mercoledì 7 aprile 2010

L'Ue discrimina l'italiano. Per la serie: chi la fa l'aspetti

Chi, come i sardi, subisce da decenni la discriminazione linguistica, non può gioire della discriminazione che l'Unione europea sta in questo periodo facendo nei confronti della lingua italiana. Neppure per un senso di rivalsa, del tipo: provate un po' voi italofoni come ci si sente discriminati. La vicenda è nota e sta mobilitando le élites nazionaliste granditaliane: la Ue ha escluso l'italiano come lingua di esame in alcuni concorsi che potranno essere svolti in inglese, francese e tedesco. Non in spagnolo, né in lituano, né in maltese, né in fiammingo, tanto per fare qualche esempio, per non parlare delle lingue delle minoranze nazionali che pure l'apposita convenzione europea tutela.
Ma di queste lingue, chi se ne frega? Il dramma è che non ci sia l'italiano. Trovo una bestialità, frutto della perversa burocrazia dell'Unione, la discriminazione di qualsiasi lingua, ufficiale o no, e tanto più la decisione è idiota in quanto a farne le spese è un grande lingua di cultura come l'italiano. Ma il mio sdegno qui finisce. Lo Stato italiano, con i suoi governi di destra, di sinistra, di su e di gù, non ha alcuna credibilità in materia di democrazia linguistica. Ha sì partorito, con cinquanta anni di ritardo sulla Costituzione, una legge che tutela le lingue che in Europa si definiscono delle minoranze nazionali e qui “storiche”, ma non ne finanzia adeguatamente la tutela e lo sviluppo.
Va detto che, nonostante ciò, la politica italiana è millanni in avanti rispetto alle élites intellettuali che spadroneggiano nei media e che irridono alle lingue minorizzate; ciò non toglie che sia arretrata paurosamente rispetto alle prescrizioni della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali e della Carta europea delle lingue che, del resto, il Parlamento italiano non ha ancora ratificato, diciotto anni dopo la sua emanazione. Così che il governo italiano e i suoi sodali di ogni parte dovrebbe mostrare almeno un attimo di vergogna, prima di scagliarsi contro l'Unione europea rea, al massimo, di riservare agli italiani il trattamento che l'Italia riserva alle lingue minoritarie.
Salvo quelle, naturalmente, che, godendo come il sudtirolese e il valdostano, di protezione internazionale, l'Italia è costretta a tutelare.

martedì 6 aprile 2010

Invito ai Sardi di buona volontà: insieme contro il "Golfo dei Fenici"

di Leonardo Melis

Mi riferisco al blog dell'amico Pintore e allargo anche ad altri blog e forum di persone di buona volontà, Sardi e amici della Sardinia, che vogliono dimostrare che non siamo solo locos e maleunidos.
Mettiamo da parte l'ascia di guerra almeno per un poco e uniamo le nostre forze di studiosi e appassionati di Sardinia nostra. Una causa comune che butti alle ortiche questa oscenità del “Golfo dei Fenici”. Già una volta raccolsi le firme contro questo tentativo, ma qualcuno tentò di strumentalizzarlo e dovetti annullare la raccolta di firme (che fu ripresa poi da Gianfranco).
In una conferenza nella sala Inpdap di Oristano chiarii il mio pensiero e puntai il dito contro amministratori locali e regionali, dicendo loro che stavano di fronte a un momento storico di cui avrebbero dovuto render conto ai Sardi. Noi – dissi – non siamo contro il Parco dei Fenici. ma contro il tentativo di cambiare il nome al Golfo di Oristano in quello di Golfo dei Fenici.
Proprio a Oristano presenterò la scoperta della Ziggurat e del documento scritto di Pozzomajore, con Gigi Sanna e altri amici. In quell'occasione io attaccherò questo ennesimo tentativo di defraudarci del nostro patrimonio storico e linguistico.
Invito quanti qui scrivono di Sardinia e si sentono contrari a questo tentativo: Dedalo, Illiricheddu, Sanna, Poddighe, Pittau, Zedda, Montalbano,  Pintore e tutti gli altri a fare causa comune questa porcheria.
Poi potremo riprendere a battagliare su Shardana=Nuragici, Shardana-No Nuragici, arrivo non arrivo dei Shardana, etc etc. Mi pare che anche alcuni altri stiano preparando conferenze a Oristano e altrove. Io, se potrò, andrò alle loro conferenze a dar manforte. Mi aspetto altretanto da loro.
Sotterriamo antichi rancori, per ora. Rispolveriamo l'antica unione dei nostri avi Shardana. E insieme riusciremo a sconfiggere feniciomani e oscurantisti dell'ultima e della prima ora.

