lunedì 28 febbraio 2011

Notifica di morte. La mia

di Francu Pilloni

Proprio oggi mi è pervenuta la notifica: mi estinguerò il 28 luglio alle ore 12 e 30 precise.
La notificatrice è rimasta a scrutarmi in viso per carpirmi le emozioni.
- Perché proprio all’ora di pranzo?
- L’orario è tassativo; sul giorno si può vedere - mi dice mentre consulta un iphone - Potrebbe andare il 28 aprile?
Bene, penso, morire proprio il giorno de Sa Die de sa Sardigna! o la festa è il 27? Comunque un giorno prima del matrimonio del secolo. Quante telegiornalate mi risparmierei!
- E posporre? - provo a ipotizzare, pensando che il 28 agosto è già più fresco, magari incappo in un giorno di maestrale; il 28 settembre sarò lì lì per vendemmiare ...
I pensieri mi vorticano in testa e durano un millesimo di secondo. Certe volte il mio cervello gira in folle, il vuoto di pensieri e di emozioni fa sì che la mia faccia assuma l’espressione di uno che si prepara a ridere. Gli ingranaggi della mente collimano un’altra volta: in fondo 5 mesi sono tanti per prepararsi a morire. Penso che mi sia stato riservato un trattamento di riguardo, non a tutti è concesso recarsi all’appuntamento fatale con la reale consapevolezza di quanto sta per accadere.
- Se vuole ... - mi risponde la bella notificatrice che non riesce a leggermi in viso nulla che non appaia un’ironica apprensione.
Invece sto pensando che motivo costante di malumore è il pensiero di cosa scriveranno di me, non ostante le buone intenzioni, quando non potrò difendermi dal fare una figura ridicola. Allora mi preparo: farò incidere sul marmo queste parole: qui giace..., no! non giace e non riposa! Qui sta Franco Pilloni / mai illuso di essere eterno / vissuto come se lo credesse. Oppure in sardo, forse anche meglio: Innoi est Francu Pilloni /mai illudiu de bivi po sempri /  campendi comente chi essit eternu. Ecco, mi piace in sardo quell’ est, è, che non vuol dire solo è, ma anche vive, opera, imperversa, un po’ come il  Dio degli Ebrei, Iavè, Colui che è.
E come rapportarsi a parenti, amici e conoscenti?
Bene, glielo dirò con anticipo, come sto facendo: farò loro il favore di non potersi trovare delle scuse ridicole. Inoltre, le tre parole di stima, le potranno mettere qui sul blog. Non gli costeranno nulla, oltre tutto.  
- Perché sei tu a notificare? - chiedo alla bella figura che ancora mi sta davanti - Non dirmi che è un impiego passato tramite Lele Mora!
- No, io non sono viva come sembro, maestro. Faccio questo per darmi del tempo per vedere chiaro dentro me stessa.
- Allora ho sbagliato anch’io? - mi ritrovo a farmi l’esame di coscienza.
- Non credo proprio, maestro.
- E invece sì. Ti ricordi quando pretendevi che andassi al pomeriggio a vedere le vostre partite di basket?
- Mi ricordo bene quanto ero insistente.
- Bene, avrei dovuto capire che forse quella smania di essere vista, ammirata, portata al centro dell’attenzione ...
- Non per questo sarai condannato, maestro.
- Ah no? E per cos’altro allora?
- Lascio il 28 luglio allora. Ciao, maestro.

domenica 27 febbraio 2011

Come declassare Antas a solo sito punico e romano

Il Tempio romano di Antas è stato per anni il simbolo della Sardegna nella pubblicità istituzionale della Regione sui giornali e sulle patinate riviste di viaggi. Splendido monumento, naturalmente, ma sarebbe come che, per parlare di sé al mondo, l'Egitto mostrasse la cosiddetta “Colonna di Pompeo” ad Alessandria. Quella pubblicità regionale non era solo l'emblema del provincialismo, era molto peggio: la confessione di una profonda disistima.
Persino nella politica le cose sono cambiate, e nelle promozioni turistiche regionali la Sardegna è un po' più se stessa, ospitando tante culture esterne innestate sulla propria in un complesso processo di acculturazione. Nella scuola, le cose vanno diversamente. La complessità non è insegnata, se non per la buona volontà di qualche docente, e tutto o quasi si riduce a un succedersi di dominazioni apportatrici di civiltà. Così che non mi stupisce di leggere oggi su un giornale, in una notizia sulla promozione turistica e culturale di Fluminimaggiore, che le socie di una cooperativa affermino: Antas “da alcuni anni non è più solamente un area di interesse turistico, ormai è nota a tutti come importante centro punico e romano del periodo delle miniere”.
È nota così perché questo si fa sapere ai visitatori e perché questo è stato insegnato alle guide che accompagnando i turisti, perpetuano la misinformazione, una informazione in parte vera e in parte falsa. Nel sito della Cooperativa troviamo scritto che “ripercorrendone [di Antas, NdR] la storia ritroviamo le testimonianze di un villaggio nuragico che, attesta la presenza di questa mitica civiltà già dall'età del bronzo”. Mitica? È questo che sanno e dicono, che quella nuragica è una “mitica civiltà”? E, ancora, si legge: “Tra i reperti rinvenuti ricordiamo vaghi di collana in oro, pendagli, un anello, un vaso d'argento completamente ricoperto in oro e una statuina in bronzo che potrebbe rappresentare la più antica raffigurazione del Sardus Pater Babai”.
Chi è stato presente a un convegno a Senorbì e chi legge questo blog ha saputo del ritrovamento, venti anni fa nella “necropoli indigena di Antas”, di uno spillone in bronzo dell'età del ferro “caratterizzato” dice lo scopritore, prof. Bernardini “dalla presenza una serie di lettere fenicie incise sulla lama”. Tralasciamo al momento il riflesso condizionato del fenicista, per cui quel che è scritto è fenicio per definizione. E tralasciamo il fatto che siano passati vent'anni dalla scoperta alla sua comunicazione in un convegno. Quel ritrovamento, insieme al fatto che è stato fatto nella necropoli indigena (si può pronunciare la parola “nuragica”?), non fa forse di Antas un sito nuragico su cui si sono poi innestate le culture fenicia, poi punica e poi romana, tutte conservando il culto di Babay, il dio dei nuragici?
Conosco e apprezzo il lavoro di promozione di Fluminimaggiore fatto dalla cooperativa culturale e non credo che in quel “importante centro punico e romano” ci sia un pregiudizio o una disistima della civiltà “indigena” (nella facciata dell'ufficio turistico del paese sono disegnati due enormi bronzetti nuragici). Forse c'è la convinzione – che fu della Regione ai tempi in cui promuoveva la Sardegna con il tempio romano – che ad attrarre turisti sono buone solo le culture punica e romana, cioè quel che si trova altrove. Come succede per le Pro loco sarde in astinenza di idee che propongono ai turisti scampoli di ballerine brasiliane.
Sono convinto che – ma è solo un esempio ricavato dalla notizia di giornale – se la scuola e l'università informassero e formassero le guide e i promotori di turismo sul fatto che quello spillone nuragico è segno potente di una civiltà preesistente, il sito di Antas sarebbe fatto conoscere in termini diversi. E la civiltà nuragica meno mitica. Chi sa?, richiamare qualche epigrafista che, conoscendo altri alfabeti oltre al fenicio, conforti chi investe sulla promozione di qualcosa di diverso dalla vulgata archeologica.

