mercoledì 7 settembre 2011

Il convegno di Domus de Maria

di Leonardo Melis





IL CONVEGNO di DOMUS de MARJ(A).. L'intero programma.
I canonici E l'eretico: MINOJA, BERNARDINI, STIGLITZ, PERRA&C.. VS LEONARDO MELIS

martedì 6 settembre 2011

A proposito del nuraghe Tzricotu

di Giorgio Valdes

Mi limito ad osservare che il nuraghe Tzricotu si inserisce in un compendio che, a parte la presenza di Monti Prama, mi aveva particolarmente incuriosito sia per il numero di nuraghi che per la loro collocazione planimetrica.
Il 17 Settembre 2010 avevo pubblicato su questo blog alcune considerazioni sulla pianificazione territoriale in epoca nuragica, conseguente ad una mia indagine effettuata su tutti i fogli IGM della Sardegna
Foglio IGM 528 IV di “S.Salvatore” 
Il foglio 528 IV di “S.Salvatore”, che comprende anche il nuraghe in questione, fornisce probabilmente uno degli esempi più evidenti di quanto da me riferito in merito agli allineamenti e consente anche di ipotizzare la posizione di altri probabili manufatti megalitici  lungo le linee di collegamento dei nuraghi (tutti allineati a gruppi non inferiori a tre) o lungo le loro prosecuzioni, considerato che i fogli IGM riportano complessivamente poco più di 3.100 nuraghi, quantità di gran lunga inferiore rispetto a quella stimata.
Alcune di queste direttrici si incrociano peraltro in punti  singolari di grande interesse, come “Punta Pirastu”, Punta “Conc’Ailloni” e “Punta Urachi”, dove è probabile che esistano altri resti nuragici non segnalati sulle carte IGM.
Racconto tutto questo perché, come si potrà notare nella porzione della citata mappa IGM che allego (mi scuso per la qualità ma è stata  fotografata in modo dilettantesco), gli allineamenti che ho indicato in rosso definiscono un compendio abbastanza circoscritto e “nuragicamente denso”, che meriterebbe un’indagine puntuale ed accurata proprio in corrispondenza delle predette direttrici e dei relativi punti di intersezione.
Indagine che probabilmente consentirebbe di portare alla luce interessanti reperti, che si aggiungerebbero ai guerrieri di Monti Prama ed alle tavolette di Ziricottu o Tziricotu. 

domenica 4 settembre 2011

Altro che pintadera, è un gomitolo!