PS: So da poche ore che la Sovrintendenza ha allertato i carabinieri per la questione della Ziggurat. Questo significa una sola cosa: un tentativo di intimidazione nei confronti di Melis, per ora. Domani potrebbe essere la volta di Sanna, di Zedda... di altri di noi. Non sono naturalmente spaventato, ma questo è un tentativo di isolamento verso chi comincia a diventare scomodo: tutti noi.

lunedì 5 aprile 2010

Il bau bau federalista per il club giacobino

Fino a quando il federalismo si è limitato ad essere un oggetto volante non identificato non sono stati in molti a mettersi di traverso. Il club dei giacobini (a cui si aderisce senza presentare tessere di partito) si limitò a spolverare un vetusto armamentario in difesa dello Stato accentrato, concedendo al massimo la fattibilità di un decentramento amministrativo, ma tutto lì finiva. Quando nel 2005 un simulacro di federalismo diventò timidissima legge, quella sulla devoluzione, parte della destra, quasi tutta la sinistra e tutto il centro coalizzarono le paure per “lo sfascio dell'unità della Nazione” e vinsero il referendum contro quella (ripeto, timidissima) riforma. Ma si trattava, più che altro, di un tentativo di dare una sberla alla Lega e di bloccarne la crescita.
Sembrano questioni nuove, le paure e le resistenze, e sono, invece, vecchissime. Risalgono all'indomani della Costituzione, quando stavano per nascere le regioni a statuto speciale e quando lo spettro dello sfascio dell'unità fu agitato dall'estrema destra neofascista (ma in Sardegna anche dal Pci e dal Psi). Allora fu la semplice autonomia a sollevare la contrarietà e allora come oggi il punto dolente era il feticcio della unità d'Italia. Oggi che tutti sono autonomisti, sembra curioso pensare che nel 1947 il segretario sardo del Psi potesse scrivere: “Il punto di vista del partito socialista sull'autonomia come problema generale nazionale è naturalmente contrario all'autonomia”. E che per il Pci ci fosse il sospetto che, con l'autonomia, il governo centrale “dovrebbe ridursi a un semplice elemento decorativo e simbolico”. Fra i grandi partiti italiani, la Dc ebbe posizioni assai più avanzate, presentando un progetto di Statuto sardo (Venturino Castaldi) che, almeno, competeva con le proposte sardiste.
L'autonomia regionale è oggi una questione, almeno formalmente, risolta? Mica tanto: nel centrodestra c'è chi, come il ministro Brunetta, vorrebbe rimettere in discussione almeno le autonomie speciali. A sinistra la questione pare ben metabolizzata. Ma dall'interconfessionale club dei giacobini rispuntano di tanto in tanto tentazioni di fare piazza pulita, con la peregrina considerazione (Galli della Loggia) che le “Regioni sono state una gigantesca, costosissima delusione” e che hanno dato di sé “una pessima prova”. Il che è a volte vero, ma non sempre. Niente a che vedere, comunque, con la “gigantesca, costosissima” gestione dello Stato, arrivato ad un debito pubblico di oltre 1.700.000 milioni di euro, senza che ad alcuno venga in mente di revocarne l'indipendenza e di chiedere una nuova annessione all'Austria.
Il problema centrale è, di nuovo, la forma della Repubblica, dopo l'avanzata della Lega e il suo proposito di passare all'incasso del federalismo, non più solo fiscale ma anche politico e istituzionale. È questo a mettere in fibrillazione, oggi come sessanta anni fa con l'autonomia, il giacobinismo che, non a caso, evoca (Eugenio Scalfari) la “Vandea”, intesa non come regione che fra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento resistette ai giacobini di Francia, ma come plebe controrivoluzionaria. La Vandea, va da sé, sono le tre regioni del Nord ad alto tasso di leghismo. È sempre dal complesso editoriale di cui Scalfari è fondatore, che vengono ancora allarmi (Camon, sulla Nuova): “L'Unità d'Italia è in frantumi” e una angosciante domanda: “Cosa celebreremo nel 2011?”, data in cui, come è noto, cade il 150 anniversario della trasformazione del Regno di Sardegna in Regno d'Italia. Il “grande inganno” di cui ci ha parlato il professor Francesco Cesare Casula.
Continuo a sperare che il club giacobino utilizzi questi suoi sforzi intellettuali per combattere Berlusconi e il centrodestra con mezzi più sofisticati, visto il fallimento della battaglia condotta frugando fra le lenzuola. Che quel club non ci creda, insomma, più di tanto. Pensare al federalismo vero come a un bau bau e all'Ottocentesca Unità d'Italia come a un baluardo di chi sa che cosa, mi pare segno di una regressione fanciullesca. E comunque un immane sforzo di menti brillanti per muovere contro i mulini a vento. Se anche Regioni come la Sardegna e la Lombardia conquistassero livelli di sovranità ad esse necessarie, dove sarebbe il pericolo per la Repubblica? Forse che ha creato problemi istituzionali il distacco di comuni da vecchie province per crearne di nuove? Ne creò il Molise quando nel 1963 si staccò dagli Abruzzi per costituirsi Regione a sé?