sabato 26 febbraio 2011

L’embargo silente contro tutta l'Isola

di Augusto Secchi

Dopo l’embargo di libri e parole tentato da Raffaele Speranzon e dai suoi discepoli - tentativo stoppato grazie a un’indignazione diffusa - c’è un embargo di uomini e merci del quale parlare. Ma non si parlerà qui di embarghi imposti da potenze economiche portatrici di democrazia in punta di moschetto. Si parlerà di un embargo più vicino, ma stranamente silente. Un embargo che incide sulle tasche di chi ha la fortuna di abitare o visitare per diletto questo sandalo circondato d’acqua salata chiamato Sardegna. Dopo l’annunciata inchiesta dell’Antitrust, datata 22 gennaio, si riparla finalmente dei siderali aumenti imposti dagli armatori che, dal ponte dei loro traghetti, ci cantano il solidale: “o mangi di questa minestra o salti dalla finestra”.
Altroconsumo, da cui è partita quella prima segnalazione, parlava di un aumento medio delle tariffe del 66%. Ora, passato oltre un mese da quella segnalazione, Casper, Comitato contro le speculazione e per il risparmio, si accorge che qualcosa non quadra e, cadendo dalle nuvole, fa un’altra segnalazione all’Antitrust. Cadono dalle nuvole, nondimeno, anche i sindaci dei Comuni della Provincia di Cagliari, i Consorzi turistici, l'Unione delle Province della Sardegna, l'Api, la Camera di Commercio di Cagliari, l'Ascom, Confindustria, Confesercenti, Coldiretti, Confagricoltura e che più ne ha più ne metta.
Tramortiti da questa e da altre percentuali noi, per ogni buon conto, restiamo in attesa. Poi, se proprio non ce la sentiamo di fare la traversata in canotto, andiamo allo sportello di una compagnia di navigazione e, aspettando altri risvegli e altre indignazioni a scoppio ritardato, paghiamo con denaro contante il biglietto che ci consentirà di posare il nostro costoso piede in un’Italia sempre più distante e matrigna.
A proposito di compagnie di navigazione: a volerle cercare con il lanternino si possono leggere dichiarazioni di qualche armatore che, facendosi voce seccata di quest’isola, denunciava la situazione di monopolio di fatto, e di Stato, in cui lavora la Tirrenia. La stessa voce proponeva una raccolta di firme per sensibilizzare i sardi sulla continuità territoriale. Sensibilizzazione che avrebbe portato, par di capire, a una concorrenza più leale e, dunque, a prezzi più bassi.
Oggi che i prezzi sono pressoché raddoppiati, a chi gli chiede conto di quell’aumento, la stessa voce si nasconde dietro il salvifico coperchio adatto per ogni pentola: dato l’aumento esagerato del carburante nel corso dell’ultimo anno gli aumenti erano inevitabili. In questa spiegazione c’è qualcosa che, facendo due conti, non torna. Federconsumatori ha denunciato qualche mese fa un aumento complessivo, alla pompa, di 18 centesimi nell’ultimo anno. Un aumento spropositato che, tuttavia, diventa una quisquilia se paragonato a quel 66%.
Dopo aver finito di fare i conti ho messo da parte la calcolatrice e, osservando un cielo plumbeo che annunciava tempesta, sono arrivato a questa improbabile ma plausibile conclusione: il carburante che si bevono le navi della Moby, e delle altre compagnie, oltre ai soliti volgari additivi, deve avere briciole d’oro, argento e, immagino, zafferano. Polvere aromatica che negli ultimi tempi, lo sanno le casalinghe, è salito alle stelle.
Dico la verità: mi sembrava un’accattivante conclusione per questa riflessione. Ma, pensando proprio a quelle casalinghe che mettono da parte i propri spiccioli per regalarsi una breve vacanza oltre Tirreno, non mi è venuto da ridere. Mi sembrava più opportuno concluderla con una domanda e una proposta. Come si pone fine a quest’embargo di uomini e merci? E’ semplice: indignandosi tutti insieme, ma per davvero, proprio come è avvenuto per l’embargo di libri e parole.

venerdì 25 febbraio 2011

La Libia e la Compagnia degli Inconsapevoli

Prodi e Gheddafi nel 2007

Sulla Libia, la politica italiana (quella sarda si è inabissata, quasi non ne abbia interesse) pare, sotto sotto, meno irresponsabile di quando strilla davanti a noi, popolo bue, gente di cui catturare il consenso attraverso le beghe da cortile. Si parla, chiaro, della tragedia che si sta consumando a pochi chilometri da qui, che l'una parte e l'altra sta trasformando in un turpe teatro in cui i protagonisti e i comprimari recitano nei rispettivi ruoli di governanti e di oppositori e di un po' questo e un po' quello.
Quello che non “vuol disturbare Gheddafi” mentre massacra i suoi sudditi, scimmiottando coloro i quali non vollero disturbare Putin mentre massacrava i ceceni e al massimo raccomandarono una repressione non sproporzionata. E che dire di quegli altri che, governando, bombardarono abbondantemente la Serbia e amoreggiarono con il dittatore libico per ragioni di real politik? e che oggi, non governando più, innalzano lo stendardo del rispetto dei diritti umani e della democrazia, sventolando il quale si dovrebbe mandare a quel paese real politik e forniture di gas e petrolio? Se siete colti dalla nausea, fate pure.
Pensare che la real politik di Berlusconi nei confronti della Libia sia malvagia e che sia stata invece benefica quella di D'Alema è preoccupante sintomo della schizofrenia della politica italiana, esattamente come schizofrenico è il rimbrotto opposto. Ma, si dice, governando il centrosinistra Gheddafi non arrivò a Roma con la sua tenda e la sua corte equestre. E quando mai il folclore kitsch ha diritto di cittadinanza nella polemica politica seriamente motivata? Non è, come temo, che ad essere contestato non sia stato il folclore gheddafiano, ma il fatto che un'ex colonia (massacrata da italiani brava gente) pretendesse di rappresentarsi nella culla della civiltà con i suoi riti?
Purtroppo c'è una parte della politica che tratta il dramma appena all'inizio con la leggera disinvoltura con cui si è intrattenuta sugli slip di Ruby, la giovane marocchina che ha scatenato passioni politiche in conflitto. Scherzando – ma a questo punto non ne sono più tanto sicuro – ho scritto a un amico che, in realtà, dietro tutto quel che succede in Libia c'è un accordo segreto fra il dittatore libico e quello italiano (che Berlusconi sia tale è una certezza di quell'Umberto Eco, postosi a capo degli italiani migliori, contro quell'elettorato “pronto a supportare Berlusconi; è triste ma è così”). Convinti, Gheddafi come Berlusconi (anche egli come Hitler “giunto al potere con libere elezioni”, ancora Eco), che tanto il bestiario politico e mediatico italiano confonderà Muʿammar Gheddafi con Hosni Mubarak, lo zio di Ruby, rovesciato dagli egiziani per la dissolutezza della nipote.
Per fortuna, dietro le quinte del teatrino di questa Compagnia degli Inconsapevoli, sembra ci sia una politica diversa e più consapevole. Che ragiona su un fatto di cui poco si parla: se la rivolta nel Magreb, nel Mashreq e nel Golfo Persico investirà l'Arabia Saudita con gli esiti egiziani, tunisini e libici, l'economia europea rischierebbe la catastrofe. Altro che l'arrivo di due, trecento mila esuli sulle coste italiane. Questo, a quel che si dice, è al centro delle riflessioni e delle progettazioni per un nuovo testo destinato alla Compagnia dei Consapevoli. Chi sa come ci resteranno male politici e media che per mesi hanno messo nelle mutandine di Ruby l'oggetto del contendere della politica italiana.

