademico locale nei confronti dell’epoca più rilevante della nostra civiltà, quando l’isola svolgeva un ruolo egemone nel Mediterraneo (lo afferma anche il professor Ugas), al contrario dei periodi successivi che ci hanno visto dominati, o bene andando colonizzati.
Al contrario, la scarsa passione nei confronti della colonizzazione fenicio punica e della dominazione romana, trova la sua più evidente espressione nell’inesistente interesse che Cagliari ha sempre dimostrato verso la necropoli di Tuvixeddu, perennemente esorcizzata come luogo di degrado e di perdizione (sino a quando qualcuno ha deciso che il mondo intero non poteva farne a meno) e dell’anfiteatro romano, già discarica a cielo aperto ed oggi in predicato di ritornare tale.
Ben diverso sarebbe proporre l’intero nostro patrimonio megalitico, vera icona identitaria della Sardegna, come patrimonio dell’umanità, ma occorrerebbe essere estremamente determinati e convinti, cosa di cui dubito fortemente ed il contenuto del vostro articolo me lo conferma.
Per quanto riguarda la “donna svolazzante” che appare in uno dei due filmati richiamati nell’articolo, essa vuole certamente simboleggiare la dea madre, ma se qualcuno volesse riconoscersi un elfo è ovviamente liberissimo di farlo, senza che ciò sposti di una riga il giudizio espresso dalla giuria del più importante concorso italiano riservato ai professionisti della pubblicità, che ha assegnato al filmato dieci premi, tra cui quello per il miglior spot istituzionale italiano, soprattutto per la sua intrinseca capacità di suscitare emozioni.

sabato 10 settembre 2011

Una lumaca ci svela le rotte della navigazione neolitica

di Atropa Belladonna

Figura 1: siti di distribuzione e campionamento per Tudorella sulcata
La filogeografia è una disciplina relativamente nuova: associando la distribuzione geografica di determinati individui alla genealogia di alcuni geni selezionati da essi, si propone di studiare i possibili processi storici che hanno condotto, nel corso dei millenni, a tale particolare distribuzione. La filogeografia statistica fa, dal 2002 circa, un passo in più: evitando il più possibile conclusioni ad hoc e soggettivamente plausibili, adatta i metodi della statistica demografica alla filogeografia, allo scopo di giungere a conclusioni il più possibile oggettive. Una tale scienza moderna è finita inevitabilmente su una delle più moderne riviste accademiche, PLoS One, completamente free access, il cui unico criterio per la pubblicazione è la rigorosità degli esperimenti riportati.  E ci è finita portandovi la possibile storia dell' antica navigazione da e verso "la più grande delle isole del Mediterraneo: la Sardegna. Ricercatori francesi e tedeschi, colpiti dalla anomala distribuzione di una lumachina terrestre, Tudorella sulcata, in alcune aree mediterranee (Figura 1), hanno deciso di ricostruire la storia della sua origine e dispersione. Per stare tranquilli hanno usato come marcatori sia un gene mitocondrale che uno nucleare, oltre ad informarsi meticolosamente sulle abitudini di vita di questo animaletto terrestre. Abitudini che non giustificano la loro diffusione se non per mezzo di vettori di navigazione umana. Il tutto iniziò circa 8000 anni fa, millennio più millennio meno. L' analisi statistica supporta l 'intuizione visiva immediata: il modello derivato dai dati suggerisce una espansione dalla Sardegna verso Algeria prima e Francia poi. Delle lumache, s' intende: ma quali uomini le trasportarono? posso soggiungere che siamo un pò prima dei "so-called Phoenicians"?

Jesse R, Véla E, Pfenninger M (2011) Phylogeography of a Land Snail Suggests Trans-Mediterranean Neolithic Transport. PLoS ONE 6(6): e20734.