sabato 3 aprile 2010

Le ceramiche Sant’Iroxi e Sa Turricula

di Pierluigi Montalbano

Nella facies Sant’Iroxi abbiamo per la prima volta la comparsa di grandi spade (tipo El Argar) al posto dei pugnali. La base di queste pregevoli armi è arrotondata, come quella dei più antichi pugnali, ma la lunghezza arriva fino a 80 cm. Nei protonuraghe non ci sono reperti della fase Sant’Iroxi, quindi, poiché si assiste ad un cambio epocale, in questo periodo a mio parere potremmo far iniziare il periodo sardo nuragico. A Decimoputzu si sono trovati 180 individui sepolti, ma inizialmente erano circa 250 perché una parte manca completamente.
Le facies Sa Turricula, Monti Mannu e San Cosimo, sono precedute da quella Sant’Iroxi, che propone delle novità ceramiche fondamentali rispetto al passato: assenza del vaso tripode, sostituito da un vaso con 4-5 piedi alla base, e comparsa di bollilatte, con una sorta di risega interna che consente di poggiare il coperchio fra collo e spalla del vaso. Altri elementi importanti di questa facies sono piccoli vasi a colletto riverso a 4 anse (o 2 anse e 2 bugne) che accompagneranno la produzione ceramica fino al Bronzo Finale. Altri elementi proseguono dal Bonnannaro: anse a gomito che col tempo tenderanno a cessare (e con San Cosimo sono in versione differente perché non presentano più la forma classica con l’ansa a gomito).
Non bisogna confondere l’ansa a gomito classica con quella a gomito rovescio che compare nel Bronzo Finale e perdura fino all’orientalizzante del Ferro (con ceramiche tornite e dipinte, tipiche nuragiche).
La fase Sant’Iroxi è studiata a partire dagli scavi del 1990 benché fossero già noti materiali di quella fase (Maria Luisa Ferrarese Ceruti), inseriti erroneamente nel grande calderone del Bronzo Antico (Bonnannaro A-Corona Moltana).
I contenitori sono piccoli (ollette a 4 anse con orlo riverso), e possiamo giustificarli dal fatto che i ritrovamenti sono esclusivamente in contesti sacri: funerari o grotte (Su Moiu di Narcao e Su Benatzu di Santadi) e rientrano quindi nel regime delle offerte di cibi ai defunti: acqua, incenso, miele, latte…
A partire dal Bronzo Medio (e fino al Bronzo Finale), ad esempio a Su Benatzu (nota come grotta Pirosu), si moltiplicano i ritrovamenti di materiali per uso cultuale delle grotte.
In questi vasetti compaiono sia l’ansa ad anello che l’ansa a gomito ma non ancora l’ansa a gomito asciforme (quella che risale verso l’alto tipica di Sa Turricula). Questo fatto è strano, perché questa tipologia di ansa compare già nel Campaniforme B (Sulcitano, con decorazioni anche a fasce verticali). Potrebbe essere un’anomalia delle ricerche o dovuta all’ambito funerario, che è quello di Sant’Iroxi (infatti non conosciamo villaggi di questa facies).
I protonuraghe più antichi (quelli a corridoi passanti) non sono ancora scavati e quindi non abbiamo dati per verificare. Il discorso è comprensibile se si pensa, ad esempio, al Talei di Sorgono che è un protonuraghe più recente (con camera a piano terra) nel quale sono state trovate ceramiche Sa Turricula. Se ne deduce che i protonuraghe più antichi dovrebbero presentare materiali più antichi, ma gli scavi ancora non ci danno questa certezza. D’altro canto i materiali sono stati ritrovati nel villaggio, quindi non sappiamo se erano presenti anche all’interno del Talei.