giovedì 24 febbraio 2011

Guazzabuglio in tempi di cambiamento


di Atropa Belladonna

Il frammento epigrafico di Nora è una delle più belle testimonianze dell'alfabeto cosiddetto di transizione dal proto-cananaico al fenicio propriamente detto (1). Variabilmente, e secondo i gusti, denominato old canaanite o archaic phoenician (1,2,3), comprende una serie di documenti che vanno grosso modo dal XII sec. A.C fino ai primi decenni del X, provenienti dall'area libanese e siro-palestinese. Il corpus più numeroso (ca. 60 esemplari) è rappresentato dalle punte di freccia iscritte (3), purtroppo per la maggior parte provenienti dal mercato clandestino o semi-clandestino.
Cross fece del frammento epigrafico di Nora (vd. anche tabella paleografica parziale dal rif. 2) un'analisi piuttosto sofisticata (1), ma noi limitiamoci a due lettere: la het (quella specie di comodino con due cassetti nella seconda linea) e la ’aleph, la prima lettera in alto a destra. La het siffatta, un semplice scatolotto senza segmenti estesi sopra o sotto, è tipica delle punte di freccia dell'XI secolo, dove viene utilizzata nella parola ḤṢ = freccia. Ancora più diagnostica è la 'aleph, che con questo stilismo non ebbe vita lunga: comparve all'inizio dell'XI secolo e scomparve durante i primi decenni del X (3). Prima e dopo questo periodo - che forse marcò anche un certo influsso culturale, non determinato - la 'aleph assomiglia molto di più ad una A latina. Come esempio ho portato l'ostracon di Qubur Walaydah (5), che risale al XIII-XII secolo a.C. ed in cui qualcuno potrebbe leggere senza troppa fatica GIAFAGI, alla latina.
Ma, ovviamente non è così ed a nessuno verrebbe in mente di farlo. Come non è ovviamente così nella pietra del nuraghe Pitzinnu di Abbasanta, una delle epigrafi a mio parere più significative tra le tante di epoca nuragica. Negletta, anzi ignorata dagli epigrafisti sardi ed italiani, bene in vista ed esposta ai vandalismi ed a chi vi vuole per forza riconoscervi lettere latine. Si potrebbe dire che quella pietra è un guazzabuglio di proto-sinaitico e proto-cananaico, di elementi pittografici e lineari e che quindi non può essere un'epigrafe. Ovviamente se si dimenticano che vi sono precedenti illustri, per i quali nessuno mette in dubbio che siano scritti. Porto due esempi: uno è la daga di Lachish in terra di Canaan, la cui precisa interpretazione sfugge, finora, agli epigrafisti (6). Quel che è certo è che reca una bella testa (probabilmente una R di stampo proto-sinaitico), due caratteri lineari al di sotto di essa ed, in alto, un segno composto. E' catalogata come uno degli esempi più antichi di proto-cananaico. L'altro esempio è un sigillo-amuleto trovato in Egitto (5).
L'unico ad averne tentato una lettura è Gordon Hamilton: il sigillo è un tale casino (per noi, non per chi lo scrisse) che Hamilton deve rifarsi ai segni di svariati documenti, proto-sinaitici, proto-cananaici, dalle epigrafi di Wadi el-Hol fino all'ostracon di Izbet Sartah - due documenti, questi ultimi, separati tra loro da almeno 400 anni. Ne concludo che la pietra di Norbello è molto meno assurda di quanto possa sembrare all'apparenza. Ne concludo anche che vorrei davvero sapere come viene giustificata la presenza di una epigrafe come quella frammentaria di Nora: frammentaria ma monumentale, senza paralleli nella terra Fenicia. E mi chiedo: se essa fosse stata rinvenuta in Fenicia, una epigrafe monumentale in pietra sarda, cosa si sarebbe concluso?

(1) F.M. Cross The Oldest Phoenician Inscription from Sardinia: The Fragmentary Stele from Nora, David M. Golomb, ed, Working with no Data: Semitic and Egyptian Studies Presented to Thomas O. Lambdin. Winona Lake: Eisenbrauns, 1987, pp. 65-74
(2) F.M. Cross, (1991) The invention and development of the Alphabet, in: Wayne M. Senner (editor). The Origins of Writing. Lincoln and London.ch. 5
(3) Elayi, J. (2005) ‘Four New Inscribed Phoenician Arrowheads’, Studi epigrafici e linguistici 22: 35–45.
(4) Gordon J. Hamilton , The House That Albright Built, Near Eastern Archaeology, (2002), 65: 35-42
(5)  Gordon J. Hamilton, From the Seal of a Seer to an Inscribed Game Board: A Catalogue of Eleven Early Alphabetic Inscriptions Recently Discovered in Egypt and Palestine, 2010, Letter.
(6) Simons, F. (2011) Proto-Sinaitic – Progenitor of the Alphabet, Rosetta 9: 16-40.

mercoledì 23 febbraio 2011

A la cantamus una batorina sulla politica di oggi?

de Efisio Loi

S’est postu a isfida in campu eletorale
Chin televisiones e denter bonos
Mala pariat s’idea a su “Giornale”.
Montanelli timendh’a malos sonos.

A pregiu mannu màchina pro gherra
Iana paradu chin democrazia
Inube sunu una e atra perra
Como lu bidimus ojamomia.  [leghe totu]


Scese in campo in epoca lontana
Di buoni denti armato e di tivù.
Al “Giornale sembrò una cosa strana
Di Montanelli liberal che fu.

Gioiosa era stata apparecchiata
Democratica macchina da guerra.
Com’è, come non è, che è andata,
È tormenton che ancora ci rinserra. [continua]  

martedì 22 febbraio 2011

17 marzo e cervelli in naftalina

Così come è profondamente ingiusto imporre la celebrazione del 150° a chi non è o non si sente italiano (appartenente, voglio dire, alla nazione italiana pur stando nella Repubblica italiana), altrettanto scorretto sarebbe pretendere che non celebri la ricorrenza chi è italiano e parte di quella nazione. È del tutto legittimo che gli italiani sventolino la loro bandiera, si mettano il 17 marzo la loro coccarda tricolore, difendano la loro lingua, progettino di costituire un Museo della storia italiana, non vadano a lavorare o a studiare il 17 marzo. Purché – ed ecco dove il doveroso amor di patria si trasforma in sciovinismo – non si pretenda di tingere di italianità tutto ciò che è compreso nei confini geografici della Repubblica.
Invece, mano a mano che si avvicina la data del 17 marzo, lo sciovinismo tenta di impadronirsi con tutti i mezzi delle coscienze, mostrando, fra l'altro, quanto autoritario possa essere il neo giacobinismo in marcia. Autoritario e fragile, visto che sente il bisogno di ricorrere persino a guitti dall'incerta cultura storica per risvegliare qualcosa che si teme sopito o poco sentito. Chi si sente forte e convinto delle proprie buone ragioni non ricorre a mezzucci e, soprattutto, è naturalmente predisposto ad accettare i diversi da sé e a convivere con essi, nel reciproco rispetto.
Succede, invece, che l'affermazione di sé avviene a scapito del diverso da sé. Non solo con gli esiti grotteschi di chi proclama davanti a dieci milioni di persone che Scipione l'Africano era, nel 200 a C, un italiano e che le sue armate hanno consegnato la vittoria “agli italiani”. Ma anche con risvolti francamente intollerabili, come quelli che derivano dallo sproloquio di Umberto Eco che, ieri alle kermesse unitarista “La lingua italiana fattore portante dell'identità nazionale”, è ritornato a insistere sul suo disprezzo per i dialetti. “In dialetto si torna a un universo chiuso, quindi la regressione al dialetto diminuirebbe la possibilità di contatto col mondo”, ha detto.
Che la lingua, come recitava il titolo del convegno al Quirinale, sia il “fattore portante dell'identità nazionale” è una ovvietà. Ma lo è per l'italiano così come per il sardo, l'austriaco del Sud Tirolese, il friulano e per le altre lingue non italiane riconosciute come tali non solo dai parlanti, ma dalla Costituzione e da una legge dello Stato. E lo è per tutti quei “dialetti” che si considerano lingua, dal veneto al siciliano al piemontese. Il nazionalismo di dominio è però una brutta bestia, va a testa bassa e non si cura neppure delle sue contraddizioni: solo la lingua della nazione dominante riveste quel carattere di fattore portante di identità nazionale? Ma quando mai?
Il presidente della Repubblica ha ieri parlato del percorso dell'idioma italiano che, se pure ebbe un valore identitario già prima che maturasse l'unione politica dell'Italia, cominciò a unificare davvero tutte le classi solo a partire dal decennio giolittiano (dal 1903, per chi non lo ricordasse). Cifre alla mano, il linguista Tullio De Mauro, uno scienziato poco incline alla retorica unitarista, nello stesso convegno ha mostrato come al primo censimento dell’Italia unita il 78% della popolazione fosse totalmente analfabeta. L’istruzione postelementare era riservata ancora parecchi anni dopo l’unità allo 0,9% delle fasce giovani. “Quel 10% di persone che usavano abitualmente l’italiano negli anni Cinquanta [cinquanta anni dopo il “decennio giolittiano”, NdR] è cresciuto nel 2006 fino al 45 per cento”. Altro che diffusione dell'italiano come substrato culturale “unificante”.
La lingua italiana era fattore di identità nazionale per il 10% degli italiani negli Anni Cinquanta e per il 45% di essi nel 2006. Guardate un po' a che cosa conduce l'ideologia nazionalista di chi, direbbe il mio amico Cesare Casula, non vuol neppure sapere come, quando e da che cosa sia nato lo Stato italiano e vuol far passare una operazione militare, anche se non solo, ed elitaria per una scelta di grandi masse popolari. Fosse vero quanto hanno detto ieri al Quirinale, con il 68,4% di sardo parlanti e con un restante 29 per cento che comunque lo capisce, il sentimento nazionale sardo avrebbe una estensione totalizzante. L'italiano sarebbe un dialetto residuale, regressivo e sminuente la possibilità di contatto con il mondo. Che questo centocinquantenario stia radendo al suolo la capacità di organizzare il pensiero?