di Franco Laner

Stamane, privatamente, un frequentatore del Blog di Pintore mi ha chiesto spiegazione di un riferimento poco chiaro che ho fatto a proposito di un abbaglio che ho preso sulla pintadera.
Ho usato un esempio personale in un mio recente intervento sulle tavolette di Tziricotu postato da Atropa Belladonna per dire come sia facile prendersi troppo sul serio, anche quando gli elementi di conoscenza appaiano inequivocabili. Ecco la questione.
Fig.1 Dal libro “Etruschi” di Antonella 
Magagnino, ed White Star, Vercelli
Nel capitolo 7 del mio recente libro “Sa ‘ena” , quello sulle pintadere, ho riportato un cratere etrusco (Figura 1) dov’ è raffigurata –così pensavo- una pintadera. La scena nuziale rientrava nella mia convinzione che le pindarere marchiassero il pane delle feste, ma soprattutto non trovavo alcuna differenza fra la pintadera quadripartita fotografata da Cannas al Louvre (Figura 2) o la Teti o l’uguale Orroli (due sole sono le pintadere uguali fin’ora trovate in Sardegna) e quella del vaso.
Quale interessante coincidenza e quale conferma alle mie supposizioni!
Fig. 2 Pintadera iraniana, 
Louvre, fotografata da Cannas
Avevo chiesto aiuto ad alcuni specialisti (un prof di Bologna ed uno di Napoli) per saperne di più, ma non ebbi risposta né sull’oggetto, né sulla sua simbologia. Ho rivisto casualmente un paio di mesi fa lo stesso simbolo su di un cratere pugliese (Figura 3) e ne ho parlato con Daniel Sotgia, altro blogger di Pintore.
Anche lui incuriosito, si è rivolto all’università di Padova e le archeologhe Baggio e Salvatori gli hanno risposto che sono gomitoli di lana. Qualcuno pensa anche che siano palle, comunque di lana o stoffa. Quest’oggetto appare frequentemente in associazione con figure di giovani donne, assieme allo specchio, a cofanetti, stole…Schneider Hermann spiega che la palla potrebbe avere il significato del passaggio dall’adolescenza alla maturità sessuale: le palle indicano i giochi che bisogna abbandonare.
Fig. 3 Cratere proveniente da una colonia pugliese 
della Magna Grecia, IV sec. a. Cr., British Museum, 
da Storica, pag. 24, maggio 2011
L’episodio di Nausicaa ed Ulisse è significativo. La principessa si era recata al mare per lavare le vesti in vista delle prossime nozze, quando incontra, appunto giocando a palla, il naufrago Ulisse.
Innamorato della mia idea, ho ripreso a cercare, non convinto che il cerchio quadripartito con chevron fosse una palla o un gomitolo! A darmi la mazzata definitiva è stato un vaso apulo del Pittore di Dario, v. particolare 4, ridisegnato da Bendinelli, 1919, in cui si vede chiaramente come l’oggetto sia una sfera, non un piano!
Fig. 4 Particolare di un vaso apulo 
della cerchia del Pittore 
di Dario (da Bendinelli,1919)




Gomitolo (es filo per uscire dal labirinto) o palla, entrambi comunque di valore simbolico, forse non hanno alcuna attinenza con la pintadera…
Certo, sono deluso, ma anche convinto che la ricerca debba contemplare l’insuccesso, specie se si lavora con umiltà e col confronto. I navigatori solitari oggi non ci sono più!

mercoledì 24 agosto 2011

Juanne Franziscu

di Mikkelj Tzoroddu

La vita, quasi fosse una gara (solitamente legata al nostro privato più segreto) che siamo costretti a vincere per assaporarne fino l’intima stilla, rende talvolta manifesto il nostro personale agone, senza chiedercene il permesso.
Ma, dall’esterno (certo la parte meno sensibile, come il sottoscritto) tal cosa non è immediatamente percepita come una grande gara. A volte la si visualizza come semplice passaggio d’un guado. La connotazione del “superamento del guado” (estivo), ovvero della necessità di incorrere in quella bisogna, viene con molta riservatezza comunicato dall’atleta ai suoi amici, certo per non preoccuparli, ma soprattutto perché di passaggio privato trattasi. Pertanto, egli tende a minimizzare i pericoli insiti in questo specifico superamento del guado, verso coloro che sono all’esterno del suo intimo personale vivere, ma (forse) anche verso se stesso, perché importante è vivere in proiezione positiva.
Essendo, quindi, ormai a tutti chiaro essere di fronte ad una importantissima competizione, come accade nel seguire qualsiasi gara, si forma una sempre più folta schiera di tifosi, prima muta, ma che poi inneggia, sollecita, sospinge con incitamenti, incoraggia con parole dolci, ma severe, esplode in un grido di soddisfazione per il raggiungimento di una meta intermedia, inneggia a gran voce il nome dell’Amico in gara, lo rincuora e lo tira su quando cade, corre insieme a lui, lo tocca per fargli sentire la sua vicinanza, gli porge un frutto per rinfrancargli le membra, gli dà un grido nell’orecchio per farlo sentire più forte, lo vede che va ben oltre la metà del guado, con lo sguardo e con le grida lo sospinge ed alfine lo vede correre libero al di là del guado, nel più pieno possesso delle sue ristorate forze.