In questo nuraghe abbiamo anche vasetti, tazzine e bicchieri tronco-conici ansati (ma anche privi di anse) che continuano per tutto il Bronzo Medio, fino alla facies San Cosimo. I vasi più grandi (olle a collo largo con labbro appiattito) sono di forma arcaica e li troviamo anche nella fase Bonnannaro A.
Con la ceramica Sa Turricula iniziano i contesti sia tombali che insediativi. Continuano i vasetti troncoconici con prese quadrangolari trasversali (a volte bugne) o cilindriche. Compare la decorazione plastica (nervature) con cordoni che partono dall’orlo, e spesso all’interno del collo ci sono le riseghe (si tratta di bollitori). I vasi sono polipedi (i tripodi non ci sono più), hanno il coperchio e presentano delle coppelle, scavate o in rilievo. Abbiamo anche piatti con orlo appiattito, simili a quelli Monte Claro e a volte inseriti erroneamente (come è avvenuto nel Nuraghe Bruncu Maduli di Gesturi) in questa fase proprio perché non si conosceva ancora la facies Sant’Iroxi.
È possibile fare dei confronti precisi di queste tipologie ceramiche di olle biconiche e globulari a tesa interna (pissidi), bollitori e tegami con i materiali delle facies Proto-Appenninica e Appenninica, a dimostrazione delle relazioni ad ampio respiro presenti in questo periodo.
Le anse si trasformano leggermente nella facies successiva, quella denominata San Cosimo, pertanto è abbastanza semplice classificare i materiali di queste tre facies.
Per non allungare ulteriormente l’argomentazione tralascio di descrivere le ceramiche posteriori, ma conto di aggiungere qualcosa nei commenti.
Le immagini sono tratte da La Civiltà Nuragica, Lilliu, 1999

venerdì 2 aprile 2010

Blasco Ferrer e la sua curiosa storia del sardo

di Roberto Bolognesi

Non mi era mai capitato di trovare, in un testo che pretende di essere scientifico, un uso del linguaggio così emotivo e scomposto. La Limba Sarda Comuna e il sottoscritto fanno davvero perdere le staffe agli autori di Storia della lingua sarda (Ingrassia e Blasco Ferrer, Cagliari, CUEC, 2009). Giudicate voi stessi:
“Ma con prepotenza e ingenua sufficienza, l'assessorato ha delegato a un solo ricercatore sardo operante in Olanda (a cui dobbiamo un unico modesto contributo di descrizione generativa del campidanese, The Phonology of Campidanian Sardinian, 1998, non esente da interpretazioni fuorvianti) il compito di dimostrare la giustezza della scelta proposta.” (Storia della lingua sarda: 263)
A proposito dei linguisti che non dovrebbero fare politica …
Ma vediamo di analizzare il contenuto di questo primo attacco alla LSC e alla mia persona: il mio “modesto contributo” consiste di un'analisi teorica dell'intero sistema fonologico del sardo di Sestu, quindi non di una semplice “descrizione”, e si estende per un totale, scusate se è poco, di 515 pagine. Le “interpretazioni fuorvianti” di cui parla -a proposito: quali?- sono assolutamente al di fuori della portata dei due autori, visto che sono effettuate all'interno di un quadro teorico (Optimality Theory) che Blasco e Ingrassia non conoscono, infatti lo definiscono vagamente come “generativo”.