Domenica si riparla dell'Isola Mito



Domenica 27 ci sarà nel palazzo Boyl di Milis un incontro con geologi, geofisici, storici del territorio di ritorno da una perlustrazione in Sardegna. “Interrogare la terra”, il tema della manifestazione, comincerà alle 10 per terminare nella mattinata. L'incontro sarà occasione per visitare la mostra “Isola mito? Preguntas: la Sardegna domanda, Beridare: la Geologia risponde” oltre che – come informano Sergio Frau, Francesco Cubeddu e Giovanni Manca - cercare – e ottenere – suggerimenti e risposte specialistiche sulla prima storia della Sardegna e sul mistero della crisi che la interruppe, interrogando la sua terra attraverso l’analisi dei suoli e lo studio dei suoi paesaggi così enigmatici.
La mostra, di cui questo blog aveva dato notizia lo scorso novembre, è una esposizione di carattere essenzialmente archeologico-geologico. Insieme a carte tematiche sui suoli della Sardegna, documenta decine e decine di nuraghi coperti dal fango (nuraghi situati nel Sinis e nel Medio Campidano) fotografati dal cielo da Francesco Cubeddu con il suo paramotore.

domenica 20 febbraio 2011

La pintadera di Nuraxinieddu, mistero risolto

A sinistra, la Pintadera ritrovata a Nuraxinieddu (faccia anteriore,
riprodotta con il permesso del dr. Lucio Deriu);
a destra, la riproduzione esposta all'Antiquarium di Oristano,
riportata con i segni “in negativo”, come nell'originale.

di Atropa Belladonna

Il dr. Lucio Deriu, archeologo dell'Antiquarium arborense di Oristano, mi ha gentilmente inviato la foto della pintadera originale di Nuraxinieddu, rinvenuta insieme ad altro materiale dall'archeologo Salvatore Sebis di Oristano. Essa è stata presentata, assieme ad altre pintadere inedite, durante la XI Settimana della cultura nell’ aprile 2009, nel corso di una mostra all’ Antiquarium “Le pintaderas nella cultura nuragica”. La riproduzione, che ho fotografato nel luglio 2010, è stata realizzata in ambito di archeologia sperimentale dal maestro ceramista Carmine Piras. Dall'analisi dei segni, è evidente che la riproduzione è stata realizzata “in negativo”, o a specchio se preferite, cioè utilizzando idealmente l'originale come uno stampo o un sigillo. La pintadera verrà pubblicata nel volume di prossima uscita Tharros Felix IV, a cura dell'università di Sassari. Nel libro il dr. Deriu presenta il primo lavoro di seriazione e catalogazione di tutte le pintaderas attualmente conosciute, insieme ad altre totalmente inedite. Riporto sotto la descrizione del reperto, come me l'ha inviata l'archeologo dell'Antiquarium:

PROVENIENZA: NURAXINIEDDU – LOC. PALAMESTIA. CONTESTO DEL RITROVAMENTO: ENTRO STRATO DI ALLETTAMENTO DI MURO IN TERRA CRUDA ADOBE (LADIRI)

L’iconografia si presenta come un unicum nel panorama delle pintaderas. La faccia frontale riporta una serie incoerente di elementi già conosciuti negli altri modelli, ma privi della razionale distribuzione spaziale nell’area incisa. Sono riconoscibili verosimilmente tre settori (50%; 25%; 25%). Nel maggior settore riconosciamo una serie di triangoli inscritti convergenti disposti lungo una porzione del bordo, corrispondente a circa la sua metà; dal centro e in maniera curvilinea nel senso della circonferenza sono disposti n. 11 incisioni puntiformi; in una porzione di esso n. 3 di dette incisioni corrono parallele a quelle del bordo. Dal centro si dipartono verso il bordo n. 2 cerchielli concentrici di maggior diametro rispetto ai n. 2 cerchielli di diametro minori disposti ortogonalmente. Su un’altra porzione della superficie vi è inciso un elemento rettangolare, bipartito lungo la sua mezzeria nel senso della totale larghezza. Da esso si dipartono verso il bordo n. 4 incisioni (due centrali e due dai vertici inferiori dei rettangoli). La parte posteriore presenta il residuo umbonato della presa, consumato sul un bordo che lo rende quasi appuntito. Impasto di argilla depurata con minuti inclusi micacei o quarzosi; colore arancio scuro; la superficie della faccia frontale appare annerita presumibilmente da combustione; il colore della parte posteriore appare omogeneo. Diametro ricostruito: cm 9”


Mi scuso per aver generato un fraintendimento nei lettori; a mia parziale discolpa posso dire che non vi era scritto che l’ oggetto era una riproduzione (lo so, avrei dovuto chiedere ed anche capire che la pintadera era un po’ troppo ben conservata!). Del resto in quel museo sono un po’ birichini: è un'abitudine non scrivere in didascalia che un certo oggetto è una riproduzione, bisogna sempre chiedere.

Però devo dire che, per quanto debba fare i complimenti al maestro Piras, la pintadera originale mi piace ancora di più: forse perché quando passo da Nuraxinieddu vuol dire che sono quasi arrivata al mio amato San Giovanni.


sabato 19 febbraio 2011

Se questa storia è "precisa", perché no quella di Maga Magò?

Tira una brutta aria” ha scritto ieri su questo blog Alessandro Mongili. È ancora più brutta di quel si possa pensare, se è vero che il presidente della Repubblica ha definito “una rievocazione storica appassionata e precisa” lo spettacolo sciovinista di Roberto Benigni. E ancora più malsana sarebbe l'aria per la storia, se davvero il video di quella “lezione di storia” (vedere i titoli di quotidiani di oggi) sarà utilizzato nelle scuole, come alcuni propongono e il ministro della Pubblica istruzione è disponibile a fare.
Ho rivisto oggi in YouTube la registrazione dello spettacolo e letto i commenti per lo più osannanti di chi, ignorando gli avvenimenti, scambia la vulgata ideologica del comico per una lezione di storia. Che sia stata divertente, e a volte esilarante, nessun dubbio. Ma quel che il comico ha raccontato non è storia, tanto meno “precisa”: è semplicemente un tentativo – riuscito, accidenti se riuscito – di piegare la storia ad esigenze ideologiche, come solo un regime è capace di fare. Persino gli storici di professione, almeno fino ad ora, hanno chinato la testa e ingoiato gli strafalcioni nazionalisti di Benigni come pegno da pagare all'Unità d'Italia.
Nessuno di loro che abbia segnato con la matita blu la fantasiosa ricostruzione della nascita della bandiera tricolore, descritta come parto di Mazzini e non della Repubblica cisalpina del 1797, quando Mazzini neppure era nato. Precisione anche questa? A chi crederanno gli studenti davanti al video proiettato a scuola: a quel noioso del professore o all'istrione, che è pure divertente? E la sciocchezza su “Scipione, un italiano” e “Zara la più grande battaglia di tutti i tempi vinta dagli italiani”? Nel 202 avanti Cristo qualcuno aveva dunque in mente che più di duemila anni dopo sarebbe nato lo stato italiano e già si era iscritto alla anagrafe. Ma c'è di peggio, anzi di meglio in fatto di precisione storica: “Se Scipione perdeva con Annibale tutti noi eravamo di cultura fenicia, mediorientale”. E gli storici, zitti. La cultura era ormai punica da un bel pezzo e tutto poteva essere tranne che mediorientale. Preciso anche in questo.
Esalta i Savoia come figure grandiose e civili e bolla i borboni come “terrificanti”, insofferenti delle proteste. Chi sa se ha mai letto i verbali delle esecuzioni di patriotti sardi come Cilocco, 33 anni, dissidente. Gli furono legati i polsi dietro la schiena, poi fu issato con una corda passante a una carrucola e, tenuto penzoloni, all'ordine del giudice, Francesco Cilocco fu fatto precipitare fino ad un palmo dal pavimento. Fu fustigato “a doppia suola intessuta di piombo”. Il supplizio gli fu inferto con tanto zelo che dalle spalle e dalla schiena, gli aguzzini riuscirono a strappargli la pelle a “lische sanguinanti”. Sollevato sul patibolo semi vivo, fu impiccato e, da morto, decapitato. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri sparse al vento. Quindi la testa fu rinchiusa dentro una gabbia di ferro ed esposta all’ingresso di “Postha Noba” di Tempio, mentre nelle altre porte della città i lembi della sua carne completavano l’orrore. Questo successe il 30 agosto del 1802.
Nel suo sciovinismo, la rievocazione storica “precisa” annette all'Italia, allora espressione geografica, non stato né nazione (“L'Italia” aveva detto Benigni all'inizio “è l'unico paese al mondo dove nasce prima la cultura e poi la nazione”), la Sicilia del 1282 e Lombardia del 1176. E non basta, fa sparire nel nulla il Regno di Sardegna, per cui secondo il comico professor di storia esiste solo il Piemonte. Cavour firmava i trattati in nome della Sardegna; dal resoconto di Cavour al Re sugli accordi di Plombières: Napoleone III “incominciò col dire che era deciso di aiutare la Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l’Austria...”. Ma, per amor di precisione, Benigni corregge la storia.
E c'è poi, nel delirio nazionalista, la questione dei dialetti: “Il dialetto è bello, per carità, si possono fare delle canzoni napoletane che sono patrimonio dell'umanità, le canzoni, una poesia d'amore […], ma nel dialetto non si può scrivere la Critica della ragion pura, l'Estetica di Benedetto Croce, non si può scrivere La Divina Commedia, non si può, non si può, perché fa ridere”. Umberto Eco dixit, Benigni ripete e, ma spero davvero che questa bestialità gli sia sfuggita, Giorgio Napolitano addita agli italiani come degna lezione di storia. Certa è una cosa: se le celebrazioni dei 150 anni della cosiddetta unità d'Italia avrà ancora bisogno di tanta arroganza retorica, questa Repubblica non è messa molto bene. Sì, tira proprio una brutta aria.