Eja, Franziscu, gai d’ido e gai d’idene tottu sos amicos ki d’ana a iscrier como.
Torra coittande, ca custu blog nos serbiti, at a essere su tuo, ma serbiti a nois, non bi lu iskias?

domenica 7 agosto 2011

Ma quale flottiglia, era solo una flottina!

di Stella del Mattino e della Sera

L’ armatore nuragomane Sextus Nipius è ridotto ai minimi termini. La navicella era solo una. Ancora una volta ho risolto un mistero.  E segnato due puntini. Lilliu, Sculture della Sardegna Nuragica. Nr. 276. Una scritta in latino sul fianco, una scritta in latino sul fondo. Tramandata di generazione in generazione, in una famiglia, fino a divenire proprietà di un ricco signore provinciale, in età romana. Come giustamente suggerito dal Patroni nel 1904 e dal Pais nel 1910. Che in questo modo si resta al passo coi tempi.  

martedì 2 agosto 2011

Amici e nemici

di Francu Pilloni

I miei nemici sono i miei amici.
Buttata giù così, questa dichiarazione sembra fatta per banalizzare il messaggio evangelico, ma il significato resta sibillino. Voglio affermare, fuori dagli equivoci, che gli amici che ho sono i miei unici nemici. Non lo sostengo perché infermo di mente o uso ad andare contro corrente, per fare del sensazionalismo a buon mercato e senza senso, per amore di contraddizione o di giochi di parole. Lo dico perché lo penso e lo penso perché a questa conclusione sono pervenuto mediante un lungo, non sempre lucido, ma pacato ragionamento. Eccolo.
Andiamo con ordine: sono partito dalla constatazione realistica, se non proprio cinica, secondo la quale è invalsa la prassi di misurare il valore di un uomo dal numero dei suoi nemici. Non so, non ricordo, se la formulazione dell’assioma sia antico o recente, né conosco il nome di chi l’ha formulato per primo, non ho intenzione di addossarla al solito Andreotti, anche se affiorano incontestabili affinità elettive.
Esiste comunque un riscontro positivo verso il parametro di giudizio innanzi espresso da parte di chi vive una vita sociale, lavorativa o politica, e i casi concreti, tratti dalla cronaca o dalla storia, o ancora più semplicemente dalla personale esperienza di ciascuno, ben amplificati nei toni, nei tempi e nei modi, costituiscono dei binari paradigmatici su cui far correre il treno delle proprie presunzioni. Detta più alla buona, la faccenda si presenta come una sfida in cui si contano i nemici propri o di qualcun altro, ma più spesso i propri, veri o presunti, come se ad ogni nemico corrisponda un punteggio da sommare in un’immaginaria classifica di un campionato di calci e pugni, perlopiù simbolici ma non meno dolorosi. Più grosso il nemico, quanto più subdolo e potente, tanto più rilevante è il punteggio che ci si annette, indipendentemente, a volte, che la relativa partita sia stata vinta o persa.
È così prepotente la smania di contare e sommare i propri nemici che spesso qualcuno se li inventa. Per stare nel concreto e nel mondo piccolo di questo blog o nei suoi dintorni, non abbiamo sperimentato come un qualsiasi “signor nessuno” assurgesse prepotentemente alla ribalta solamente perché ha inteso crearsi dei nemici con le sue inverecondie? E quanti hanno eretto a simbolo della loro rivalità un Sergio Frau o un Gigi Sanna, giusto per restare agli argomenti che qui più si discutono, solo per fare punteggio contando sulla grandezza dei loro avversari?
Seguendo questa logica, a chi non piacerebbe avere per nemico un Obama, tanto per fare un nome, o lo stesso Berlusconi? Oppure, uscendo dal campo della politica e svariando nell’arte, nel sociale e nello sport, a chi non piacerebbe bisticciarsi con Umberto Eco o con Eugenio Scalfari, col proprio arcivescovo o con la Federica Pellegrini? Si pensi alla grandezza di questi nemici, al punteggio acquisito, all’importanza che si assumerebbe di fronte ai conoscenti e al mondo intiero! Quanta e più che se li si considerasse propri amici.
Evenienza che a me è preclusa perché, se è vero che io conosco tutti questi personaggi per il nome, per la faccia e per quanto hanno detto e fatto e ancora fanno, è altresì veritiero che nessuno di essi conosce me, né di nome, né di fatto. Posso dunque essere io il nemico misterioso, l’incubo notturno per qualcuno di loro? Ragionevolmente direi proprio di no e lo spero con tutto il cuore perché io sono un uomo senza nemici. E se sono senza nemici, piccoli o grandi che siano, ho zero punti in classifica e non conto proprio niente. Me ne dovrei dolere e forse qualche volta me ne sono rammaricato. Ma è acqua passata e passata da tanto.
Non sono però così fuori dal mondo per non capire che avere nemici, competitors dice Obama, è un grosso stimolo a far bene, a non sbagliare, a migliorarsi. Pungoli tutti che evidentemente a me mancano. In compenso ho degli amici: non sono tanti, non sono legati a ciò che faccio o a ciò che dico, sono soprattutto persone legate da una simpatia istintiva, che mi accettano così come sono, con tutti i miei limiti. Questa situazione, che pure mi sono creato e che accetto, rappresenta per me nessuna delle possibili motivazioni che mi spingano a migliorarmi, a far meglio le poche cose che riesco a fare più o meno decentemente, dato che, qualsiasi intrapresa porti a termine o lasci a mezza strada, sono sicuro che i miei pochi amici non ritireranno la loro amicizia, di cui vado fiero.
E questo, a ben vedere, non è un bene per me.
Se ora asserisco nuovamente che i miei amici sono, in concreto, i miei nemici, gli unici che ho, sbaglio di molto?
Qualcuno, a questo punto, potrebbe scuotere la testa per darmi ragione, ma non s’illuda che stia facendo il mio bene: mi contraddica invece e si erga a mio nemico e rivale, perché ne ho proprio bisogno: ho ancora zero in classifica.

