giovedì 31 luglio 2008

Si vede solo se si è disponibili a guardare

di Gigi Sanna

Mi fa piacere che l’amica Aba Losi abbia individuato le altre due lettere del secondo coccio di Orani, perché le analogie, le somiglianze o le identità non sono cose che si scorgono o anche si vedono solo perché si è ‘amici’. Anzi. Si individuano perché si individuano, e basta. Come gli antropomorfi (quelli di Oniferi, di Dorgali, della Grotta Verde, di Cheremule, ecc. Sono tutti diversi ma tutti chiaramente antropomorfi. Forse il modello ideale sta nel mondo delle idee di Platone. Chissà!). Come il Toro, come la Bipenne di tutti i documenti di Tzricotu (che fanno il paio con quelli delle cosiddette 'statue stele' di Laconi, di Samugheo e di Allai).
Qualcuno proprio non ci riesce? Qualcuno non nota la loro disarticolazione o ‘esplosione’? Qualcuno non riesce ad immaginare che quest’ultima serve genialmente a dare ulteriore ‘senso’ al documento ('scientifico') ovvero fornire dei grafemi aggiuntivi ai logo-pittogrammi con valori fonetici? Quegli stessi valori, non si dimentichi, che sono serviti a decifrare i documenti greci pitici del Lossia di Glozel?
E io cosa ci posso fare circa questa insensibilità? Quella stessa che non denuncia solo il sottoscritto, ma che ha pubblicamente deplorato nelle pagine dell’Unione Sarda un notissimo biblista sardo della Facoltà Pontificia in occasione del Seminario Internazionale di Studi di Sassari di due anni fa. Uno 'specialista, dunque. Un docente universitario. O no?
Non tutti hanno la stessa sensibilità, soprattutto quando la scrittura 'spiazza', per così dire, in quanto non presenta quei caratteri pragmatici ovvero di economicità che si affermano, soprattutto, a partire dall’ugaritico e dal fenicio e poi dal greco 'arcaico' e 'classico', i quali adoperano, significativamente, pochi segni alfabetici per gli indispensabili fonemi. Perché tramite questi codici tutti 'devono' capire.
Quando la scrittura è ‘a rebus’, legata al sacro e al religioso del tempio (ma quante volte, purtroppo, lo devo dire!) come è quasi tutta quella nuragica documentata e la 'glozeliana' di Delfi, bisogna essere capaci di risolvere i rebus; talvolta assai capaci. Infatti in questo secondo caso capita l'opposto di quella 'urbana': tutti, se non gli addetti ai lavori del sacro, 'non devono' capire. Per questo motivo consiglio la lettura di un libro, certo un po’ difficile, ma che fa molto meditare sull’aristotelismo in tema di scrittura e sulla nascita della stessa: quello notissimo e citatissimo di Roy Harris.
Il coretto degli archeologi (non epigrafisti) negazionisti intervistati da Figari nelle pagine dell'Unione Sarda, che capiscono solo di scrittura urbana o semiurbana, forse cesserà di annoiare con la solita solfa dell'impossibilità dell'esistenza della scrittura sarda nel periodo della tarda età del bronzo e nel principio di quella del ferro.
Comunque, confidando nella ‘apertura’ mentale dei più, spero di poter far vedere la ‘originalità’ stupefacente della scrittura nuragica del sito di S.Stefano di Oschiri che, impegnata com’è a tutto campo, riesce a dare, in base a delle convenzioni 'scribali', senso fonetico persino con il ricorso alla matematica e, in particolare, alla geometria. Chi lo direbbe mai! Per l’occasione fornirò, come d’obbligo, tutte le prove a corredo, perché so bene (e questo qualcuno, a prescindere della chiara prefazione di Sardōa Grammata, dovrebbe tenerlo ben fisso in mente), per antica scuola filologica, che non solo la scienza è doverosamente scettica (scettica sì, ma non di certo ‘falsofila’ a priori: quarda un po’, ahimè, cosa ci tocca di sentire, persino – come si afferma- nelle aule dell’Università), ma è scettico anche chi solo usa il buon senso e persino il passante, che non danno credito alcuno ai ciarlatani. Danno credito a chi fornisce non una o due e neanche tre: ma decine e decine, possibilmente centinaia di prove.
Ora, chi è negazionista per partito preso o 'insensibile' lasci pure le decine di prove, faccia baccano e si affidi pecorescamente alle placche bizantine turco-mongoliche del dott. Serra che, per altro, non sono mai state trovate in Sardegna (pensate un po’: ben quattro presunte matrici e nessuna linguella. Guarda un po’ che scarogna per i linguellisti (o puntalisti o fibulisti dalla 'scientifica' coerenza ermeneutica).
Mi dispiace per l'intervento coraggioso di Aba Losi , sia pur marginale (a commento) perché qualcuno arriverà forse a negare la correttezza di una scienziata del suo calibro e sospetterà che lo yod e il waw del 'secondo' coccio di Orani l'abbiamo concordato da compari di scelleratezze epigrafiche.
Ho detto, qualche settimana fa, che la partita sulla scrittura nuragica era 'chiusa'. Oggi lo ribadisco, presuntuosamente se volete; perché sarà difficile, molto difficile, anche con i bizantinismi degli avvocati più bizantini, che si possa negare che in quel coccio ci sia scritto d + Y(a)hw.
Quanto al bel consiglio, stringato ma efficacissimo, di Bachisieddu vedrò di seguirlo, anche perché già il povero amico Guido Frongia mi aveva consigliato di tirare dritto e di lasciar perdere le 'voci' del mondo. Il filosofo di Tor Vergata di Roma, studioso del Tractatus di Wittgenstein, diceva dei suoi libri non accessibili ai più, anche per difficoltà di linguaggio: “Io sono solito scriverli e lasciarli in vetrina, quando possibile, oppure negli scaffali. Se dicono qualcosa e hanno valore, prima o poi qualcuno comprerà”.
Ma questo purtroppo, caro Bachis e caro Guido che (purtroppo) non mi parli e non mi scrivi più, va bene per chi è freddo e, da 'filosofo' o da 'scienziato puro', interpreta il mondo ed agisce di conseguenza. Io invece, si sa, sono un rozzo sardaccio che detesta, spesso con un muso così, le persone che non hanno nessuna 'umiltà', ovvero come diceva Endokimov, 'l'arte di trovarsi esattamente al proprio posto' e s'incazza troppo per le stupidaggini (uso volutamente il termine forte), anche perché so, per amara esperienza, che quelle stupidaggini gli autori di esse le nasconderanno con estrema disinvoltura il giorno che tirerà aria nuova.
Loro infatti avranno un volto nuovo e l'abito nuovo dell'ipocrisia. L'articolo di Gianfranco Pintore in sardo sul sardo, quello qualche decennio fa detestato, bloccato e 'tagliato' da certi sedicenti teorici del Pci sulla lingua sarda, anche su riviste prestigiosissime con firme prestigiose, deve far meditare molto. Anzi conoscendo la sottilissima malizia dello scrittore ritengo che il senso e la morale dello scritto vadano allargati: ai negazionisti non solo di ieri (sulla lingua sarda) ma anche a quelli di oggi (sulla scrittura sarda).

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