PS - Sull'argomento vedi anche Sa natzione

Il segno logopotente dei nuragici


di Stella del Mattino e della Sera

“All'ombra de' cipressi e dentro l'urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?” chi ritiene di no telefoni alla redazione del giornale ***** e lasci detto a qualcuno (è un sondaggio, vi prego partecipate: ne va della mia carriera). Per tutti gli altri vale il principio di silenzio-assenso. Costoro sappiano che l’Antico ha tutt'altro che un sonno duro, ce l'ha leggerissimo ed ha anche un carattere infernale: dev'essere nato direttamente da una delle nostre rocce granitiche.
Stavolta la sveglia gliel'hanno data gli epigrafisti della new age sarda, quelli delle anse e dei lingotti arricchiti di un singolo segno; rigorosamente non indigeno o, al massimo, scopiazzato alla grossa. Me lo trovo in casa al ritorno dal lavoro, stanchissimo: questo ridicolo sondaggio mi svena e mi risucchia tutta l'adrenalina. Fa lo sciopero del silenzio l'Antico, il che vuol dire che è incazzato come una biscia. Senza proferire un bah, mi piazza sotto gli occhi un articolo (1), aperto a pg. 34.
Mi pare, ma non sono certo, di vederci un paio di pugnaletti nuragici su quella brocchetta (a sin. in figura). Non posso fare a meno di ricordarmi dei pugnaletti punzonati sul doppiere di Lilliu  e di quello sulla barchetta inesistente. Ma sono troppo stanco e la lampada a basso consumo mi gioca dei brutti scherzi. Senza una parola l'Antico mi sbatte in faccia la pg. 35: Vincenzo Santoni scrive “..la brocchetta askoide di nuraghe Piscu di Suelli, alla cui base dell'ansa sono rappresentate due bozze mammillari in associazione con due pugnaletti ad elsa gammata ottenuti a morbida solcatura sulla superficie rosso-arancio dell’ engobbio…”.
Quando rialzo lo sguardo è già scomparso, ma non lo è l'effetto di quella paginetta. Allora è vero, i Grandi Archeologi di Sardegna – GAS per gli intimi – sanno; sanno del segno potentissimo della divinità unica nuragica, scritto sulle anse, sui candelabri, sulle barchette, sui bronzetti. Che succederà ora?

1. Santoni, Vincenzo and Sabatini, Donatella (2010) Gonnesa, Nuraghe Serucci. IX Campagna di scavo 2007/2008. Relazione e analisi preliminare. FOLD&R, 198 (198). pp. 1-53. ISSN 1828-3179 http://www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2010-198.pdf

venerdì 18 febbraio 2011

Arrutu Berlusconi, s'indipendentzia è cosa fatta? Magari

de Efisio Loi


Provaus a fari calancunu cunsideru po su chi pertocat a s’autonomia, a s’indipendentzia o a sa soberània, cumenti immoi praxit a narri, de su Logu nostu.
Prima cosa: is pressonis chi si pigant a coru custas cosas, funti una minorantzia. Iat a parriri, a su contràriu, ca de autonomistas, indipendentistas o “soberanistas” si nd’agatat medas e ispratzinaus in donnia punta de su Cunsillu Regionali; in foras puru, in sa “sotziedadi tzivili”, pruscatotu in mesu de is intelletualis, giornalistas e genti aici, arrexonamentus che-a-i custus, de autonomia, indipendentzia e soberania, gei ndi dhui girat meda. Chi siat una minorantzia, in mesu de totu s’atra genti, e dividia puru, mi parit avreguau, po mori ca, finas a immoi, non nd’eus bogau mancu una maniga de sula. Sighi

Proviamo a fare qualche considerazione su autonomia, indipendenza e sovranità, termine, quest’ultimo, che, a mio parere, i primi due comprende, considerazioni che fanno riferimento alla nostra Patria (di quale Patria voglio parlare, spero risulti chiaro dal seguito).
Come prima cosa: coloro che hanno a cuore gli argomenti su ricordati sono una minoranza. Sembrerebbe il contrario, poiché, autonomisti, indipendentisti, cultori della sovranità, li troviamo in crescita numerica, distribuiti a macchia di leopardo, nei diversi gruppi consiliari in Consiglio Regionale. Fuori del Palazzo, nella così detta Società Civile, prevalentemente fra gli intellettuali, giornalisti “et similia”, riflessioni su autonomia, indipendenza e sovranità sono molto spesso all’ordine del giorno. Che sia una minoranza e per di più divisa, all’interno della cittadinanza, sembrerebbe verificato dal fatto che, finora, in merito non si è cavato il classico ragno dall’altrettanto classico buco. Continua