sabato 30 luglio 2011

La Dea di Sardara

di Mikkelj Tzoroddu

Entriamo subito nel vivo, col dire che il bucranio simboleggia la capacità inseminatrice dell’uomo. In effetti, il bucranio, nel suo significato apparente è la rappresentazione della testa del bue con i suoi principali attributi, ovvero del toro. Ma, il toro è animale riproduttivo per eccellenza, al quale si ricorre per la fondamentale, quotidiana necessità del latte per l’alimentazione. Anche la testa dell’ariete ricorre, in quel novero di espedienti simbolici, con la stessa frequenza, perché anch’esso è mezzo indispensabile per la quotidiana razione di latte per l’alimentazione. Pertanto, senza l’assolutamente necessario contributo di questi due preziosi animali, tutte le umanità di tutte le epoche, forse, non sarebbero sopravvissute o almeno, non interamente. La stessa umanità dei nostri giorni non ne può fare a meno. 
La dea di Mas Caplier                      La dea di Sardara
Quindi l’ariete ed il toro rappresentano, soprattutto, forza soprannaturale di generazione e alimentazione; soltanto poi e per gli effetti indispensabili di quella alimentazione “divina”, essi risultano essere patrocinatori della vita. Ma, uno degli attributi principali della Dea e della donna (forse fin dagli inizi del Paleolitico superiore) non è proprio quello di madre nutrice, rappresentata con i seni traboccanti del prezioso nutrimento?. E, quale migliore patronato può essere ad esse accostato, se non il potentissimo toro (od ariete), per esaltare in massimo grado quella loro funzione? Pur tuttavia, il bucranio, cioè la testa del toro, è proprio il simbolo che rappresenta la funzione fecondatrice dell’uomo, certo idealmente esaltata dall’accostamento con la bestia.