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Ecco perché i nuragici non possono essere gli SRDN delle cronache egizie

di Mauro Peppino Zedda

Sul finire del XIV sec. a.C. nel nuraghe Arrubiu di Orroli un alabastron peloponnesiaco del TE IIIA:2 veniva rotto nello strato di fondazione del nuraghe (Lo Schiavo e Sanges 1994). Il reperto rappresenta, allo stato attuale degli studi, il più antico manufatto di provenienza egea rinvenuto in un contesto nuragico (Cultraro 2006).
Una testina d’avorio raffigurante un guerriero miceneo datata tra il TE IIIA:2 e il IIIB realizzata in Grecia è stata ritrovata a Decimoputzu (Cultraro 2006).
In quel di Antigori (Sarroch) un’articolata stratigrafia documenta materiali micenei compresi tra il TE IIIB e il IIIC:1 corrispondenti al periodo tra il 1250 e il 1140 a.C.
In Sardegna relativamente a quanto edito sino al 2005 si sono ritrovati materiali micenei in una ventina di siti (Lo Schiavo 2003; Cultraro 2006).
A Kommos (Creta) in un contesto del TM IIIB, sono state rinvenute ceramiche di impasto prodotte in Sardegna nel BR (Cultraro 2006).
A Cannatello (Sicilia) è attestata la presenza ceramiche prodotte in Sardegna nel BR e BF (Albanese Procelli 2006).
Nel poliandro Su Fraigu di San Sperate è stato ritrovato un sigillo vicino-orientale del XIII sec. a.C. (Lo Schiavo 2003).
Il punto di irradiazione della ceramica grigio ardesia (che si inquadra cronologicamente nel BR nuragico; Campus e Leonelli 2000; Lugliè 2005) è stato individuato nella costa anatolica e nel Dodecaneso (Cultraro 2006; Benzi 1992).
Le analisi chimiche eseguite sui lingotti di rame ox-side ritrovati in Sardegna e nel resto del Mediterraneo attestano che provengono dalla miniera di Apliki a Cipro (Gale 2003).
Nel BF le spade, le fibule, le asce, denunciano influenze sia iberiche che levantine (Lo Schiavo 2003; Lo Schiavo 2004).
Se non conoscessimo l’esistenza degli shardana attraverso le fonti egizie, avremmo preso atto delle influenze culturali egeo-anatoliche e ben difficilmente avremmo posto quelle influenze in connessione con la denominazione del nome dell’Isola.
Ma la questione non è eludibile. É doveroso cercare di capire se i nuragici fossero o non fossero gli shardana citati nei testi egizi.
Lilliu ha sostenuto che lo fossero, la gran parte dei suoi discepoli sono amorfi alla questione (come su tante altre), salvo Ugas che sostiene con forza l’idea che i nuragici siano gli shardana. Lo inviterei a riflettere su uno scritto di Lucia Vagnetti: «Moreover, in regard to the identification of the Sherden with warriors of Sardinian origin, a further difficulty arises from the almost complete lack of evidence for armor and weapons in Sardinia in the local Middle and Late Bronze Ages. Although this is admittedly an argumentum ex silentio, it is surprising that, if the Sardinian of the 14th century were renowned warriors enlisted in the service of Egypt, no trace of weaponry has been preserved in their supposed area of origin. If the warrior status had a particular importance for the Nuragic people, it should be visible in tombs» (Vagnetti 2000).
Mi pare che queste ragionate considerazioni oltre alla questione shardana, chiariscano che le terrificanti armi nuragiche del BM e BR sono esistite solo nella fantasia di Lilliu e continuano ad esistere in quella ancora più fervida di Ugas.
Recentemente Lo Schiavo ha timidamente proposto che i Tursha siano arrivati nel Nord e gli shardana nel Sud dell’Isola (Lo Schiavo 2003). Ma non è entrata nel merito della questione. Sembra che le poche righe dedicate all’argomento siano finalizzate a specificare che prende le distanze da coloro che individuano i nuragici negli shardana citati nei testi egizi.