La parata retorica di Roberto Chauvin

Nicolas Chauvin gli avrebbe fatto un baffo al comico Roberto Benigni che ha ieri rovesciato su milioni di spettatori un condensato di nazionalismo fanatico, di puro sciovinismo, appunto. L'uomo è bravo a mescolare divertente satira contro Berlusconi, Bersani e Bossi con una schidionata di luoghi comuni, per lo più falsi, tesa a titillare i peggiori impulsi del neo giacobinismo italiano. Quello, per intendersi, che sta preparando le celebrazioni del 150° dell'unità d'Italia con una retorica nauseabonda, indegna delle grande cultura italiana.
I più anziani di noi ricorderanno, durante la guerra d'Algeria, i giovani intellettuali arabi e berberi denunciare come nelle scuole francesi si insegnasse ai bambini algerini: “I nostri antenati erano alti e biondi e si chiamavano Galli”. Nos ancêtres les Gaulois è da allora, in tutte le colonie ex francesi, simbolo del nazionalismo becero ed aggressivo, responsabile della repressione dei “dialetti” locali, della diffamazione delle culture precedenti la grandeur francese e della negazione della dignità degli stati vinti dalle armate coloniali. Per anni a Parigi rimase esposta in un museo la testa recisa di un leader della resistenza kanaka in Nuova Caledonia.
Per Benigni solo la lingua italiana è degna, i dialetti sono buoni per cantare belle canzoni, non certo per scrivere La critica della ragion pura, che a me pare scritto in tedesco (Kritik der reinen Vernunft), ma certo sbaglio. Gli stati preunitari erano la sentina di ogni nefandezza commessa contro le popolazioni (e pazienza se il guru del neo sciovinismo dimentica i massacri garibaldini commessi a Gaeta e a Bronte e quelli dei "briganti"). Nel suo delirio, anche Scipione l'Africano diventa italiano e meno male che sconfisse Annibale, altrimenti oggi saremmo tutti fenici (sic!). Vorrei tanto che avesse ragione Borghezio, uno dei più grossolani frequentatori della politica, quando accusa Benigni di essersi prostituito per denaro. Il dramma è che queste cose le pensa seriamente.
In una discussione in Facebook su lingue e dialetti, l'amico Maurizio Virdis ha scritto questa pregevole analisi:
Anche le nazioni son costruzioni politiche e abbisognano di un armamentario intellettuale per formarsi. Sono il frutto di un processo dinamico, non sono delle essenze (magari antropologiche) atemporali e astratte.
Nel medioevo nessuno parlava di nazione né esistevano sentimenti nazionali. La nazione è "una invenzione" della assai complessa storia europea della modernità. Si può cominciare a parlare di nazione nel Cinque-Seicento, ma è soprattutto a fine Settecento che il concetto si impone, per una particolare dinamica dialettica della storia. E allora si cercano cementi unificatori che giustifichino ex-post l'esistenza, anzi la "essenza" 'a-priori' della nazione: gli eroi nazionali, la storia comune, un comune destino che ci attende in un unico orizzonte d'attesa, le memorie condivise, un corpus di miti, una letteratura (altra "invenzione" ottocentesca) e appunto una lingua. Tutto ciò però impone anche l'omologazione culturale all'interno dei "confini nazionali", la marginalizzazione delle minoranze interne, la ridicolizzazione dei dialetti, la riduzione a folclore di tutto ciò che sfugge all'omologazione, e che è pertanto pericoloso e da tener a bada.
Maurizio Virdis non aveva certo in mente lo show di Benigni, ma quel che scrive gli si attaglia perfettamente. 

giovedì 17 febbraio 2011

Quel nazionalismo ‘non-nazionalista’ di chi avversa Cesare Casula

di Adriano Bomboi (*)

Poveri Sardi. Che avranno fatto di così male per meritarsi un certo indipendentismo? In fondo volevano solo vivere in pace. Alcuni credettero seriamente che la rinuncia all’antica “autonomia” del Regno di Sardegna avrebbe sviluppato prosperità per la nostra terra. Alcuni cambiarono idea giudicando la faccenda un errore capitale, altri vi aderirono per interesse. Parecchi altri invece morirono sui campi di battaglia per l’Italia. Altri ancora porteranno alla nascita dell’odierno indipendentismo il quale, ammantato com’è di nazionalismo post-romantico, tende a rimuovere la nostra controversa storia per anteporre il mito del Sardo sempre sfruttato e sempre soggiogato da un autonomismo che l’ha spinto verso l’Italia.
Questo neo-nazionalismo Sardo non se ne fa una ragione: non accetta che siano esistiti ed esistano Sardi che credono all’ideale della nazione italiana (per quanto artificiosamente e forzatamente sia nata). Questa fascia di Sardi deve per forza di cose essere o “serva” o “ammaliata” da non meglio precisati spettri sardisto-autonomisti contigui alla galassia del nazionalismo italiano.
In ragione di questa ideologia, che si avrebbe addirittura la pretesa di definire “elaborazione culturale”, si è così giunti all’attacco verso il lavoro dello storico Francesco Cesare Casula, il quale ha solo avuto la “colpa” di delineare l’evoluzione dell’antico Regno di Sardegna fino, in età contemporanea, al Regno d’Italia. Metteremo anche noi i suoi libri al rogo sulla falsariga del nazionalsocialismo? E che c’azzeca (come direbbe qualcuno) il fatto che sia stata l’elite piemontese a pilotare gli eventi politici del risorgimento - piuttosto che i sardi - con la realtà oggettiva di migliaia di conterranei che hanno comunque creduto da oltre un secolo in quelle istituzioni?
Mesi fa a Bono, con riferimento alle idee di Franciscu Sedda, Alessandro Mongili ha dichiarato:

In realtà si imputa ai sardi di essere colpevoli di una situazione perfettamente normale, cioè di essere consapevoli della situazione ma non della natura della situazione (Sassatelli 2000, 15), di essere presi in una situazione data e di non essere (stati) in grado di superarla. Si imputa a Michelangelo Pira di avere detto che “dopo tutto siamo Italiani”, ma si chiudono gli occhi di fronte al fatto che dopo più di duecento anni noi non possiamo non essere anche italiani, cioè gli si imputa il fatto di avere riconosciuto che la nostra situazione è ambigua nel presente storico. In altre parole, si imputa ai sardi di essere in un presente storico ibrido e ambiguo, e di non radicarsi solamente in un’origine pura e al 100% sarda. Si tratta di una posizione indifendibile perché nega la concretezza dell’esistere a favore di una idealità dell’essere, mai attingibile, mai verificabile, mai descrivibile. Se è vero che ci sono casi estremi, che alcuni generalizzano, in cui “si decide di essere italiani con fredda ragione” (Dettori 2009) è pur sempre vero che le persone concrete devono descrivere la loro vita ricorrendo principalmente a motivazioni ammesse nei discorsi condivisi con gli altri (Sassatelli 2000, 19), cioè nelle narrazioni esistenti e circolanti nel momento in cui si vive.
E’ proprio l’ambiguità della nostra identità sarda e italiana in modi disuguali ma coesistenti, insomma è proprio la nostra diversità che non è pensabile e dicibile facilmente, proprio perché non si fonda su posizioni narrative, ma sulla concretezza della nostra storia, di tutta la nostra storia, anche di quella della dipendenza, dell’ibridizzazione con altre culture e con altre identità, e su meccaniche di dominio che hanno teso a ripulire la Sardegna dalle sue diversità, accomunandole in una costruzione identitaria con il segno meno da abbattere.”

In verità già Connor qualche decennio prima nei suoi studi sul nazionalismo segnalava quanto la visione della nazione non fosse che un sentimento, basato tuttavia in molti casi su un costrutto territoriale ben distinto (lingua, storia, ecc). Sedda insomma per poter argomentare le sue ragioni politiche è costretto paradossalmente a cercare nel mito una parte della sua architettura ideologica quando ciò, nel liberal-nazionalismo, non è assolutamente necessario.
Nel 2005, molto provocatoriamente, contro quell'indipendentismo romantico e di derivazione marxista che (da un lato) ometteva questa realtà pluri-identitaria dei Sardi e (dall'altro) si rivelava per conseguenza incapace di comunicare col suo tessuto sociale, elaborammo una idea politica definita “non-nazionalista” e progressista, ma non riconducibile ai classici canoni della destra o della sinistra. Sul modello di alcuni progetti laburisti di derivazione anglosassone: vedi.
La cosa triste non è stato sentire i medesimi principi a Cagliari il 13 febbraio ben 5 anni dopo, quanto il fatto che il processo di snazionalizzazione degli elementi endemici al nostro territorio, segnalato da vari osservatori (come i membri del Comitadu pro sa Limba Sarda), non solo non si è arrestato, ma è stato accompagnato proprio da una politica indipendentista la cui “elaborazione culturale” non aveva ponderatamente valutato gli esiti di un eccessiva idealizzazione del proprio contesto abitato. Si è così giunti al paradosso di negare non solo la realtà: ovvero l'esistenza di tutti quei Sardi che hanno creduto e credono all'Italia (attaccando chi ne ha argomentato la “genesi istituzionale” come F.C. Casula), ma si è persino arrivati a re-inventare il concetto stesso di nazionalismo Sardo che in realtà lascia ben poco sul terreno dell'idea di nazione Sarda e paventa una generica società progressista, per di più coltivata sulla base di indirizzi e canoni linguistici italiani. La sintesi è che in Sardegna oggi non abbiamo più solo una popolazione munita di una identità ibrida, ma abbiamo anche un indipendentismo ibrido, esattamente l'opposto di cui abbiamo bisogno per invertire, a seguito di un processo riformista, quel baratro sociale entro il quale si stanno incamminando gli elementi stessi di ciò che hanno contraddistinto la possibilità di parlare di nazione sarda.

(*) U.R.N. Sardinnya.

mercoledì 16 febbraio 2011

Progres, in progress verso le magnifiche sorti e progressive

Progres è il nome scelto dai costituenti per il loro nuovo movimento nato dalla scissione di iRS. È l'acronimo di Progetu repùblica de Sardigna, proposto dall'ideologo del gruppo, Franciscu Sedda, ed approvato dalla maggioranza. Una consistente minoranza avrebbe preferito un'altra sigla, Res, Repùblica de Sardigna. Gli uni e gli altri non si sottraggono, insomma, al sospetto – certezza per quanti continuano ad essere iRS – di avere nel loro orizzonte politico e culturale un movimento illuminista e radical chic.
Progres sarà anche un acronimo, ma è anche i sette ottavi di una parola inglese di senso compiuto, come l'altra del resto, Res, è parola romana. Su progetu ha in sé il concetto della costruzione, in progress, appunto, ma inevitabilmente il suo nome strizza l'occhio alla parte della società sarda che è o si sente “progressista” e, quindi, di sinistra. L'Alleanza dei Progressisti era la coalizione elettorale di sinistra costituita nel febbraio del 1994 in Italia. E Progressisti sardi fu il nome della lista di sinistra che, con Federico Palomba, vinse quell'anno le elezioni sarde. Progres flirta con l'inglese e con il sardo, a differenza della casa madre il cui nome, iRS, ha un acronimo senza significato e ha senso solo nel suo sviluppo, Indipendèntzia Repùblica de Sardigna. Nel titolo, dunque, c'è il progetto politico e culturale che si dichiara sardo sia nel nome sia nella prospettiva.
Almeno sotto questo aspetto, non c'è in iRS la tentazione di ricavarsi nel cosiddetto mondo progressista il proprio bacino di influenza e di cattura del consenso. Nella pratica le cose sono state diverse, se non altro per l'esplicito non interesse ad avere rapporti con la destra, ritenuta non solo conservatrice ma soprattutto espressione di interessi non compatibili con l'idea di indipendenza. Erano invece ritenuti compatibili solo con l'odiata autonomia, il deprecabile sardismo, il condannato nazionalismo. Di qui il tentativo di tagliare i ponti persino con la bandiera sarda, i Quattro mori non solo simbolo del sardismo, ma soprattutto dei sardi che combatterono contro Arborea e insieme agli iberici fondatori nel 1324 del Regno di Sardegna.
Tutti stilemi, dal non nazionalismo all'indifferenza verso la lingua sarda alla scelta di una bandiera diversa da quella conosciuta in tutto il mondo come sarda, elaborati da Franciscu Sedda e accolti con favore da centinaia di giovani intellettuali in Sardegna e in su disterru, nell'emigrazione. Giovani dalla notevole intelligenza e capacità teorica, affascinati dal giovane semiologo che insegna loro come sia possibile e desiderabile l'indipendenza nazionale senza lingua sarda. Il deismo, la religione civile e l'adorazione della Dea Ragione che sottendono questa elaborazione hanno dettato anche i modi organizzativi della vecchia iRS, settari ed elitari e l'inevitabile rottura fra deisti e a-deisti, élite intellettuale e movimentisti. O, se si vuole, tra chi ha una visione salvifica della Repubblica (Res, infatti, uno dei due nomi proposti dal nuovo movimento) e chi intende costruire la sua prospettiva stando dentro il movimento dei pastori, quello contro il nucleare, contro Equitalia e Abbanoa, contro la base militare di Quirra e Perdasdefogu, contro lo spaventoso progetto di Buddusò di energia dalle bio masse.
Il dramma, ma questo è un discorso a parte, è che se c'è un importante movimento contro, il “pro” è, in questo mondo, affidato nel migliore dei casi alla replica sarda dell'antagonismo italiano e, nel peggiore, al deismo che, per sue ragioni intrinseche, si assume un compito che nessuno gli ha affidato: illuminare il cammino del popolo.
Nel caso di Progres, i Lumi sono proposti a quella parte del popolo, la intelligente perché progressista, che adora la Ragione raziocinante. E alla quale dovrebbe apparire un grande segno di modernità e di mondialità quel nome inglese dato a un movimento che vorrebbe costruire una repubblica sarda. E pazienza se i destinatari dei Lumi non capiscono: capiranno.

martedì 15 febbraio 2011

Crocores 2 di Bidonì. Etruschissimo. Purché non sia capovolto

Crocores 2

di Gigi Sanna
 
Anche per questo intervento vale, ovviamente, la premessa metodologica sull'epigrafia dell'articolo precedente. In quest'ultimo riteniamo di aver mostrato e dimostrato, sia dal punto di vista paleografico ed epigrafico sia dal punto di vista contenutistico-linguistico, che il documento denominato Crocores 6 di Bidonì non solo è autentico ma illumina, nel suo 'piccolo' (con il suo linguaggio formulare, con la numerologia, con la formazione degli imperativi, con la presenza delle enclitiche coordinanti, ecc.) la 'conoscenza', in senso lato, della scrittura e della lingua etrusca.
Riguardo a quest'ultima si è visto che l'intera formula (la stessa ma non identica presente nel fegato piacentino) è composta da lessico di lingue diverse e cioè dalla lingua del luogo (nomi delle due divinità Tin e Uni), dal greco (verbi, aggettivi, preposizioni, esclamazioni) e dal latino (leggera 'coloritura' con il -ve enclitico). Mix linguistico che non sorprende di certo dal momento che si sa che l'etrusco possiede, per consenso unanime degli studiosi, non poche parole di derivazione sia latina che greca. Basta semplicemente scorrere i lessici, anche quelli manualistici, per rendersene conto.
Ora, il fatto nuovo circa la documentazione epigrafica, a mio giudizio, è quello che risulta essere il documento di Crocores 6 (e quindi, conseguentemente, il bordo destro del FP) formato da un'intera espressione. Essa non lascia dubbio alcuno, con la sua compiutezza, sulla strettissima parentela lessicale e morfo-sintattica dell'etrusco con il cosiddetto 'indoeuropeo'. Anzi, se solo si procede ad aggiungere le vocali e si tiene conto della (nota) variazione fonetica di certe consonanti (le occlusive) e delle modifiche dei dittonghi, la scritta offre un testo non dissimile da quello che sarebbe stato se la stessa formula si fosse pronunziata in certe colonie greche dell'Italia meridionale o della Sicilia del VII-VI secolo a.C.; oppure, più tardi, in quei luoghi dove ancora si parlava greco, negli stessi territori occupati dai Romani.