Tra gli studiosi della preistoria del Mediterraneo la gran parte condivide e opera sulla scia della proposta di Sandars. Tra questi mi pare che la proposta più verosimile sia quella di Giovanni Garbini che individua nei fabbricatori della ceramica micenea l’insieme dei popoli del mare. Per lui le popolazioni egeo-anatoliche che arrivarono in Sardegna e si mischiarono con i nuragici bisognerebbe definirle come sarde-micenee, secondo gli altri (Lo Schiavo et Al. 2004; Ruiz-Galvez et Al. 2005; Cultraro 2006) erano cipriote e levantine.
Secondo me i nuovi arrivati si stabilirono in insediamenti costieri e da lì prese inizio una rete di rapporti economici infarciti da scambi culturali e matrimoniali. Con la mia proposta l’entità numerica delle genti egeo-anatoliche arrivate in Sardegna potrebbe essere inferiore a quella presupposta da altre ipotesi. Gruppi allogeni che conservano la propria identità negli insediamenti costieri, mantenendo stretti rapporti con la madrepatria, hanno una capacità di influenzare tecnologicamente e culturalmente gli indigeni in misura ben maggiore di quella che avrebbero degli allogeni mescolati con gli indigeni.
L’immigrazione ipotizzata da Garbini o dalla Lo Schiavo avrebbe nuragizzato gli allogeni piuttosto che produrre i cambiamenti che caratterizzano il BF della Sardegna.
Quei sardi citati nelle fonti egizie si stabilirono in Calaris&Company e meticciati con ilienses e balari, giocarono un ruolo di primissimo piano nei traffici del Mediterraneo occidentale.
Dopo questo tortuosissimo escursus, mi piace aggiungere che riconoscerei volentieri i nuragici come corrispondenti agli shardana se si riuscisse a spiegare in modo verosimile le seguenti obiezioni:
dove sono i resti che testimoniano la tecnologia del bronzo nel BM;
dove sarebbero le armi in stile nuragico;
come si spiega che a partire dal XIII sec. a.C. la Sardegna diventa un ponte tra l’Occidente e l’Oriente del Mediterraneo;
in che modo può essere motivata l’assunzione di metallurghi orientali a partire dal XIII secolo a.C. ;
come mai le spade votive delle fonti sacre sono modelli di spade micenee;
se l’Isola veniva denominata Sardinia già dall’epoca nuragica, come mai gli storici greci fanno “confusione” sul suo nome.
I nomi vanno e vengono. Interessante al riguardo il modo col quale vengono definiti e si riconoscono i barbaricini, cioè i più vicini discendenti dei nuragici.
Così come i barbaricini hanno accettato quel nome in quanto abitatori della Barbagia, non deve stupire che la totalità degli abitanti dell’Isola divennero sardi in quanto abitanti di Sardinia.
Nei tempi della conquista romana gli indigeni mastruccati ilienses, balari e corsi discendenti dei costruttori dei nuraghi, culturalmente appartenenti alle genti europee e mediterranee che tra il V e il II millennio a.C. hanno cavato, lavorato, sollevato, trasportato, innalzato, colossali macigni per costruire “macchine astronomiche” con funzioni funerarie o sacrali, divenivano agli occhi degli storici romani i sardi pelliti e in altre occasioni (più appropriatamente) ilienses, balari e corsi.
Quanto scritto sopra è stato estratto dal 19° capitolo di Archeologia del Paesaggio Nuragico.
Ora aggiungo la seguente questione se i nuragici fossero stati gli shardana citati dalle cronache egizie , dove sarebbero gli elementi che attesterebbero due secoli di rapporti (tra il XV e il XIII sec. a.C.) tra le due regioni?
É evidente che gli Shardana giunsero nel Isola che poi da loro prese il nome nel XIII sec. a.C.