lunedì 14 febbraio 2011

Come vuoi, ma continuo ad avversare la Lsc

di Franco Enna

My dear Jean Franck,
aggiu liggiddu soru oggi lu  blog di lu 29 ottobre 2010 e soggu incazzaddu cun teggu, sobratuttu acchì... hai rasjoni. Ma no in tuttu, parò. Saraggiu puru un Danau, ma no aggiu rigari paj te.
Comunque siat, tue asa rejione pro una cosighedda chi propriu “edda edda” no este: sa legge statale de su 1999, chi narat propriu su chi naras tue.
Lu fattu è chi candu aggiu iscrhittu lu “cosu”: lu pezzu pa la Noba, eu era già luntanu nobi anni  da l’ischora, e pa ghissu aggiu cunfusu li leggi.
Sa legge chi narat su chi appo iscrittu deo est infatti sa Legge Regionale numeru 26 de su 15 ottobre 1997, chi narat jn sos articulos trese e battoro; “3. Pertanto la Regione considera la cultura della Sardegna, la lingua sarda e la valorizzazione delle sue articolazioni e persistenze, come caratteri e strumenti necessari per l' esercizio delle proprie competenze statutarie in materia di beni culturali - quali musei, biblioteche, antichità e belle arti - di pubblici spettacoli, ordinamento degli studi, architettura e urbanistica, nonchè di tutte le altre attribuzioni proprie o delegate che attengono alla piena realizzazione dell' autonomia della Sardegna.
4. La medesima valenza attribuita alla cultura ed alla lingua sarda è riconosciuta con riferimento al territorio interessato, alla cultura ed alla lingua catalana di Alghero, al tabarchino delle isole del Sulcis, al dialetto sassarese e a quello gallurese.
Riguardo, invece, alle tue sarcastiche osservazioni sul mio modo di concepire la cosiddetta lingua di mesania, mi scuso con te per il tono usato, ma non cambio una virgola. Tu sostieni infatti che : “La Lsc non risultò affatto un ibrido logudoro-campidanese; è una lingua naturale, parlata nel centro geografico della Sardegna che ha per questo influssi di dialetti meridionali e settentrionali”.Sarà anche così, ma dal mio punto di vista “pedagogico” (si podet narrere “pedagogico”? Boh!), non mi  cambia una virgola; anzi, mi rende ancora più ostile a quello che ho chiamato “un ibrido” proprio perché estrapolato da una minoranza linguistica che non può fare testo. La verità (secondo me) è che, dovendo insegnare a mezzo milione di bambini e ragazzi  a scrivere la loro lingua di base,  quella parlata in casa tutti i santi giorni, non puoi imporre per decreto l’utilizzo di una lingua diversa, artefatta, e per di più utilizzata da una minoranza linguistica che rappresenta solo se stessa.
E’ inutile negarlo; il campidanese e il  logudorese sono dissimili, ma pur avendo strutture sintattiche e grammaticali diverse, sono compatibili e reciprocamente comprensibili. Che male c’è ad insegnare ai cagliaritani e ai logudoresi a parlare, scrivere e leggere la rispettive lingue di base? Leggerle e scriverle: questo è il segreto del recupero della nostra lingua. Perché quasi tutti i nostri scrittori di successo continuano imperterriti a scrivere i italiano? Perché vendono di più? E’ possibile (e anche comprensibile, oggi). Ma la ragione vera, probabilmente, è proprio legata al fatto che la nostra scuola rispetta ancora il dettato fascista (ma anche risorgimentale) che, “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”; quindi niente più sardo, né lombardo, né siciliano (qualche battuta romanesca sì) sia sui libri che sui quaderni. Ed è proprio la mancanza di abitudine alla scrittura del sardo che molti dei nostri scrittori preferiscono adeguarsi a quanto imparato a scuola: perché è immediato, diretto ed efficace. Dunque, non basta insegnare a parlare la nostra lingua ai nostri ragazzi attraverso la comunicazione quotidiana, ma occorre anche  creare l’abitudine alla scrittura.
Ca sinono  diventamus tottu comente Jean Frank Pintore, che iscriet su blog in italianu arrabbiadu.
Cun saruddi e fulthuna

P.S. La prossima volta che sarò meno incazzato, ti parlerò de “Sa die de sa limba sarda” a scuola.


Touché. Est beru, in su blog meu iscrio su prus in italianu, finas si non petzi in italianu. Est un'issèberu editoriale chi punnat a faeddare de cosas sardas cun letores chi. essende ispartinados in mesu mundu, no agatant tradutores dae su sardu a sa limba insoro: cussu italianu b'est. Custu naradu, torro a nàrrere una cosa ladina ladina: sa Lsc est un'istandard de iscritura chi a chie cheret impreat e a chie non cheret no l'impreat. Perunu perìgulu pro sas variedades de su sardu e pro sas àteras limbas alloglotas che a sa tua, de sos gadduresos, de sos tabarchinos, de sos saligheresos. Diat èssere cosa bona chi de custu ti sapas e non sigas a pistare s'aba pistada. Cun amistade. [zfp]

Affenartig: gare di scrittura tra Phoinikes ed indigeni

di Atropa Belladonna


Ho ricevuto nei giorni scorsi il catalogo di una mostra, tenutasi nel 2001 a Fioriano Modenese, comune della provincia di Modena gemellato con Ozieri, Ittireddu, Burgos e Bultei. Laggiù, o meglio quassù (il luogo sarà circa ad un centinaio di km da dove vivo e vegeto io), il circolo “Nuraghe” è, dal 1979, il motore di una serie di iniziative culturali, di cui fa parte appunto la mostra del 2001: "Argyróphleps nésos, l'isola dalle vene d'argento. Esploratori, mercanti e coloni in Sardegna tre il XIV ed il VI sec. a. C.".
Il catalogo contiene contributi di Bernardini, Bartoloni, D'Oriano, Zucca, Bondì, Santoni, Bacco e Tronchetti. Nonché un'ampia documentazione fotografica dei 203 reperti in mostra. Ampia, ma non completa: ad esempio del numero 50 (a dx. in figura), non vi è nessuna foto. Per fortuna si trova nel libro Phoinikes b Šrdn del 1997: trattasi di un frammento di anfora dall'emporio di Sant'Imbenia, con due linee di scrittura. In compenso vi sono due foto del reperto 51: una a catalogo ed una nell'articolo a corredo di Rubens D'Oriano (co-curatore del catalogo stesso), “L’ emporion di Sant'Imbenia”.
La didascalia a catalogo dice: “Lunghezza 3 cm; villaggio nuragico di Sant'Imbenia. Produzione nuragica, VIII-VII sec. a.C.. Si tratta di un oggetto indigeno che imita i sigilli orientali, come è evidente dall'esame dei segni grafici che non sono altro che lettere alfabetiche fraintese”. Come è come non è, le lettere imitate non devono essere molto chiare se a catalogo il reperto è riportato in verticale, mentre nell'articolo, qualche pagina prima, è ruotato di 270°. Evidentemente il nuragico (del villaggio si badi bene, non dell’ emporio) ha fatto un comprensibile casino, paragonabile forse al presentare il sigillo con due orientazioni diverse.
Bernardini, nell'articolo di zeddiana memoria “Segni potenti: la scrittura nella Sardegna protostorica” sostiene che vi si distinguono almeno una ‘ ayin (la nostra O, quel cerchiello un po’ schiacciato in alto) ed una heth, che suppongo individui nel segno composito equatoriale. Il resto gli sfugge. Ma vediamo l'oggetto a destra: la foto sul catalogo non c’è, però c’è la didascalia per questo oggetto di fattura “fenicia”, con lettura. La quale sarebbe: linea 1, ‘Abd ‘Aziz figlio di…; linea 2: ‘Abdba’al. Dico sarebbe, perché a me pare che alcune lettere non ci siano proprio, neanche ad inventarle. E che le due Z individuate siano, a dir poco, discutibili. Una cosa è certa: il nuragico del villaggio l'ha copiata proprio bene quella ‘ayin fenicia, con una lineetta quasi piatta! Una ‘ ayin tra l'altro piuttosto inusuale.
Però non è stato questo ciò che più mi ha stupito nel catalogo, quanto una serie di informazioni che cambiano totalmente l'orizzonte. Segnatamente una: Raimondo Zucca intitola il suo contributo “Phoinikes, Fenici e Cartaginesi nel golfo di Oristano”. La stranezza del titolo ce la spiega nel primo paragrafo (pg. 51):
Il termine greco dell'epos omerico Phoinikes compendia strutture del commercio e delle interrelazioni con il milieu indigeno profondamente diverse tra loro e attribuibili di volta in volta, e non necessariamente in scansione cronologica, ad Aramei, Filistei, Cipro-levantini, Euboici, e Phoinikes delle città delle Fenicia, in una fase antecedente l'assunzione del potere del re di Tiro sulla regione congiunta dei Tirii e dei Sidonii, ossia nella prima metà del IX sec. a.C.[…]. Col termine Fenici ci riferiremo invece allo sviluppo di insediamenti che, a partire dalla seconda metà dell’ VIII secolo, traducono in ambito occidentale i modi urbanistici di tradizione vicino-orientale o più precisamente Tirii [..]”.
Visione oltremodo chiarificante: quindi le epigrafi di Nora non sono più scritte dai Fenici, bensì dai Phoinikes. È il piano B in tutto il suo splendore! Ma anche delle epigrafi di Nora non v’è certezza: Bernardini a pg. 41 le colloca (entrambe!) allo scadere del IX secolo, Bondi, a pg. 47, all'VIII secolo.
A parte queste stranezze (ma come sapete mi piace scherzare), credo che la mostra sia stata molto bella e mi rammarico di non averla vista. I miei complimenti ed i miei ringraziamenti all'assessore alla cultura di Fioriano Modenese ed all'attivissimo circolo locale “Nuraghe”.